Stranger Things non è più una serie, è un’esperienza collettiva. E in tale prospettiva, il documentario Stranger Things: un’ultima avventura si erge non come specchio di come sia stata girata la quinta stagione, ma rappresenta l’esatto momento in cui un’intera community si prepara a dire addio a qualcosa che ha accompagnato la sua crescita. È in questo frangente emotivo che il backstage finisce per confluire inevitabilmente in un rito di passaggio, in cui attori, autori e pubblico cercano di chiudere insieme una storia che, in realtà, nessuno vuole davvero lasciare andare.
Cerchiamo dunque, almeno ove possibile, di tirare le somme di uno dei percorsi seriali più affascinanti vissuti negli ultimi anni.
Un rifugio emotivo
Il documentario si apre nel modo più onesto possibile: con due autori in crisi. I fratelli Duffer sono seduti davanti al finale di Stranger Things 5 come davanti a una parete bianca, consapevoli che non stanno scrivendo soltanto l’ultimo capitolo di una serie, ma il punto finale di un pezzo di vita per milioni di persone. È un’immagine potente perché ribalta il punto di vista: non sono i fan a essere schiacciati dall’attesa, sono gli autori. Esattamente come Stranger Things, diventata nel tempo un rifugio emotivo, una zona sicura in cui tornare quando il mondo reale sembra troppo opaco o ostile, Hawkins non rappresenta più solo un luogo narrativo, ma una vera e propria geografia sentimentale condivisa.
Il documentario, in questo senso, non è tanto un making of quanto un rito collettivo di elaborazione del lutto: mostrare il processo serve a rendere accettabile la fine e metabolizzarla.
La nostalgia è un piatto che va servito freddo
I Duffer raccontano di aver trovato la voce di Stranger Things nel momento esatto in cui hanno smesso di cercare di piacere agli altri. Scrivere “da nerd a nerd” non è uno slogan, è un metodo. La serie si pone inevitabilmente in questo contesto come nata da un’immersione totale nella filmografia di Spielberg, nei romanzi di Stephen King e nella mitologia pop degli anni Ottanta. Tale ecosistema non viene però fruito e riciclato come citazione sterile, ma si presenta come nostalgia vissuta e trasformata in linguaggio comune. Stranger Things funziona perché è genuina, e nell’esserlo non chiede il permesso a nessuno.

Accessibile a tutti ma profondamente trasgressiva per il mercato televisivo che la circondava, il primo ostacolo da ridimensionare nella propria mente non era il Mindflayer, ma l’industria, il cui DNA proponeva storie di formazione con bambini pensate per un pubblico di bambini. Tutto questo mentre, situati nell’altro marciapiede, i Duffer mettevano al centro l’infanzia dentro un contesto che non la proteggeva affatto. Il sottosopra si è sempre presentato spaventoso proprio perché ignoto e coerente nelle sue grottesche logiche, seguendo la scia di un worldbuilding che non cercava l’effetto ma la credibilità interna (della quale abbiamo avuto modo di parlare qui). Così, la nostalgia smette di essere comfort food e comincia la propria metamorfosi per divenire carburante narrativo, dalla materia prima tanto derivativa quanto originario.
Un’ultima avventura
Caratterizzato lungo gran parte della sua durata come un appassionante tuffo nel passato, il documentario sceglie deliberatamente di non avere fretta. Dura due ore, come il finale di serie, e si muove con la medesima filosofia: esplorando con passione ogni angolo, sviscerando con genuina curiosità ogni nervo scoperto di una produzione che ha del gigantesco. Dalla scrittura alle scenografie, dalla costruzione dei set alla pianificazione dei ben 250 giorni di riprese, Un’ultima avventura costruisce un percorso che è frutto tecnico ed emotivo di una profonda intelligenza audiovisiva: nel modo in cui alterna ciò che viene detto e ciò che viene mostrato, nell’eleganza con cui rispetta una regola non scritta del cinema, ovvero quella di non spiegare mai senza dare anche un’immagine che incarni quella spiegazione.
Il risultato è un’esperienza che soddisfa sia lo spettatore affamato di conoscenza sia quello che non è ancora pronto a lasciar andare questa storia. È un ultimo giro sulla giostra, ma intrapreso con rispetto, senza la sensazione di essere guidati forzatamente verso la nostalgia. E proprio qui il documentario trova uno dei suoi momenti più autentici: quando Noah Schnapp dirige la controfigura incaricata di ricreare una scena della prima stagione, non sta semplicemente lavorando su una sequenza, ma rivivendo il proprio percorso, la propria crescita, la propria avventura dentro Stranger Things. È una scena, oltre che una diramazione emotiva, toccante, proprio perché non è costruita per commuovere: l’emozione è già lì, sedimentata in dieci anni di lavoro condiviso.

Una forza genuina
La forza del documentario risiede in tal senso nel suo rifiutarsi di spingere sull’acceleratore del ricatto emotivo o di chiedere allo spettatore di intenerirsi: in un meccanismo in cui tutto si presenta come carico di energia sin dal primo minuto, donare una doppia chiave di lettura apparirebbe stucchevole, oltre che profondamente superfluo.
La sinergia che emerge fa bene a tutti, soprattutto agli attori, che in un circolo virtuoso si lasciano ispirare dallo stesso materiale creativo che loro stessi hanno contribuito a generare. In questo senso, al netto delle criticità di scrittura della serie, è giusto riconoscere ai Duffer un merito enorme: nella direzione creativa del cast, specie in un ensemble così vasto, sono stati impeccabili. Dare a Cesare quel che è di Cesare.
Il finale di Stranger Things è un oggetto scisso, con il documentario che sceglie deliberatamente di mostrarci solo una porzione di tale frattura. Lo si legge in modo esplicito nel flusso di ricordi, quando i fratelli più famosi del momento, raccontando di quando a 8 anni hanno ricevuto dai propri genitori una videocamera, ammettono di essere entrati a gamba tesa nel mondo della Settima Arte con il solo intento di dirigere, facendo la conoscenza solo in un secondo momento con la parola sceneggiatura. Evidente in tal senso come il suddetto articolo non possa esimersi dal diramare un accenno al finale, rivelatosi a larghe riprese più un conflitto di intenti che un prodotto coeso come forse il mercato avrebbe meritato.
Un finale bipolare
Da un lato emotivamente potentissimo, tutto nella quinta stagione – e di conseguenza nel backstage – trasuda un forte amore per i personaggi, oltre che la lodevole passione dei Duffer nel voler onorare una favola durata dieci anni. Dall’altro lato, la sua impalcatura narrativa non regge il peso che le viene imposto. Le criticità sono evidenti: plot armor che proteggono i protagonisti in modo quasi caricaturale, regole del sottosopra pigramente violate, un ecosistema fantasy che smette di essere coerente proprio quando dovrebbe consacrare la sua solidità e maturità.

La CGI incerta, la pigrizia di alcune scelte di scrittura, persino la decisione di ricreare una scena della prima stagione con un bambino “sostituto” invece di pianificare per tempo una soluzione più elegante, parlano di una produzione che arriva fin troppo entusiasta al traguardo. Le interviste post-uscita lo confermano: quando i Duffer rispondono in modo vago su assenze e buchi di trama, parlano da fan, non da autori. È qui che l’industria smette di collaborare e finisce per presentare il conto, mettendo a nudo l’inesperienza di due registi innamorati del loro mondo e portandoli a scontrarsi con quello che avviene fuori dalla loro bolla.
Dietrologia del fandom
Quella che potrebbe apparire come una bocciatura velenosa in termini di sceneggiatura, è presto confermata dalla medesima follia che ha visto prevedibile protagonista il web: la teoria del “conformity gate” esplosa durante l’ultima settimana non nasce nel vuoto, ma proprio da tale frattura, dalla sensazione diffusa, oltre che quasi istintiva, che qualcosa non quadri. L’isteria collettiva che ha circondato il falso finale di stagione è un fenomeno sociologico prima ancora che narrativo. Stranger Things non appartiene più ai Duffer ma a una comunità che ha scelto di investire nella serie anni di vita, sposando le sue emozioni e la sua identità.
Quando una storia arriva a questo punto, la fandom finisce per percepire ogni scelta come un atto politico: così facendo si analizzano teaser vecchi di un anno come se fossero prove, si costruiscono castelli teorici su dettagli confusi per errori di distrazione, tutto per trovare disperatamente una verità alternativa insita alla macchina.
È irrazionale, certo. Ma è anche il sintomo di un attaccamento che non vuole accettare l’idea che una storia possa semplicemente finire. La posta in gioco era così alta sul piano concettuale, e allo stesso tempo così distante da quello puramente legato alla messa in scena, che l’isteria ha finito per prevalere. Si è così tentato di difendere, contro tutto e tutti, due fratelli ai quali — senza voler sminuire nessuno, anche perché il livello registico è indubbiamente elevato, con alcuni momenti tecnicamente iconici perfettamente coerenti con la mano di un pilastro del team di ST5 come Frank Darabont — è stato affidato un vero e proprio foglio bianco, carico però di un’eccessiva fiducia sul piano esclusivamente narrativo.

Era già tutto previsto
Il paradosso dei grandi finali è che sono destinati a deludere. How I Met Your Mother, Lost, Game of Thrones: non perché siano necessariamente sbagliati, ma perché chiudere una storia significa necessariamente tradire una parte del pubblico. Stranger Things paga anche un altro prezzo: quello di essere figliastra degli anni Ottanta. In un immaginario che viene da E.T., da I Goonies, da Indiana Jones, che sopravvive a tutto — pure ad una bomba atomica — i personaggi devono vivere per poter continuare a sognare. Non è un problema che sopravvivano; il problema è quando lo fanno senza che le regole dell’universo lo permettano. Eppure il pubblico chiede morti, chiede tragedie, dimenticando la grammatica emotiva di quel cinema. In questo senso, l’hype è corresponsabile: più cresce, più schiaccia ciò che rimane di genuino.
Il futuro di Stranger Things: capitolo zero
La serie animata e il prequel da pochi giorni annunciato dai Duffer non nascono tanto dal calcolo quanto dall’incapacità di separarsi dalla propria creatura. Una decisione che, guardando all’impalcatura complessiva e pensando al fascino sempreverde di Hawkins, suona ben più genuina e motivata di molte altre operazioni cugine sorte nell’intricato mondo delle piattaforme streaming. Ma espandere un mondo, anche se in modo ponderato e sincero, non permette di prescindere dal modo in cui si decide di farlo. Il caso del musical di Broadway è emblematico: rivelare elementi fondamentali della lore, come la nascita dell’antagonista, in uno spazio elitario e poco accessibile al fronte popolare è un errore di concezione prima ancora che di marketing.

Stranger Things merita di più perché la sua forza è sempre stata la condivisione. Il documentario dimostra proprio questo: quella sinergia tra cast e autori è reale, costruita in dieci anni di lavoro e fiducia. Forse il finale è fragile, forse la scrittura vacilla, ma la famiglia che ha creato questa favola è autentica. E in un’industria che spesso fabbrica affetti sintetici, questo non è poco.