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‘Tell Me Lies 3’: il fascino letale delle relazioni ‘sbagliate’

Avvincente, provocatoria, coraggiosa: una nuova stagione ancora più dark e sorprendente

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Tell Me Lies 3, il trailer della serie originale drama composta da 8 episodi che debutterà il 13 gennaio su Disney+ e su Hulu

La terza stagione di Tell Me Lies è disponibile su Disney+ (con tre puntate al lancio) e un appuntamento settimanale, ogni martedì, per un totale di 8 episodi.

In USA, dove la serie è trasmessa da Hulu, si è creato un grande hype attorno al rapporto torbido dei due protagonisti, Lucy Albright (Grace Van Patten) e Stephen De Marco (Jackson White) tant’è che la rete ha lanciato un podcast ufficiale della serie, che  include interviste settimanali con il cast, la creatrice Meaghan Oppenheimer e i producers.

Una stagione più dark e intensa

Lucy e Stephen riprendono la loro relazione turbolenta dove riemergono le vecchie dinamiche di potere e manipolazione perpetrate da quest’ultimo, e affiorano le conseguenze emotive del comportamento autodistruttivo della protagonista, in una spirale di vergogna, ricatti emotivi e dipendenza dal dolore.

La terza stagione di Tell Me Lies non prova più a sedurre lo spettatore. Lo sfida. E, in certi momenti, lo respinge deliberatamente. Se le prime due stagioni giocavano con l’attrazione malsana della relazione tossica, Lucy e Stephen come variazione contemporanea del mito romantico, qui la serie sembra interessata a qualcosa di più scomodo: osservare cosa resta quando il fascino è evaporato e il danno è irreparabile.

È una stagione più dark, volutamente provocatoria. Tell Me Lies 3 rinuncia quasi del tutto alla gratificazione narrativa. I personaggi non imparano, non evolvono, non trovano redenzione. Persistono. Ed è proprio in questa insistenza che la serie trova il suo nucleo più interessante e più controverso.

Lucy Albright e Stephen De Marco non sono più solo due giovani intrappolati in una dinamica distruttiva: diventano il centro di un ecosistema emotivo, in cui ogni relazione viene contaminata.

C’è una scena particolarmente emblematica e di grande impatto in cui De Marco porta all’estremo il suo comportamento; a quel punto, la sua ragazza gli chiede: “Perché stai facendo questo?”

E lui le risponde: “Perché voglio farti soffrire e non so come altro farlo”.

Ecco, quella risposta è il cuore di Tell Me Lies, è una verità nuda e cruda che nulla ha a che fare con l’amore e che, paradossalmente, alimenta la relazione sentimentale tra i protagonisti, la nutre, la rende dolorosamente reale.

Il Baird College, che nelle prime stagioni era spazio di scoperta e desiderio, ora è una camera di risonanza per traumi irrisolti, scelte rimandate e responsabilità evitate. Lì dove molte serie si concedono storie di redenzione, crescita o una qualche forma di catarsi, questa stagione rifiuta tutto e si piazza dritta nel mezzo della frattura emotiva dei suoi personaggi, giocando con i loro demoni.

Stephen non viene umanizzato né spiegato: è  un “psychological puppet master” come lo definisce lo stesso Jackson White, è un pattern che si riproduce più che un individuo da comprendere.

Lucy, dal canto suo, smette di essere vittima leggibile e diventa complice della propria deriva.

Lucy e Stephen non sono più una coppia tossica da analizzare, ma una struttura di potere che si autoalimenta. Lui è il controllore emotivo, lei la vittima che interiorizza il danno fino a farlo funzionare contro se stessa. Si incastrano alla perfezione perché si compensano nei loro aspetti caratteriali. Ma, al contempo, c’è attrito perché quegli stessi aspetti sono disfunzionali, nocivi, patologici.

La terza stagione ci rivela qualcosa di estremamente importante che non era ben chiaro nelle prime due stagioni: Lucy non è la vittima perché ha incontrato un uomo “sbagliato”; Stephen ha intercettato la sua parte sommersa, quella bisognosa di amore ma che, al contempo, necessita di auto infliggersi una punizione. Perché, in fondo, si sente “sbagliata” anche lei.

Le relazioni ‘pericolose’

Perché siamo ossessionati dalla storia tra Lucy e Stephen? Perché gli spettatori non odiano Stephen, lo riconoscono, in quanto è un personaggio emotivamente realistico; lui rappresenta quello che gli psicologi chiamano ‘il rinforzo intermittente’, ovvero un meccanismo psicologico per cui una ricompensa arriva in modo imprevedibile, non costante. Ed è proprio questa irregolarità a rendere il comportamento più resistente, perché l’altro continua a investire aspettandosi che prima o poi la gratificazione torni.

Stephen alterna attenzione e rifiuto, vicinanza emotiva e distanza, promesse e ricatti emotivi. Non è la presenza della ricompensa a legare, ma la sua possibilità. E l’attesa diventa dipendenza.

Questo comportamento reiterato, che ha in sé della crudeltà, mostra come l’abuso psicologico possa semplicemente accadere e passare inosservato. E questo lo rende estremamente pericoloso.

Lucy rappresenta il tradimento di sé, l’autoinganno. E la speranza, quella parte di sé che la induce a credere ogni volta che le cose andranno diversamente.

Una scelta narrativa coraggiosa

Anche le storyline secondarie seguono questa linea. L’ex ragazza di Stephen, Diana (Alicia Crowder) sceglie deliberatamente di abortire. Questo “colpo di scena’” ha diviso il pubblico, non tanto per il tema affrontato, quanto per il modo in cui viene sottratto a ogni retorica edificante.

Dal punto di vista formale, la serie resta fedele a un’estetica pulita, quasi patinata, che contrasta volutamente con la brutalità emotiva delle situazioni. È una patina che non consola, ma amplifica il disagio: tutto è troppo ordinato per contenere quello che sta succedendo davvero.

La terza stagione Tell Me Lies 3 è senza dubbio divisiva. C’è chi la accusa di compiacersi del dolore, di reiterare dinamiche senza offrire alternative. Ma forse il suo intento è un altro: mostrare come certe relazioni non siano “archi narrativi”, bensì strutture.

In una recente intervista con TheWrap, la showrunner Meaghan Oppenheimer ha spiegato che la sua decisione di mantenere Lucy e Stephen in conflitto anche quando sembrano riavvicinarsi, risiede nell’impossibilità dei personaggi di superare certi traumi. Afferma, inoltre, che la narrazione trae forza da questi attriti.

Oppenheimer compie una scelta coraggiosa, che rifiuta di costruire una narrazione consolatoria ma poco veritiera. Nella realtà esistono relazioni ‘irrisolvibili’ che non possono essere sanate.

Tell Me Lies smette di chiedere allo spettatore di empatizzare e gli chiede invece di restare. Di guardare. Tell Me Lies non pretende di spiegare perché restiamo in relazioni che ci distruggono. Vuole solo mostrare cosa succede quando restiamo.

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