Diretto da David Schurmann, Il mio amico pinguino (My Penguin Friend) è un film ispirato a una storia vera, interpretato da Jean Reno nel ruolo di João, un pescatore brasiliano segnato da una perdita personale che instaura un legame inatteso con un pinguino di Magellano salvato dal mare.
Già da qui è chiaro l’intento: racconto umano, anima “family”, struttura semplice. Ma attenzione: semplice non vuol dire brutto o filmino. E questo film, nel bene e nel male, lo sa benissimo.
Il mio amico pinguino: una trama minimal
Qui sta uno dei punti più dibattuti dalla critica: la semplicità narrativa è una forza o una debolezza? Per alcuni è un film “too safe”, troppo prudente, che non rischia mai davvero. Per altri è proprio questa assenza di cinismo a renderlo sincero.
La verità probabilmente sta nel mezzo. Il mio amico pinguino è un film che sceglie di non sporcarsi le mani, di non forzare il dramma, di non cercare la scena-meme da trailer. È coerente, ma paga questa coerenza con una certa prevedibilità.
La trama sceglie una strada precisa e non devia mai: raccontare una relazione uomo-animale senza caricarla di simbolismi inutili o forzature emotive. João salva il pinguino, lo cura, lo lascia andare. Poi succede qualcosa che non dovrebbe succedere. Il pinguino torna. E torna ancora… e ancora.
Qui il film fa una scelta intelligente: non spiega troppo. Non cerca la spettacolarizzazione della “fedeltà animale”, non antropomorfizza in modo eccessivo, non trasforma l’animale in mascotte da lacrima facile. Il legame esiste e basta.
La regia di Schurmann è pulita, spesso contemplativa, a tratti quasi documentaristica. Il mare non è solo sfondo, ma ritmo narrativo. Il tempo è dilatato, volutamente. E questo, per alcuni, è un pregio; per altri, un limite.
Jean Reno: presenza più che interpretazione
Jean Reno non “recita” nel senso classico del termine. Sta lì. Guarda. Cammina. Aspetta. Il suo ruolo è quello di interpretare João, un uomo che ha smesso di fare domande alla vita e che non cerca risposte. Un’interpretazione quasi “trattenuta”, è vero, ma sarebbe sbagliato aspettarsi un arco emotivo tradizionale: non c’è trasformazione spettacolare, non c’è catarsi plateale (musica che sale, primo piano che chiede lacrime…).
C’è una convivenza silenziosa con il dolore. E Reno, piaccia o no, regge questa scelta perfettamente.

Emozione sì, ma a basso voltaggio
Una cosa va detta chiaramente: Il mio amico pinguino non è un film strappalacrime classico. Se si entra in sala aspettandosi il colpo al cuore programmato, si rischia di restare invece spiazzati. Il film lavora su una malinconia costante, sottile, come una goccia che cade sempre nello stesso punto e pian piano inizia a farsi sentire.
Il film non prende per il bavero. Accompagna. Se ci si lascia accompagnare, funziona. Se si cerca l’impatto immediato, meno.
Il confronto inevitabile
Un film che potrebbe far venire in mente Hachiko – Il tuo migliore amico di Lasse Hallström con Richard Gere. Entrambi film che mettono in rilievo il rapporto uomo-animale. Ma, in realtà, è un confronto che va maneggiato con cautela.
Hachiko è un film che costruisce tutto sull’attesa e sulla perdita, insistendo fino allo sfinimento emotivo. Vuole far piangere, e ci riesce. Il mio amico pinguino fa l’opposto: evita l’insistenza, preferisce il ritorno alla separazione definitiva, la malinconia alla devastazione.
Se Hachiko è una ferita aperta, questo film è una cicatrice. Non sanguina più, ma si sente quando cambia il tempo.
Il valore di non forzare l’emozione
In fin dei conti, Il mio amico pinguino è un film onesto. Non promette quello che non può mantenere, non finge di essere più profondo di ciò che è. Racconta una storia piccola, vera, con rispetto.
Non è un film per tutti. Non è un film che divide le opinioni per caso. È un film che chiede allo spettatore una cosa semplice e sempre più rara: tempo. Tempo per guardare, per ascoltare, per sentire senza essere guidato passo passo.
E in un cinema che spesso “urla” per farsi notare, questa scelta, anche se imperfetta, merita la sua attenzione e il suo perché.