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Florence Queer Festival

‘MAXIMINA’: il coraggio di essere se stessi

Blu Diego Fasoli porta al Florence Queer Festival il manifesto di un identità libera, dell’accettazione di sé, ma anche di un mondo a volte chiuso ed ostile.

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MAXIMINA

MAXIMINA è il cortometraggio d’esordio di Blu Diego Fasoli. Proiettato per la prima volta in Italia al cinema Troisi il 30 Aprile 2025, ha vinto il premio Pasolini all’ArteSettima FEST nello stesso anno. Attualmente, l’opera è in concorso al Florence Queer Festival. 

MAXIMINA

Un’inquadratura fra le più descrittive è quella che apre la narrazione di MAXIMINA: un campo lunghissimo che ritrae la riva di una spiaggia su cui le onde si abbattono fragorose. Una donna si insinua piano piano nello sguardo impassibile della macchina da presa, fumando una sigaretta. La donna si avvicina, e dal campo lungo arriviamo fino a un primo piano che incornicia perfettamente il viso di lei, facendo incontrare i suoi occhi con quelli dello spettatore. 

Avviene quindi un incontro al contempo metaforico e propedeutico per quello che seguirà nelle imagini successive. Blu Diego Fasoli, infatti, ci porterà a conoscere da vicino la vita di questa donna, Massimina, una donna trans rinnegata dalla sua famiglia e costretta alla prostituzione per mantenersi. 

Il regista costruisce un’opera triplice cosi come triplici sono i codici visivi che la compongono; un’opera che è sia indagine, simbolo, e monito, per una società sempre meno tollerante e aperta al dialogo. E arriva forte e chiaro il messaggio di MAXIMINA, tanto da rendere quasi pleonastico ogni tentativo di frapporsi fra il pubblico e l’opera.

La regia multiforme

Blu Diego Fasoli rende MAXIMINA l’affresco di una vita fatta di lotta e sacrificio in un mondo crudele, in cui nonostante tutto è possibile trovare la forza per rialzarsi e continuare a combattere. La resa di quest’opera – che oltretutto è anche una celebrazione del sé, libero dai vincoli sociali e dalla compiacenza delle aspettative – ci viene raccontata attraverso un triplice registro. La macchina da presa in MAXIMINA è anzitutto un occhio indagatore e scrupoloso, che indaga spazi, persone e anime con un incedere profondo e magnetico che ci porta a contatto con l’essenza più vera dei personaggi che mette in scena.

La ricerca del dettaglio 

Le inquadrature descrivono gli spazi ma poi cercano i dettagli con frenesia quasi famelica, un montaggio serrato scandisce le sequenze riuscendo a farci cogliere ogni sfumatura, mostrando la volontà di chi vuole valorizzare la storia che racconta fin nei minimi particolari. Ma la regia non si limita solamente  allo spazio fisico e a chi quello spazio lo abita.

La regia come espressione del dolore

Blu Diego Fasoli continua l’esplorazione del personaggio, e si spinge nel suo passato; lo rende vivo, tangibile, dandoci l’idea di star effettivamente vedendo un film d’altri tempi.

La macchina da presa, che nei primi minuti è stoica, immobile e attenta ai dettagli, si anima e si inoltra nei luoghi della memoria accompagnando la protagonista che rivive nel passato il suo dolore, a causa dei pregiudizi e dell’incomprensione di chi le stava intorno.

La macchina da presa sembra riuscire a percepirlo, questo dolore, con i suoi  movimenti a volte quasi impercettibili, mentre irrompono vivaci nel discorso filmico i frammenti fotografici di un tempo passato, che attraverso il film riesce a farsi nuovamente presente.

Il dolore nella forma

Le inquadrature trasmettono la verità emotiva di MAXIMINA. Il passato irrompe in una morsa feroce che stringe il personaggio e lo porta a confrontarsi con i suoi stessi fantasmi, e noi che guardiamo ce ne rendiamo contro grazie a una costruzione formale in cui il personaggio è costretto in cornici visive che rimandano semanticamente ai momenti e ai luoghi dove il dolore ha preso forma: la sagoma di una chiesa, reminiscenza del difficile trascorso di Massimina negli ambienti religiosi; il finestrino di una macchina, che esprime il peso dei suoi anni da prostituta alle prese con l’indomito regno della notte. 

Il dolore in luci e inquadrature

Il dolore in MAXIMINA assume forme diverse, così come la sua regia. È percepibile nello spazio di un passato che incombe sul personaggio ripreso in campo lungo, nel montaggio incisivo che frantuma il racconto del presente simulando l’irruzione improvvisa dei ricordi suscitati dal ritorno in luoghi familiari, e nelle ombre nette e pesanti create dal direttore della fotografia Giovanni Marino. La sua capacità di modellare la luce con grande plasticità si adatta ai personaggi con rispetto, restituendone l’intera, complessa gamma di stati d’animo.

MAXIMINA: il dolore che fortifica 

MAXIMINALa protagonista cresce e impara dalla sofferenza attraversata, rivelando una forza che non le impedisce di restare disponibile, amica e consigliera. Questo aspetto viene raccontato dal regista in un’occasione conviviale fra Massimina ed i suoi amici di una vita. Per raccontare l’evento il regista sceglie di usare una grammatica più vicina agli stilemi del documentario, che qui ha una duplice chiave di lettura. Da una parte c’è una testimonianza di una storia di vita vissuta, e dall’altra una toccante testimonianza di umanità. MAXIMINA ci insegna che l’umanità è come la ginestra che sorge sul pendio del Vesuvio. La si può trovare nei luoghi più impensabili, mentre nei luoghi dove la si aspetta, si trova solo aridità e chiusura. 

Tra il documentario e il cine-poema 

Infine la regia, dopo averne indagato il presente e il passato, si affida completamente all’interiorità di Massimina. In un’ultima sequenza che quasi porta  l’opera verso la linea di ibridazione con il cine-poema, le immagini si compenetrano tra loro in un intreccio di dissolvenze che crea un’ atmosfera onirica, mostrandoci un’ anima scossa da profonde ferite, ma ancora affamata di vita. 

Tale scelta non è causale, e nemmeno accostabile solamente alla volontà di sperimentazione di un giovane regista. Quanto vediamo si rivela funzionale a livello emotivo, perché offre un contraltare positivo all’oscurità della parte centrale dell’opera, rappresentando visivamente la rinascita spirituale del personaggio.

MAXIMINA è un’opera estremamente valida che sfida il perbenismo della società, rompe i suoi tabù e ne dissipa i pregiudizi, abbattendo le barriere create da questi ultimi, barriere che rendono miopi, e che spesso occultano la verità più importanti che Blu Diego Fasoli ci ricorda: alla fine, siamo tutti esseri umani, con sogni, paure, e meritevoli d’amore, cogliendo in pieno lo spirito del Florence Queer Festival. 

 

MAXIMINA

  • Anno: 2025
  • Durata: 20'
  • Distribuzione: Premiere Film
  • Genere: Biografico/Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Blu Diego Fasoli
  • Data di uscita: 30-April-2025