Welded together di Anastasija Mirošničenko fa la sua prima apparizione sul suolo italiano al Trieste Film Festival 2026, in concorso nella sezione dei documentari.
Tra alberi spogli e alberi di natale, con il rumore metallico di una saldatrice che si alterna ai muggiti di vacche, la regista bielorussa ritrae le giornate di una giovane ragazza che fa i conti col passato.
Welded together
Ambientato in Bielorussia, in un inverno che sembra non finire mai, Welded Together segue Katya, giovane saldatrice e unica donna del reparto macchine di una fattoria collettiva. La sua vita lavorativa scorre serenamente; gode della fiducia e della stima dei colleghi che decidono di attribuirle un affettuoso premio come miglior giovane saldatrice. Vive una routine scandita dal rumore meccanico e dalla ripetizione dei gesti, fino alla decisione di ricongiungersi con la madre biologica, ritrovata dopo anni di separazione forzata. La donna, privata dei diritti genitoriali a causa dell’alcolismo, vive ora a Brest con una nuova figlia, la piccola Amina.
Il film si apre tra le confidenze con Tanya, unica amica della protagonista, e racconta il progressivo sgretolarsi di questa fragile speranza di ricomposizione. Una volta trasferitasi, Katya scopre che la madre continua a bere, scomparendo per giorni e lasciandole addosso il peso della cura della bambina. L’appartamento diventa un luogo instabile, attraversato da figure liminali (compagni di bevute più che presenze affidabili) e da un senso di precarietà che finisce per invadere anche la vita lavorativa di Katya. Quando si rivolge a un’assistente sociale per salvare la sorella, emerge con chiarezza una verità brutale: se Katya permetterà l’adozione della piccola Amina, probabilmente le salverà la vita ma non potrà far parte di essa.
Il rigore di Katya
Anastasiya Miroshnichenko sceglie un approccio rigorosamente osservazionale, riducendo al minimo l’esposizione e lasciando che siano i silenzi, i gesti e i volti a parlare. Katya è una protagonista emotiva ma poco impulsiva: piange di rado, sorride timidamente e il suo volto resta spesso come sospeso. Ma nei suoi occhi si legge una resistenza costruita nel tempo, una durezza che nasce dal trauma e dalla necessità di resistere. È questa tensione interna, tra fragilità e determinazione, a reggere il film più di un eventuale snodo narrativo, che infatti non arriva.
In sospensione tra passato e presente
Il contrasto tra i due ambienti principali è il perno attorno cui ruota la disposizione del documentario. Come in un chiasmo, da una parte l’officina: uno spazio rumoroso, sporco, dominato da corpi maschili e da una fisicità bruta, ma paradossalmente regolato, solidale, quasi protettivo nei confronti di un’innocenza perduta ma ancora genuina. Dall’altra la casa della madre: sorda, disordinata, emotivamente instabile, priva di una struttura solida. È nel lavoro che Katya trova riconoscimento e sostegno, pur potendo sentirsi, per cultura, al di sotto delle aspettative, mentre la sfera privata si rivela un luogo di continua erosione emotiva, dove la vulnerabilità viene corrosa da una necessaria posizione adulta e di controllo, seppur ancora radicata nelle ferite d’infanzia.

La linea retta
La metafora della saldatura è chiara fin dall’inizio e non viene mai davvero messa in discussione. Il racconto procede in modo lineare, senza deviazioni, curvature o momenti di reale frizione che rischiano di incrinare le sorti previste. Katya, ormai adulta, dimostra di aver ricucito le ferite dell’infanzia, sacrificando la sua affettività in favore di un’azione mossa dall’amore e dal senso di dovere.
Il contesto geografico resta sullo sfondo, evocato più attraverso le fredde atmosfere sovietiche che attraverso una riflessione esplicita sulle immutate condizioni sociali e politiche che determinano i contorni di personaggi, vittime permeate dalla precarietà e dall’assenza di alternative. In tal senso, Anastasiya Miroshnichenko evita il documentario didascalico in favore di una lettura più intima che rischia però di mettere da parte una specificità che invece conferirebbe uno scheletro più robusto della narrazione, completandone il prospetto.
La composizione delle inquadrature, la cura fotografica e la desaturazione di colori in Welded together rischiano a tratti di rendere troppo pulita una realtà che è invece asfissiante, amara, caotica e irrisolta. Il film preferisce l’empatia alla perturbazione, evitando il conflitto con una predisposizione a una forma di pudore che protegge i personaggi ma che al contempo attenua l’impatto con lo spettatore.
Il risultato è un documentario sensibile e profondamente umano che sa accogliere ma non provocare lo sguardo critico. Un film che convince per onestà e misura, ma che lascia intravedere, sotto una superficie di rigore, la possibilità di un gesto più rischioso e necessario.