Il Trieste Film Festival presenta il primo documentario di Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk, promettente autore classe 1983. Dopo il successo del suo lungometraggio Il Giuramento di Pamfir (2022) il cineasta ucraino si ripropone nel panorama cinematografico con un raffinato documentario, Silent Flood. L’opera possiede un’estetica ricercata e istantaneamente riconoscibile, dipingendo su pellicola l’Ucraina rurale dei villaggi.
Silent Flood è un documentario straziante nei suoi silenzi, continuamente alla ricerca di misericordia risiedente nei taciti dettagli. Il rapporto tra uomo e natura diviene fulcro narrativo dell’intera produzione. L’uomo si fa spazio convivendo armoniosamente con gli eterni elementi naturali. La potenza di un fiume, il profumo della neve fresca, riconoscersi umano tramite la contemplazione della luna piena. Malgrado il susseguirsi placido e sereno delle giornate, la guerra non risparmia alcunché, corrompendo ogni elemento sfiorato dalle sue demoniache mani.
The saved ones
La quiete, il canto di grilli, un fiume che sgorga solenne e silenzioso, da sempre. Lì dove l’ordine naturale delle cose è scandito ritmicamente dal cinguettio degli uccelli, un villaggio cristiano in Ucraina vive tranquillamente la sua esistenza, estraniandosi completamente dal contesto bellico che lo circonda. L’estraniazione completa dalla guerra dona al documentario un aspetto sognante e onirico, risultando una racconto fiabesco situato tra le braccia degli inferi.
L’autore ucraino mantiene un consistente distacco tra uomini e natura, utilizzando maggiormente campi larghi. Il tipo di inquadratura favorisce l’immersione all’interno degli scenari, maestosi e solennemente raffigurati. Nelle sequenze di incontro tra personaggi e ambiente, l’uomo è decisamente irrilevante, piccolo, incapace di eguagliare in alcun modo la magnificenza che lo assorbe. Il distacco delle inquadrature riesce a carpire i piccoli miracoli quotidiani creati tra l’intersecarsi di elementi naturali.
La narrazione si apre tra nebbia e silenzio. Figure si scontornano tra l’informe massa offuscata, uomini che ammirano il fiume, grati per ciò che la fonte dona loro. La fotocamera del regista cattura momenti di quotidianità tra gli abitanti del villaggio. Bambini che giocano, uomini e donne che pregano, l’armonia della comune in ogni sua sfaccettatura.
La poetica autoriale risiede nella diversificazione della sua veduta, attenta e capillare nel mostrare l’ambiente in tutto il suo splendore e decisa nei momenti più evocativi, di cui l’esempio principe è una sequenza di cena. L’autore riesce nell’impresa di insidiarsi all’interno del privato familiare rispettando l’etica della riservatezza, cogliendo sfumature del reale senza appropriarsi di istanti altrui. L’utilizzo del dettaglio cattura la bontà di una madre atta a servire il pane al proprio figlio, un padre inebriato dallo splendore del momento condiviso. Il tutto avviene ripreso in maniera religiosa e rituale, il ritrovamento di fede e amore tramite il pasto condiviso nell’umiltà del pane servito.

Silent Flood
Echi di guerra
Il regista esilia la guerra in un preciso momento della narrazione, mettendo in primo piano i rapporti umani, nonostante la realtà di allerta collettiva. La regia non mostra in nessun momento efferatezze, limitandosi a immortalare sequenze rappresentanti la portata della catastrofe. Il passaggio tra villaggio vivo e pulsante a comune desolante e ridotta in macerie spiazza, avvilisce e costringe lo spettatore a riflettere. Sukholytkyy-Sobchuk ritorna al campo lungo, immortalando immagini difficili da osservare. Un villaggio distrutto, bombardato, morto. Dove si ergevano templi e abitazioni, ora giacciono enormi gusci grigi e spogli. La sequenza non ricorre a commenti sonori, nessuna voce fuori campo, la regia pone lo spettatore a tu per tu con la devastazione palpitante di inumano silenzio. La fotografia si incupisce, toni caldi e vitali scadono nel gelo dell’assenza di umanità. Ambientazioni desaturate, grigie e tremendamente decadenti. La guerra viene dipinta come incessante e sanguinaria, un circolo autoalimentante che, seppur implacabile e feroce, esce sconfitto dinanzi all’amore dell’unità familiare.
Chiunque usi un’arma per la guerra verrà ucciso da essa
In un mondo dominato da pulsioni di violenza e orrore, Silent Flood propone la sua visione di amore e salvezza. La premura di una famiglia, la grandezza di una nuova alba, la commozione per la bontà del pane appena sfornato. Opera di silenziosa protesta in nessun momento retorica, realizzata con estrema consapevolezza. Ogni aspetto del documentario brilla di cristallina luce, rendendo Silent Flood una piccola perla, grandiosa nella sua umiltà.