Connect with us

Rome International Documentary Festival

RIDF 2025. Intervista a Federico Neri per ‘Rose’

Tra etica del ricordo e frame, il montaggio della memoria in formato Super8

Pubblicato

il

rose

Prima tranche di cortometraggi al cinema Tibur per il concorso Short-Doc 2025 del Rome International Documentary Festival, tra piccoli grandi racconti del reale che spaziano dall’auto-analisi all’indagine delle figure dimenticate.

Tra i corti in concorso c’è anche Rose della autrice tedesca Annika Mayer, che osserva e problematizza le immagini di vecchi super8, visioni superficialmente idilliache di pace familiare che conservano però piccole crepe, appena percettibili. Un matrimonio violento a spese di Rose – nonna della regista – con un trauma di una vita coniugale dedita alla paura di un marito dai gesti e comportamenti imprevedibili.

Rose di Annika Mayer è un discorso di sguardi che dall’innocenza di un’immagine scardina una cicatrice familiare. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il montatore Federico Neri, che si è misurato con immagini digitalizzate e visioni incredibilmente dialettiche. Ci ha raccontato della sinergia con Mayer e della questione etica di lavorare con un archivio così intimo e privato. Di seguito l’intervista.

Il lavoro etico sull’archivio

La prima cosa che mi ha colpito nel film è innanzitutto la presenza delle immagini in pellicola. Penso anche per un montatore sia un lavoro diverso quello di misurarsi un archivio personale. Com’è stato lavorare con il formato dei Super8?

Ovviamente partendo dal presupposto che il formato era digitalizzato, io non ho lavorato con la moviola chiaramente, anche se sarebbe stato bello. Però chiaramente il montaggio è un fattore determinante,  nel senso che hai a che fare con un materiale che non sei abituato a gestire e che ha un carattere diverso.  il materiale era completamente muto, per esempio, e tutto il suono è stato completamente ricostruito.
E poi sai che è un materiale privato, che non è stato girato per essere montato in un tipo di lavoro del genere.

Quindi sai che in qualche modo gli devi dare una forma che altrimenti non avrebbe. Poi un aspetto abbastanza interessante da questo punto di vista è che non avendo molto materiale a disposizione, il Super8 ci dava però la possibilità di andare a vivisezionare l’immagine, che poi è quello che fa la pellicola essendo una sequenza di frame.

E noi attraverso l’uso dello slow motion, che all’inizio era una scelta quasi obbligatoria dovuta al fatto che il materiale era poco, ne abbiamo fatto una scelta stilistica. Ecco, forse questo è l’aspetto più interessante dell’avere la pellicola: hai i singoli frame e quindi puoi andare a vivisezionare il materiale, a ricercare nel singolo quello che nella continuità del movimento non troveresti, mente nel digitale è diverso – certo puoi fare frame by frame lo stesso – però è un altro effetto. Il frame nella pellicola è un pezzo di materia.

rose

Mi viene in mente, poi, anche la questione etica delle immagini e dell’archivio. Com’è stato lavorare con un girato così intimo e privato? Vi siete confrontati con la regista su come trattare alcuni elementi?

Questa è una domanda cruciale secondo me. Il discorso che ci siamo fatti è quello di cercare di non rendere l’aneddoto fine a se stesso, ma raccontare qualcosa di più grande, un sistema, un modo in cui purtroppo le strutture della nostra società agiscono e operano. Su questo discorso abbiamo parlato molto, di quanto è importante che un racconto del genere non rimanga un aneddoto ma serva a rappresentare invece un problema molto più grande, dal particolare all’universale.

Le suggestioni visive

A me ha ricordato un altro film costruito sulla memoria familiare che è Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, per quanto riguarda il discorso sul ricordo e sui padri. C’è stata un’immagine o un qualche tipo di suggestione visiva che vi ha guidati nel vostro lavoro e nel tuo lavoro di montaggio?

Guarda, nel montaggio senza dubbio gli sguardi di lei, di Rosa, la protagonista, che per me sono stati il filo conduttore. Nella realtà tantissime cose, io ho lavorato a un altro lungometraggio qualche anno prima che si chiama Una primavera diretto da Valentina Primavera, ed è un altro film sullo stesso tema, però ambientato nell’Italia attuale.
Quindi ci sono delle similitudini tra queste due storie ed è impressionante perché in Rose parliamo appunto della Germania del dopoguerra, mentre in Una primavera si tratta dell’Italia contemporanea, e questo tipo di associazioni visive per me è stato fondamentale. Ripeto, è una storia singolare ma universale che si può verificare in diverse parti del mondo, in diversi momenti della storia, purtroppo, in maniera ciclica e ricorrente.