Presentato alla quarantatreesima edizione del Torino Film Festival (sezione Zibaldone), Separazioni di Stefano Chiantiniè una co-produzione Italia-Francia. È prodotto da World Video Production, LIVE.COM con Rai Cinema, in collaborazione con Bling Flamingo (Francia) e con il supporto di Ministero dei Beni Culturali, Regione Lazio e Regione Abruzzo. Sarà distribuito in sala da Fandango.
‘Separazioni’ rende in modo autentico il dolore per una perdita insostenibile, l’incapacità di condividerlo all’interno della famiglia e l’angoscia che ognuno è costretto a fronteggiare nella più completa solitudine.
Separazioni Una trama struggente
Mara (Barbora Bobulova) e Pietro (Adriano Giannini) hanno due figli, Laura e Agostino, e insieme formano una famiglia che si potrebbe definire esemplare. Tutto cambia quando Laura rimane vittima di un incidente di montagna…(Dal sito del festival).
La coppia dei genitori tanto esemplare non è, visto che già nelle prime scene Mara incontra il suo amante, con la scusa di un salto in pasticceria. E Pietro, poco dopo, è colto in un abbraccio furtivo con la madre del ragazzo di Laura. Sono apparentemente sereni, quasi felici, vanno in chiesa la domenica e ostentano un’allegria che non è del tutto autentica. Laura e Agostino invece sono molto uniti, in una relazione fraterna solida e giocosa.
Separazioni: incipit ed esordio
Il bianco e nero, che ci accompagnerà per tutta la durata del film, affascina fin dall’inizio, con una scena molto efficace: prima dei titoli di testa, la carrellata sul bosco innevato, alternata al procedere della seggiovia che trasporta la statua di una Madonna. Nessuna musica, solo il rumore meccanico degli ingranaggi. La fissità dello sguardo della statua sarà poi la stessa di Mara e Pietro, quando saliranno in alta montagna per seguire le ricerche di Laura.
Incipit del film. Foto ufficiale
Dopo un incipit così, l’esordio non ci rasserena, nonostante le scene vivaci, cariche di affetto. Sappiamo che la tragedia è dietro l’angolo e tutto il racconto sarà in effetti un crescendo di tensione e sofferenza: il dolore di Mara, Pietro e Agostino, l’ansia intollerabile per le ricerche senza successo.
Il rispetto della sofferenza altrui
Dalla scomparsa di Laura, i famigliari vengono ripresi con estremo pudore. La telecamera li segue (non li insegue), negli spostamenti da una stanza all’altra, senza insistere in un pedinamento irrispettoso, ma ponendo una giusta distanza tra loro e noi. Il primo piano compare poi all’improvviso, nei momenti di solitudine quando i volti della madre e del padre appaiono contraffatti da una disperazione indicibile.
“Affronto il dolore di questa famiglia in punta di piedi. Come si vede nel film, Mara e Pietro dimostrano grande compostezza e cedono al dolore solo quando si trovano da soli” (Stefano Chiantini).
È un dolore contenuto, trattenuto e, purtroppo, non trova momenti di condivisione. Le parole all’interno della coppia sono solo quelle necessarie, il contatto fisico inesistente. Mara sa dare carezze al figlio che vorrebbe essere rassicurato; Pietro è consapevole che d’ora in poi bisogna costruire un’altra vita per lui e insieme a lui. Ma Mara e Pietro, insieme, non si riconoscono più: non sono la coppia fintamente felice di prima e non trovano un nuovo modo di esserci l’uno per l’altra. “Non c’è più un noi”: dice lei a lui.
Barbora Bobulova. Foto ufficiale del film
Elaborazione del lutto?
Stefano Chiantini affronta un tema delicatissimo, che può ricordare La stanza del figlio di Nanni Moretti, ma decide di fermarsi prima dell’elaborazione del lutto. Siamo, soprattutto per Mara, nella fase dell’incredulità, o della negazione, precedente a quelle di Moretti o alle cinque teorizzate dalla psichiatra Elisabeth Kübler-Ross: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. È vero che Mara torna a scuola dove i suoi studenti l’aspettano facendole sentire la loro vicinanza, ma lei non è minimamente pronta.
Non c’è ancora nulla che possa tenere a bada la disperazione, neanche per un po’. O forse sì: un’apertura finale, che sembra consentire a Mara il passaggio a un primo passo verso il riconoscimento della realtà.
La solitudine dei personaggi
Stefano Chiantini, in tutta la sua filmografia, ha dimostrato di non temere la resa dei sentimenti più intimi e le tragedie del quotidiano. La perdita di una persona cara (come in Naufragi e ora in Separazioni), la malattia (Supereroi), l’amore estremo per i figli (Il ritorno), il sentire profondo della maternità (Una madre) e le difficoltà nelle relazioni famigliari (Come gocce d’acqua). La solitudine.
In Separazioni ha diretto Barbora Bobulova e Adriano Giannini rendendo i loro personaggi credibilissimi. e ha scelto soluzioni registiche tali da restituirci con sobrietà le emozioni private di ciascuno di loro. Dimostrando che il dolore si può raccontare, con i toni giusti, senza enfasi e senza retorica. Evitando le musiche troppo invasive (a cura di Piernicola Di Muro) o le parole di troppo.
Spesso Mara o Pietro sono in primo piano e gli altri, oltre le soglie di casa, appaiono sfocati, in sequenze che li vedono attraverso la cornice delle porte, vicini di stanza, ma emotivamente lontanissimi. E l’alta montagna (siamo in Abruzzo, a tremila metri di altezza!) contiene il senso delle separazioni, amplificandolo.
Adriano Giannini. Foto ufficiale del film
La montagna. Il bianco e nero
“La volontà di dare centralità alla montagna è il motivo principale per cui ho scelto di girare in bianco e nero“ (Stefano Chiantini). Paolo Carnera ha fotografato sapientemente le ondulazioni dei paesaggi ricoperti di neve, l’ampiezza e la profondità degli spazi bianchi con le persone in lontananza, le impronte dei passi, le file disciplinate e rassegnate dei soccorritori, il loro andamento lento e caparbio di giorno e di notte. Figure piccolissime che si muovono nella natura indifferente, quasi beffarda. Terribile e incantevole.