Cinema Jazireh è stato presentato in concorso al Torino Film Festival, nella sezione Lungometraggi. La regia lenta, quasi sospesa, silenziosa e intimamente connessa con il personaggio principale, è di Gözde Kural, qui al suo secondo lungometraggio, dopo Dust (2015).
La protagonista invece è Leila, una magnetica Fereshteh Hosseini. Sotto il regime dei talebani in Afghanistan, è sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia: il marito è morto, e il figlio risulta disperso. Per tutto il lungometraggio, costei sarà impegnata nella ricerca di Omid, il suo bambino, che porta un nome particolarmente evocativo, poiché significa speranza. La ricerca prosegue, incessantemente, fino allo sfinimento; fino a quando, cioè, si trasforma in qualcos’altro, di totalmente inaspettato, sebbene profondamente umano.
Il film è ispirato a una storia vera.
Uomo-donna: i ruoli s’invertono
Cinema Jazireh è un film splendidamente straniante: fino al termine lo spettatore non riesce del tutto ad ambientarsi, ad adattarsi tra le pieghe di una regia che si esprime muovendosi lentamente, respirando profondamente e parlando poco. L’attenzione è concentrata quasi unicamente sulla protagonista, su ciò che prova, sulle sue reazioni fisiche, sulla sua paura. La donna è praticamente muta, espressione – tale condizione – degli effetti più nefasti di un regime che invade e pervade spazi personali. Fino a indebolire ogni forma di resistenza, di reattività.
Leila esiste unicamente nel ruolo di madre alla ricerca del figlio perduto. Accanto alla rappresentazione di una sottomissione totale della donna, in un più generale contesto arretrato e patriarcale, coesiste la descrizione del trauma. Del dolore cieco, della paura, che abita nel cuore e nel corpo di una donna rimasta sola in un mondo di uomini e violenza. La regia accompagna Leila, la segue ovunque, non la lascia mai sola: è una sensazione quasi asfissiante, che si traduce – spesso – in atti di violenza fisica contro la stessa protagonista, da parte di uomini.
Tale attenzione morbosa e controllante, però, si placa, quando Leila, al fine di poter cercare più liberamente suo figlio, e quindi, ad esempio, camminare per le strade senza sentirsi minacciata, gradualmente si scopre, fino ad abbandonare definitivamente il burqa. Con i capelli corti e la barba di suo marito defunto attaccata sulla faccia, la donna è libera. Può andare ovunque, domandare cosa vuole, pretendere che i suoi diritti vengano rispettati. Solo a questo punto il mondo intorno a lei muta: non ci sono più controlli, intimidazioni, avvicinamenti non richiesti. La regia non ha abbandonato la sua protagonista, si occupa invece di mostrare una stessa realtà da più punti di vista: prima quello svantaggiato, ovvero quello femminile, e secondariamente quello privilegiato, cioè quello maschile. Il significato dell’oppressione è evidente e ben visibile in questa contraddizione.
Il cuore allo scoperto: la regia vibrante di Cinema Jazireh
Cinema Jazireh è un vero e proprio gioiello di idee alla regia. Kural è in grado di raccontare l’enorme dolore che abita il cuore della protagonista, parlare del suo trauma, guardare le sue ferite, con una sensibilità e delicatezza, oltre che forza, rara, giungendo così a soluzioni narrative sorprendenti.
La trama segue solo apparentemente un tracciato chiaro, che delinea in partenza la disperazione di una madre impegnata nella ricerca del figlio. Quando sembra averlo trovato, però, avviene un cortocircuito di significato realizzato dalla capacità registica di Kural, che è in grado di mostrare un modo altro, una via diversa, di sublimazione del dolore. E dunque un’alternativa di costruzione narrativa.
Il mondo nel quale approda Leila si chiama Cinema Jazireh, nome di copertura di un luogo di prostituzione e violenza. Nell’incontro tra la protagonista e Azad, uno dei bambini lì residente, prende vita il vero significato della ricerca della donna. Non è dato sapere, infatti, se Leila troverà mai suo figlio, se questo è vivo, morto o disperso. Ciò che è chiaro è che ha trovato qualcos’altro, di altrettanto prezioso. Il fil rouge è ancora una volta l’oppressione e lo sfruttamento che, Azad in un modo e Leila in un altro, hanno sempre vissuto sulla propria pelle. É l’elemento che rende possibile il “riconoscimento” tra loro, e di conseguenza la volontà di aiuto materno, da parte di Leila, che non esita un momento a favorire la fuga di Azad.
L’amore e l’affetto non hanno bisogno di legami di sangue, a volte vengono trasmessi attraverso la presa di cura dell’altro in un momento di necessità. Ed è ugualmente reale: quest’idea pare esprimere la regia di Cinema Jazireh. Non vi è perciò nessuna delusione da parte dello spettatore nel scoprire che Azad non è Omid, perché la ricerca di Leila non si è interrotta: si è invece trasformata. Ed ha ampliato i confini del ruolo genitoriale, che non risulta annullato, bensì attestato con ancora più forza.
Azad è un bambino, ed ha bisogno di essere salvato da una realtà terribile nel quale è intrappolato. Leila ha bisogno di essere una madre, per ricordare a se stessa che lo è stata, così da poter sopravvivere al dolore per la perdita del figlio.
La resistenza inflessibile della protagonista. Uno sguardo sull’oggi
Cinema Jazireh è stato proiettato al Cinema Massimo di Torino nel pomeriggio del 28 novembre, giornata di sciopero generale nazionale e manifestazioni in supporto, tra le altre cause, al popolo palestinese.
In questo contesto, vedere il film di Kural assume un doppio significato: allarga il campo di visione e riflessione, e mette a confronto due realtà. Leila vive in un mondo comandato da uomini violenti che esercitano varie forme di oppressione. Nella forsennata ricerca di suo figlio sembra trovarsi ai margini, relegata ai confini del mondo, e lì resiste, nonostante tutto. A dispetto di difficoltà economiche, personali ed emarginazione sociale.
La resistenza della protagonista di Cinema Jazireh mette costantemente a dura prova i suoi limiti di sopportazione fisici e psicologici, fino a dilatarli così tanto da poter ospitare, in un cuore devastato, abbastanza amore da essere in grado di prendersi cura di qualcun altro. È una resistenza affatto rigida, solo ostinata. Che resta aperta al nuovo, alla possibilità ed al caso.
Lungo il Mar Mediterraneo e a ovest del fiume Giordano persiste la Resistenza del popolo palestinese, che da quasi due anni vive il proprio sterminio, sotto gli occhi di un mondo a tratti indifferente, negazionista o poco risoluto nel condannare i responsabili.
Ad accomunare le due realtà è la possibilità, attraverso il mezzo cinema, di dare visibilità a quanto accade. Di permettere alla realtà stessa di mostrarsi per com’è, così che diventi ausilio prezioso, nella sua terribile concretezza, per favorire una riflessione comune. Al fine di ritrovare la luce della speranza, mettendo alla prova i propri limiti e ampliando i confini del proprio senso di solidarietà.