Conversation
‘Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione’ conversazione con Bonifacio Angius
Sintesi e apice della poetica di Angius Confiteor è l’atto conclusivo di un romanzo cinematografico a cuore aperto
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2 mesi agoon
Presentato in anteprima alle Giornate degli Autori dell’82 Mostra del Cinema di Venezia Confiteor – Come Scoprii che non avrei fatto la rivoluzione di Bonifacio Angius è stato uno dei film migliori uscito nelle sale italiane durante l’anno appena trascorso a conferma del talento del suo regista. Del film abbiamo parlato con Bonifacio Angius.
Confiteor di Bonifacio Angius
Dentro Confiteor – Come Scoprii che non avrei mai fatto la rivoluzione ho ritrovato temi, stati d’animo, luoghi e persone raccontati nei lungometraggi precedenti. Qui è come se li raccogliessi tutti per dare loro un palcoscenico che permette di percepirli al massimo grado.
Anche io credo che sia così. Confiteor per me è il film che chiude un percorso stilistico narrativo. Non credo che rifarò dei lungometraggi simili a parte quello che ho in testa da anni che dovrebbe essere un film a episodi a partire da Destino, il cortometraggio presentato a Venezia qualche anno fa in cui c’è un personaggio importante per la mia cinematografia. Per forza di cose questo lavoro avrebbe le stesse caratteristiche degli altri, ma se dovessi pensare di fare un film con le stesse tematiche potrebbe essere solo un documentario, un genere a cui in questi giorni sto pensando di ritornare.
La frase che fa da premessa a Confiteor, ovvero che ci vuole sempre amore per raccontare storie e che per raccontarle ancora meglio lo devi aver perduto, riassume l’urgenza primaria dei tuoi film, – da Perfidia a Ovunque Proteggimi -, quella di raccontare l’amor perduto senza infingimenti e con i suoi alti e bassi.
Ho sempre raccontato l’amore come un’illusione. All’inizio non me ne ero reso conto. C’è voluto del tempo per accorgermene.
Una delle accezioni del sottotitolo di Confiteor potrebbe riferirsi proprio a quest’ultimo concetto.
Sì, soprattutto a questo. Alla fine credo che l’amore sia stato il carburante per fare questi film. Senza di quello non ci sarebbero mai stati perché per realizzarli c’è voluta una motivazione fuori da ogni immaginazione.
L’amore
Anche quando questa cosa risulta meno evidente, come ne I Giganti, è comunque presente.
I Giganti nasce da una storia d’amore che mi coinvolge fuori campo. È una dichiarazione d’amore verso una persona che amo da quando avevo tredici anni.
D’altronde che il tuo cinema sia profondamente legato al vissuto lo dimostra la costruzione narrativa e visiva di Confiteor in cui vita e cinema si confondono una nell’altro.
È talmente vero che in Perfidia per il personaggio di Giulia ho scelto l’attrice per la sua somiglianza con questa persona. Ho fatto in modo che anche la pettinatura le somigliasse. È questo il motivo per cui ne ho fatto un personaggio muto. Se l’avessi fatta parlare si sarebbe rotto l’incantesimo.
Il marchio di fabbrica
Tra le altre cose Perfidia ha creato il tuo marchio di fabbrica prodotto dalla recitazione antinaturalistica dei tuoi protagonisti capaci di scandire la storia all’insegna dello straniamento. Un po’ come fanno Nanni Moretti e Gianni De Gregorio nei loro film.
A me pare di far recitare i personaggi nella maniera corretta. Poi è vero che amo giocare con il loro imbarazzo perché amavo molto come lo faceva Massimo Troisi. Lui usava la chiave comica per raccontare l’imbarazzo del suoi personaggi. Io magari ne racconto il lato più tragico, più drammatico, pensando che quando non riesci a comunicare tendi a ripeterti. Lo puoi fare per nascondere a un altro un errore, oppure perché non sai cosa dire e il dialogo per forza di cose stenta a prendere quota.
Questo fa sì che i tuoi film non possano essere replicabili. Sono pezzi unici.
Sì, e quando hanno tentato di farli uguali il risultato è stato terribile. Comunque essere originale nelle cose che faccio mi rende orgoglioso. Nel cinema è stato fatto già tutto per cui riuscire a dargli una caratteristica personale, soprattutto se non realizzi boiate, non è facile.
Il protagonista di Confiteor di Bonifacio Angius
Nel protagonista di Confiteor ho ritrovato le stesse fragilità, le stesse esitazioni e imbarazzi che a suo tempo avevo visto in quello di Perfidia. Allora non potevo sapere quanto ti appartenessero. Oggi dopo Confiteor capisco da dove venivano.
Tu li vedi così? Perché l’Antonio di Confiteor è molto incazzato, mentre in Perfidia l’atteggiamento di Angelino è di tutt’altra pasta.
Volevo dire che sono due facce della stessa medaglia. Rispetto ad Angelino, Antonio ha più consapevolezze, frutto di una vita – la tua – nel frattempo andata avanti.
Sì, in questo senso può essere.
In Angelino e Antonio c’è la stessa purezza.
Questo è vero anche se poi ci vorrà ancora del tempo per riuscire a dimostrare che io sono un uomo buono.
Tematiche e struttura narrativa
In Confiteor racconti una specie di riemersione da ciò in cui sprofondi al cominciare della storia. Prima c’è il drammatico incidente, c’è la droga, poi segue quello che è il cuore del film, ovvero il tuo lento ritornare a galla, con la sciagura iniziale destinata a diventare metafora della tua condizione.
Sì, assolutamente, c’è proprio questa volontà di tornare a galla. Lui non può che riemergere. Non ha alternative.
Anche se nel bellissimo finale, con questo film che non si riesce a girare, rilanci le caratteristiche conflittuali della realtà.
Penso non si possa fare qualcosa di risolto perché neanche la morte è risolutoria.
La sequenza finale sembra girata nell’aldilà perché fai incontrare personaggi vivi e morti. Se il contesto è metafisico la costruzione della scena insegue un realismo tout court nell’intenzione di girare ogni secondo della distanza che tuo figlio deve percorrere per arrivare al punto di stazione della mdp.
Penso che siano due aspetti che vadano di pari passo perché la realtà così com’è ha poco a che fare col cinema, ma ha poco a che vedere anche con le persone. Ogni uomo è una realtà. Ogni scatola cranica ha occhi che guardano a una realtà diversa. Altra cosa è la verità. Secondo me l’opera d’arte non va a ricercare la realtà altrimenti la pittura si sarebbe fermata al figurativo, ai nervi della muscolatura dell’essere umano, del cavallo, degli animali. Invece non è cosi a dimostrazione che non hanno niente a che vedere con l’oggettività. Ripeto, per me l’arte visiva non centra con la realtà che alla fine è solo robetta.
Bonifacio Angius e il suo Confiteor
Quello che dici lo teorizzi in maniera divertente: a tuo figlio che ti rimprovera perché nel film guidi, cosa che nella vita non fai, tu rispondi che però hai sempre desiderato farlo.
Io gli rispondo una volta ho sognato di guidare ma non so come si fa.
In quella risposta c’è molto del tuo cinema.
Sì, però è una battuta che è venuta così, non ho pensato a significati nascosti. Nella vita non ho mai preso la patente. La prima volta a diciotto anni mi hanno bocciato. Dopo sono andato in Spagna e non ho avuto bisogno della macchina. Una volta tornato in Italia ho passato la teoria ma sono stato bocciato tre volte di fila all’esame pratico. La cosa interessante è che siccome mio padre aveva avuto questo incidente terribile che gli aveva distrutto la vita, io a sedici anni avevo deciso che comunque non avrei mai guidato. Quindi in un certo senso mi sono auto sabotato. Tieni conto che in Sardegna non avere la macchina è complicato perché i servizi non sono come quelli delle grandi città e se vuoi raggiungere le spiagge più belle e meno frequentate la devi per forza avere.
Più generi
Considerando Confiteor come il tuo Otto e mezzo ci sono due aspetti da mettere in evidenza. Il primo riguarda il tuo amore per i generi cinematografici che dichiari declinando il film adottandone di volta in volta le forme, dal western al noir, dalla commedia all’horror.
Io non sono affezionato ai generi, ma ai bei film. Ci sono alcuni titoli di genere che sono meravigliosi. Penso a Quei Bravi Ragazzi ma anche a Casinò che in pochi hanno capito. Per molti è solo un proseguimento del primo per cui lo snobbano. In realtà è una meraviglia, una specie di racconto biblico e ancestrale perché è la storia di un uomo fortunato che a un certo punto decide di comprarsi l’amore per poi scoprire che non è possibile farlo. La meravigliosa ragazza di cui si innamora, – interpretata da Sharon Stone -, è una donna promiscua abituata a vendere il corpo per cui dovrebbe essere facile da conquistare. In realtà non è così perché lei è innamorata dell’uomo più squallido che esiste, che poi è il pappone interpretato magnificamente da James Wood. A me basta quello per metterlo tra i racconti più strabilianti che conosco.
Il secondo aspetto è quello della concentrazione spaziale che qui ancora, più che ne I Giganti, diventa il volano per far volare l’immaginazione permettendo al racconto di abbracciare l’intero mondo.
Sì, certo, ma poi alla fine anche ne I Giganti, lo spazio è relativo, perché su 80 minuti di film non c’è un’inquadratura ripetuta. L’immaginazione del mondo che tu racconti è svincolata da quanti chilometri hanno fatto i personaggi.
Secondo me in Confiteor riprendi quel discorso dimostrandone le potenzialità attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio nei diversi luoghi della tua esistenza.
Sì, dei non luoghi, dei luoghi astratti che stanno dentro l’anima e il ricordo e che dunque non saranno mai filmati. Del luogo reale c’è pochissimo perché la maggior parte degli ambienti sono ricostruiti in teatri di posa dove ho ricreato immagini che assomigliassero a quelle originali. Per cui quando il protagonista lascia Sassari per andare ad Alghero quello che vediamo è in realtà una panoramica della periferia di Varsavia filmata da un drone.
Un conflitto
Il film è attraversato da un tensione che nasce dal conflitto tra interno e esterno. Mi viene in mente la scena in cui tu e Miao Miao siete all’interno di un bistrò dai cui vetri si scorgono le forme della Piazza Rossa. D’altro canto la frammentazione degli ambienti interni, spesso claustrofobici e inquadrati solo in parte, rimanda alla conflittualità tra la realtà e il protagonista.
La bellezza del cinema è che io posso andare dovunque senza necessità di spostarmi. Non ho avuto bisogno di andare in Russia per raggiungere quel luogo anche perché non esiste un bar da cui puoi vedere quella piazza. La settima arte è una magia e nei miei film mostro il perché. E poi le cose vanno viste con gli occhi un po’ infantili di un bambino, facendo a meno della ragione e abbandonandosi alla storia. Se ti mostro due personaggi che stanno prendendo una vodka sulla piazza rossa tu non hai altro da fare che crederci.
In Confiteor i personaggi si specchiano uno dentro l’altro perché tu sei sia figlio che padre e sei anche in parte lo scrittore che abitava nella tua casa prima di te. Quest’ultimo ti assomiglia non tanto nelle vicende autobiografiche ma nel rapporto tra la sua opera e la società in cui vive.
La storia dello scrittore parte da un fatto vero. Una volta sono andato a parlare con un romanziere della mia città, che si chiama Salvatore Mannuzzo perché volevo fare una trasposizione cinematografica di un suo racconto. In quell’occasione mi disse che aveva vissuto nell’appartamento che poi era diventato lo studio di mio padre, quello che nel film sono riuscito a ricostruire pressoché uguale. A quel punto ho pensato di trasfigurarne la vicenda sia perché era una penna stupefacente, sia perché nella vita è stato trattato malissimo. Arrivarono persino a dire che portava iella. Io l’ho voluto paragonare a Fernando Pessoa perché un artista può essere quel che vuole. Ha il dono di creare attraverso un’illusione che è più vera del vero. Questo film è la risposta a delle persone che volevano negare l’esistenza dei sentimenti. Io questa esistenza l’ho presa e l’ho rinchiusa in uno scrigno magico che è il film. Da quel momento in poi non la si può più contestare anche perché lì dentro non c’è una bugia. Se tu ne mettessi una, e io ci ho provato, si muoverebbe come un corpo estraneo. Tutto ciò che non era summa di una verità profonda nel film diventava come un graffio, uno sputo dentro il candore.
Dicevamo di come il film è costruito su una mescolanza di generi. Confiteor si apre alla maniera di un noir, con l’inconscio del protagonista pronto a riversare sullo schermo un mondo che sta per crollare. La voce fuori campo, la macchina che procede senza meta nel buio della notte, il drammatico incidente e in lontananza il rumore dei passi di una sorta di dark lady di cui inquadri solo piedi e caviglie ne sono testimonianza.
Come si fa nei noir inquadro le caviglie perché il volto di quel personaggio doveva essere svelato solo più tardi a seguito di un trauma che colpisce il protagonista. Dunque si, è una lettura che ci può stare nonostante alcune soluzioni sono frutto dell’istinto che rielabora ciò che conosciamo del cinema. In questo senso il film è sicuramente pieno dei lungometraggi che ho visto anche se razionalmente non ne ho ricordo. Io non ho nessun problema ad ammettere che il mio film è figlio del cinema. Non potrebbe essere altrimenti. Certo è che mentre giro può capitare che una scena ricordi una determinata opera di cui il più delle volte mi sono dimenticato il nome. Quando succede è come se questa memoria mi desse la sicurezza di sapere che sto andando nella direzione giusta.
Lo stile
La prima volta che ho visto Confiteor ti dissi che lo stile del film ricordava quello dei manga giapponesi senza peraltro poterti indicare con precisione la ragione di questa affermazione. Si trattava più di una suggestione che di qualcosa presente sullo schermo. Sei ancora d’accordo con la mia affermazione?
Sì, certo. Ciò che dici penso sia frutto dei miei pomeriggi di bambino popolati dalle serie di cartoni animati giapponesi. Questo ha finito per influenzare le immagini di Confiteor. Nel poster per esempio c’è un gatto la cui presenza a posteriori me li ha ricordati. Non stiamo parlando della maestria presente nelle opere di Miyazaki ma di altre cose che per la mia formazione sono state comunque importanti.
Il film è costruito con una linearità temporale in cui passato presente e futuro sono un tutt’uno. Con il montaggio hai lavorato sulle assonanze tanto quanto su rapporto di causa effetto. Fatto sta che Confiteor ha un montaggio strepitoso.
C’è voluto tempo. Un giorno Walter Fasano mi disse che sono molto bravo in quel campo. Ora io non so se è vero, magari lo scoprirò quando monterò il film di qualcun altro. Per il momento ti posso dire che nel farlo ci metto tutto l’amore possibile, e comunque avendo sempre montato da solo i miei film ho raggiunto una certa esperienza. Se poi entriamo nello specifico ti dico che per esserne capace devi avere una conoscenza profonda del cinema e padroneggiare bene il materiale che stai trattando. Quando sei di fronte a un grande montatore si vede subito la differenza perché è sempre qualcosa di efficace.
Fotografia e attori di Confiteor di Bonifacio Angius
Nel film la fotografia aveva il compito di restituire i diversi stati d’animo del protagonista. In tal senso illuminazione e colore sono stati impiegati in tutte le loro potenzialità.
In fase di colore ho lavorato con Ivan Tuzzi che con me ha fatto tre degli ultimi quattro film. Lui è uno che ha lavorato con Vittorio Storaro e ha voluto fare questo film a tutti i costi perché aveva piacere di confrontarsi con un film diverso da quelli che di solito gli arrivano a Cinecittà, omologati dall’uso pressoché costante della fotografia digitale. Rispetto a I Giganti in cui esaltavamo i chiaroscuri con tonalità oro, verde e rosso qui abbiamo usato una colorimetria diversa, utilizzando pellicole Fuji – a proposito dei rimandi ai Manga – che proponevano una curva di controllo simile alla Kodak esaltando il ciano, il bianco e il nero.
Parlando degli attori la mia idea è che avendo in scena personaggi con poco minutaggio avevi bisogno di facce capaci di farli rimanere comunque impressi nella mente dello spettatore. Penso per esempio a quello di Giuliana De Sio.
Proprio così. Giuliana in particolare è un’attrice fantastica, generosissima, per questo mi dispiace aver tagliato una scena in cui è stata memorabile. Ci ho pensato tanto ma alla fine ho sentito che nell’economia del film qualcosa non funzionava. Così ho preso il coraggio e l’ho tolta. Con il senno del poi posso dire che il film funziona meglio così.
Nel film recita anche tuo figlio Antonio. Il suo è un ruolo davvero importante anche in termini di minutaggio e lui se la cava benissimo.
All’inizio Antonio non l’aveva presa sul serio così a un certo punto sono andato a dirgli che nessuno può prendere in giro la macchina da presa. Da lì in poi è diventato diligentissimo ed è stato di una generosità incredibile. Dopodiché lui è consapevole che se vorrà fare l’attore dovrà studiare sodo perché il cinema ti impone grande conoscenza tecnica e culturale.
Un’altra scoperta di Confiteor è Simonetta Columbu, irresistibile nel personaggio di Miao Miao.
Simonetta è stata una scoperta incredibile. Con lei ho girato la mia prima scena in cui era previsto il contatto con una donna. Sapevo che mi sarei bloccato se davanti a me avessi avuto un’attrice che lasciava trasparire un qualche tipo di imbarazzo. Questo non è successo e da lì ho capito che avevo davanti un’interprete di razza. Il resto l’hai visto nel film.
Riesce a essere sensuale con una grazia davvero rara.
Sì, è vero non è mai volgare nonostante il carattere del suo personaggio. Appena avrò un altro ruolo adatto a lei torneremo a lavorare insieme.
L’ultima scena
Volevo tornare sull’ultima scena, quella in cui tu, tuo padre e tuo figlio vi ritrovate insieme per girare il segmento conclusivo di Confiteor. Volevo che me ne spiegassi la genesi perché la sensazione è quella di una sequenza più ispirata che ragionata.
La libertà creativa mi ha dato la possibilità di girare il finale come non avevo fatto neanche nei primi cortometraggi. Mi ricordo che stavo discutendo con un’assistente quando mi è venuta l’idea del finale quindi ho chiesto a mio padre se mi poteva accompagnare in un’area dismessa poco fuori dalla città. Avevo con me solo la macchina da presa e il treppiedi. Peraltro in scena ci siamo tutti e tre perché mio padre lo si può scorgere dentro la macchina, seduto vicino al sedile del guidatore. La frase del film “noi tre insieme siamo una storia d’amore” viene da quella situazione. Tieni conto che io davo l’azione e poi velocemente mi mettevo davanti alla mdp per recitare. Il giorno prima mio padre aveva rotto il parasole per cui abbiamo girato con i riflessi che entrano in campo e che poi ho tenuto perchè questi cadevano su più punti in cui mi fermavo io. Anche la la cornacchia che vola via non è un effetto speciale ma un’altra di quelle coincidenze per cui ti dico che il cinema è davvero una magia.