In una piccola città di provincia le giornate estive trascorrono tutte uguali. Il caldo e la noia pervadono gli abitanti, che vivono in attesa di qualcosa che sembra non arrivare mai.
Improvvisamente, la monotona quotidianità di Luca viene stravolta quando ritrova un corpo senza vita ‒ quello di un giovane, proprio come lui ‒, nudo e abbandonato a sé stesso. Tra l’indifferenza del mondo circostante, Luca tenterà disperatamente di prendersene cura. Ma a quale fine?
Il cortometraggio, scritto e diretto da Giacomo Tazzini, si distingue per la sua freschezza, l’attenzione per la costruzione delle immagini e la delicatezza con cui il regista realizza un mondo sospeso. Tempi Morti risulta, quindi, un meraviglioso e altrettanto amaro ritratto della realtà in cui viviamo. L’esistenza si rivela in tutta la sua violenza ‒ per citare i Baustelle ‒ e ad emergere sono i lati più intimi dell’animo umano. L’opera, infatti, suggerisce come il profondo bisogno d’affetto e di cura ‒ presente in ognuno di noi ‒ sembri ormai diventato un’assenza impossibile da colmare.
Giacomo Tazzini
Nato a Massa nel 2000, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Le sue fotografie sono state pubblicate da riviste online e cartacee ed esposte a Parigi, Roma e Monaco di Baviera. Il suo ultimo cortometraggio, Tempi morti, è distribuito da Gioia Film ed è stato selezionato in festival come Filmfest Dresden, Lago Film Fest, Lausanne Underground Film Festival e Freak Film Festival.
L’intervista
Come è nata l’idea che ti ha portato poi a realizzare Tempi Morti? Come hai lavorato al film dal punto di vista registico e della sceneggiatura?
Tempi Morti è nato quasi come un incidente. All’inizio dovevo e volevo fare un’altra cosa, un altro corto che poi non è stato realizzato e che era un po’ più, diciamo, su larga scala. Questo film, quindi, è anche nato dalla frustrazione di non essere riuscito a realizzare quel progetto. Volevo raccontare qualcosa di semplice ed estremamente contenuto, come tempi e come forma ‒ quasi nessun dialogo e girato qua a Massa, da dove provengo, con poche persone. Mi piaceva l’idea di una premessa basilare, quasi scarna: un incontro fortuito ambientato nella noia estiva. Da qui si è poi sviluppato un viaggio di andata e ritorno, che racconta il gesto inutile del protagonista. Volevo che, in qualche modo, fosse anche una storia d’amore.
Dal punto di vista registico l’ho pensato come una commedia, al di là poi di quello che può trarne il pubblico. Non ho voluto cercare per forza la risata, anche perché penso che, come accade nella commedia che preferisco ‒ come quella dei Monty Python, di Chris Morris o di molte commedie all’italiana ‒ la risata sia a discrezione di chi guarda. Se non arriva, non significa necessariamente che quello che stai guardando non funzioni, ammesso che ci siano altre intenzioni, oltre a provocare divertimento. In Tempi Morti, infatti, volevo innanzitutto riflettere sull’amore, la violenza, la solitudine, al di là che poi questi possano diventare oggetto di scherzo. Ho attinto molto dall’ironia visiva di Buster Keaton.
Per quanto riguarda gli spazi che ho ripreso, li reputo un po’ figli di Ciprì e Maresco, un po’ di Wim Wenders, un po’ di Andrea Pazienza, un po’ anche di Antonio Possenti, un pittore lucchese che amo e che inseguo. Insomma, in qualche modo volevo realizzare un grande fumetto. Per anni ho voluto fare il fumettista ‒ ancora ora vorrei farlo, in un modo o nell’altro ‒ e spesso penso ai film come fossero fumetti.
Come mai hai scelto di girare Tempi Morti in Super 8?
Mi interessava trovare un formato congruo a quella che era la storia nella mia testa, quindi un mezzo carente, abbozzato. Nulla a che vedere con idee di retrò, vintage e ossessioni per il passato. Non mi appartengono.
Fotografo molto in pellicola e ho voluto provare ad usare il formato di pellicola cinematografica più elementare che ci fosse. Ho avuto la grande fortuna di avere un modello ottimo di cinepresa ‒ ovvero la Canon 1014 XL-S ‒, che mi è stata prestata dal fotografo Jacopo Benassi. Non è stato per niente facile girare il film: c’erano tante location, ero l’unico a seguire il reparto fotografia e in più faceva molto caldo, condizione non ottimale per la pellicola. Nonostante questo, la Super 8 si è dimostrata la scelta perfetta: un’appendice di questo mondo, di questo dipinto. Sentivo che le immagini avessero bisogno di imperfezione e granulosità ‒ delle impressioni.

Quali sono stati i tuoi principali riferimenti cinematografici per la realizzazione del film? A livello visivo, alcune scene mi hanno ricordato alcuni frame di Jean-Luc Godard.
Non ho voluto saccheggiare nessun autore in modo spudorato, non volevo forzare nulla. Ho pensato piuttosto alle cose che ho amato di più, che hanno formato anche il mio linguaggio, il mio DNA. Forse l’elemento più esplicito in questo senso è un piccolo omaggio a Marco Ferreri (naïf come tutti gli omaggi). Oltre a lui, credo che da qualche parte ci siano le impronte di Jim Jarmusch, dei già citati Ciprì e Maresco, di Elio Petri, di John Waters, che tra le tante cose mi ha insegnato il non prendersi troppo sul serio.
Ma anche di mondi lontanissimi da questi – come ti parlavo di fumetti, l’altra mia grande guida è la musica. Ad esempio, una band che studio e che mi accompagna sempre sono i Verdena. Poi, assieme ai ragazzi che hanno creato la colonna sonora (Viola Massa, Umberto Ciccarelli, Gioele Barsotti e Gianluca Biasci) abbiamo attinto da vari progetti musicali, come King Krule, Molly Lewis e i Pasteboard. Questi ultimi, una band dream pop giapponese, hanno veicolato molto le nostre musiche: se le immagini suggeriscono disgusto, violenza, puzza, sudore e calore, la loro musica eterea, sospesa e magica ci diceva tutt’altro — volevo che suggerisse il punto di vista di questo personaggio fuori posto che cerca l’amore, l’affetto, la cura, in un contesto assolutamente antitetico.
Come hai lavorato con gli attori per far emergere l’atmosfera sospesa, quasi surreale, di Tempi Morti?
Il protagonista, Giacomo Raffo, non è un professionista; allo stesso tempo, però, non è digiuno di competenze attoriali: ci siamo formati a teatro insieme, da adolescenti. È un carissimo amico. Il film l’ho pensato per lui, con lui, su di lui. A Lorenzo Bertoncini, invece, ho affidato il ruolo del corpo morto, difficilissimo: è una pura sottrazione ed è stato molto faticoso, soprattutto fisicamente, in quel caldo atroce.
Sul set c’è stato molto dialogo tra noi. Eravamo amici unanimemente d’accordo nel voler fare questo film guerrilla, senza permessi. Non è stato per niente facile, ma c’era armonia. Ci abbracciavamo continuamente e anche le nostre conversazioni erano degli abbracci. C’era il desiderio di cercare la delicatezza, di trovarla anche dove apparentemente non c’è, come per il protagonista. Parlavamo dei nostri problemi, delle nostre inquietudini, delle nostre paure, cercando di mistificarle ‒ io dirigendo loro, loro lasciandosi guidare da me. E ovviamente, da buoni amici, non perdendo mai occasione di sdrammatizzare.
Gli altri interpreti sono tutte persone che conosco ‒ amici di famiglia, amici di bar, amici di quartiere. Sono adulti e tutti si sono prestati con ascolto e disponibilità. L’unica eccezione è stata Fabrizio Contri, grandissimo attore di teatro e cinema, che ha avuto il ruolo del fumatore. È stato meraviglioso lavorare con lui, la reputo una persona straordinaria professionalmente, ma anche un uomo umile, leggero e profondissimo.
Con Fabrizio poi è accaduta una cosa che mi piace tantissimo fare ‒ anche questa suggerita da molto cinema che amo ‒ cioè, mischiare attori professionisti e non professionisti. In queste situazioni si azzera un metodo e, quindi, si produce uno scambio molto interessante. In scena Fabrizio e Giacomo hanno saputo ascoltarsi e trovare un livello comune, un equilibrio.

Nel cortometraggio sembra emergere un particolare rapporto tra vita e morte. Come hai lavorato su questo tema? Penso, ad esempio, alla visione di Jean Epstein, che considerava vita e morte come parte di un unico flusso, oppure all’idea che in Tempi Morti sia proprio la morte a restituire “vita” al protagonista, in una giornata “morta”, appunto.
Sono d’accordo. Penso che la morte sia in qualche modo una condizione che partecipa alla vita. Volevo che fosse un racconto non tanto sulla morte in sé, quanto più sul tentativo di guardarla, di capirla, di accoglierla, in qualche modo storto. Tentiamo di capire questo gesto disperato e sconclusionato del protagonista, vedendo quello che c’è intorno. E quello che c’è intorno è una grande indifferenza, anche nei confronti della violenza: la morte di cui si parla è una morte violenta, e riguarda un giovane. Per citare Andrea G. Pinketts, altro maestro, è comprare un chilo di mele nel giardino dell’Eden e metterle sul conto di Adamo.
C’è poi un meccanismo che torna spesso nei lavori che faccio, penso e sogno: la ricerca dell’inutile, dell’irrisolvibile. Ci sono alcune domande da cui siamo ossessionati e che ovviamente non possono trovare risposta. Qual è il senso della vita? Qual è il ruolo della morte? E qual è, invece, il nostro rapporto con la morte? Sono goffi tentativi di esercitare il nostro controllo. Il protagonista vuole correggere qualcosa di inevitabile come la morte e, quindi, cerca di sistemarla. Allo stesso tempo però, in ciò che fa c’è cura, c’è amore, impegno. Per quanto risulti perturbante il suo non è un gesto totalmente negativo.

Tempi Morti è un’opera che raramente capita di vedere nel panorama italiano, essendo lontano da formule collaudate o stereotipi ripetitivi. Quanto questo “atto di trasgressione” ha guidato il film e cosa ti ha spinto a esplorare territori lontani dalle zone di comfort narrative e visive più diffuse?
In realtà non ho pensato questo film come reazione a qualcosa. È sempre stato qualcosa di esclusivamente intimo. Ho lavorato con persone vicine, che conosco bene, e l’ho girato nel posto in cui sono nato e cresciuto. Credo che qualcosa di davvero sovversivo possa nascere solo da una sana noncuranza verso la definizione stessa: nel disinteresse verso qualsiasi status quo, tra cui quello di “trasgressivo” o di “bastian contrario”. Forse è proprio questo il gesto più sovversivo: non curarsi di esserlo o meno.