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“Due procuratori”, viaggio kafkiano nell’Urss staliniana

Sergei Loznitsa, con “Due procuratori”, costruisce un raggelato e pietrificante ritratto, senza via di scampo, del terrore staliniano. Il film è stato presentato fuori concorso, in anteprima italiana, alla 37a edizione del Trieste Film Festival.

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Due procuratori

Due procuratori è una specie di labirinto kafkiano, che mette in scena l’universo concentrazionario del periodo del terrore staliniano. Il suo regista, Sergei Loznitsa, ha all’attivo soprattutto un’attività di documentarista, volta in particolare a indagare la Storia della sfera postsovietica, con un profondo rigore estetico ed etico, lavorando sul documentario nella maniera coinvolgente della fiction e su quest’ultima con l’attenzione al dettaglio realistico del documentario.

Due procuratori parte da un racconto del fisico e scrittore Georgy Demidov, arrestato nel 1938 perché sospetto di attività controrivoluzionaria. Passa quattordici anni in un gulag, la cui esperienza comincia a raccontare molti anni dopo, venendo pubblicato solo postumo, a partire dal 2008.

Due procuratori è ambientato nell’Unione Sovietica del 1937, al culmine del terrore staliniano, le cosiddette Grandi purghe. Nella gelida prigione di Bryansk, relitti umani si muovono come fantasmi: detenuti arrestati per imprecisate colpe antirivoluzionarie. Uno dei prigionieri è addetto a incenerire le migliaia di suppliche e denuncie indirizzate al compagno Stalin. Una di queste, scritta con il sangue da un prigioniero, arriva miracolosamente a un nuovo giovane procuratore, Alexander Kornev, che decide di rispondere a quell’appello disperato. Kornev dispone di andare ad ascoltare l’uomo, cominciando a muoversi nel labirinto concentrazionario sovietico, fatto di mille dinieghi, attese, metaforiche e fisiche porte di prigioni che si aprono e si chiudono dietro di lui.

Il procuratore è un bolscevico integerrimo e idealista che, esercitando l’arte della pazienza, grazie al suo ruolo, riuscirà, dopo molte pressioni, a incontrare Stepniak, un vecchio dirigente di partito che ha in passato ascoltato e ammirato, a scuola di Legge, parlare della “Grande verità bolscevica”. Ora è ridotto a un informe ammasso di pelle e ossa doloranti, sotto i soprusi e le torture del Nkvd, il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni: un apparato di polizia politica per la sicurezza dello Stato che controlla prigioni e gulag, nelle quali spedì milioni di persone, condannate dopo processi sommari e confessioni estorte con la tortura.

Due procuratori

Due procuratori

Deciso a rivelare questo stato di cose presso le alte sfere, Kornev parte per denunciare la situazione al procuratore generale di Mosca, con cui parla dopo aver incontrato altre costruzioni fisiche (il palazzo) e mentali kafkiane. Egli si muove con diligenza e determinazione all’interno di un pervasivo sistema burocratico che, all’apparenza, lo asseconda, ma lo sta, in realtà, lentamente e inesorabilmente avvolgendo nel suo meccanismo del terrore. A tradire il protagonista, l’illusione che una possibilità di giustizia ci possa ancora essere, in un sistema, lo sapremo dopo dalla Storia, che non prevedeva, invece, nessuna via di fuga.

Due procuratori ha una perfetta struttura circolare, aprendosi e chiudendosi con le porte del carcere che si spalancano per fagocitare nuove vittime. Una messinscena sardonicamente e orrorificamente kafkiana, cui probabilmente rimanda anche l’iniziale del cognome del protagonista, K. Qualcosa che trasmette una sua distante, ma penetrante, qualità letteraria, da distopia alla George Orwell. Una storia che parte come un racconto morale, sull’assurdità di un claustrofobico sistema burocratico che, pure, ha una sua tradizione, finanche allegorica, in Russia, a partire dalle pagine di Nikolai Gogol. In Due procuratori la burocrazia è l’antefatto dell’universo concentrazionario delle prigioni, dove la vita umana si umilia e annulla. Un viaggio straniante tra riti ridicoli e meccanismi infernali, perfettamente esemplificati nei soli due luoghi in cui il film è ambientato: la prigione e il palazzo (in mezzo brevi intermezzi di tragitti in treno, in cui il protagonista incontra indecifrabili personaggi).

Due procuratori accumula una tremenda qualità ansiogena, via via che si muove in una maligna e disumana burocrazia, che protegge e replica spietatamente se stessa, condannando chiunque osi sfidarla, facendolo perdere fisicamente in un labirinto di corridoi, anticamere, scalinate, camerette e saloni abitati da anime morte, ma cariche di perfidia.

Due procuratori è un film di precisione chirurgica nel mettere in scena un mondo che non è solo Storia. Rigorosamente e geometricamente teatrale nella sua impostazione cinematografica, il film restituisce la desolazione umana e l’assurdità di un sistema totalitario, grazie all’occhio implacabile di Sergei Loznitsa. Non ci sono né ci possono essere colpi di scena in Due procuratori. L’inesorabile conclusione della vicenda ha la sua suspense nell’attesa che il meccanismo concentrazionario si richiuda sui velleitari tentativi del protagonista. La forza del film è tutta nei dettagli, nel tessuto compositivo dell’opera. Nella paranoia che emana dall’austerità della messinscena.

Due procuratori

Due procuratori

La regia è impeccabile nel restituire l’atmosfera claustrofobica del regime staliniano. Il montaggio implacabile, composto da inquadrature fisse e spazi chiusi, colori spenti e freddi, com’era quel mondo, in cui si riflette il pallore dei volti dei protagonisti. Una qualità pittorica, indiscutibilmente fedele a un’epoca, creata dal grande direttore della fotografia Oleg Mutu, perfettamente coadiuvato dalla colonna sonora classica, raggelante, curata da Christiaan Verbeek.

Altro punto di forza di Due procuratori sono le prove attoriali. Non solo quella, solidissima, del protagonista Alexander Kuznetsov, ma di tutti i personaggi/caratteri da lui incontrati nel film, una galleria di protervi servi del potere, carnefici sopra le righe, come quelli nella prigione, o glaciali burocrati, alimentati da un sistema in grado di arrivare ovunque e spezzare chiunque.

Due procuratori è un avvincente, agghiacciante, mefistofelico esempio in arte di una microfisica del potere. Un avvertimento dalla Storia, che fa rabbrividire per qualcosa di familiare, come quando il detenuto, ormai annichilito, spogliato di ogni diritto, si lamenta di quel mondo in cui “le persone competenti sono state sostituite da ciarlatani ignoranti”, ossequiosi di un potere che trascina tutti sempre più in fondo.

Sergei Loznitsa vince magnificamente la sua sfida: costruire un cinema rigoroso e formalmente controllato in ogni suo aspetto per evocare, e restituire alla perfezione, l’atmosfera di un regime totalitariamente disumano.

Sergei Loznitsa

Sergei Loznitsa