Una conferenza stampa intensa, partecipata e profondamente sentita ha accompagnato la presentazione di 40 secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri prodotto da Eagle Pictures con Gianluca Leurini, e presentato in anteprima al Festival del Cinema Europeo. Un’opera che affronta la tragica morte di Willy Monteiro Duarte, ma che, come ha spiegato il regista, non vuole essere un semplice racconto di cronaca, bensì un mosaico complesso sulla gioventù, sulle periferie e sulle scelte che possono cambiare un destino.
Un incontro seguito da oltre 25.000 studenti
L’anteprima scolastica del film ha raccolto numeri straordinari: più di 25.000 studenti collegati in tutta Italia, tre sale piene al Cinema Moderno di Roma e proiezioni in decine di altri cinema grazie al circuito Stardust.
<<La cosa che più mi ha colpito>> racconta Alfieri è che molti insegnanti mi hanno ringraziato perché non hanno mai visto una classe restare due ore senza guardare il cellulare. Questo dice tanto su quanto i ragazzi abbiano percepito la verità del film>>.
Dal libro-inchiesta al film: un processo di ricerca profonda
L’opera nasce dal libro di Federica Angeli, un’inchiesta minuziosa che ricostruisce la notte del delitto. Alfieri e il co-sceneggiatore Giuseppe Stasi hanno utilizzato il testo come base, ma hanno poi condotto una loro autonoma indagine nei luoghi reali, incontrando amici di Willy, conoscenti degli imputati e persone della comunità.
<<Non ci interessava riaprire il fascicolo>>, spiega Alfieri.
<<Volevamo capire chi fossero quei ragazzi: come mangiavano, come parlavano, che musica ascoltavano. Il film non è un documentario, ma non volevo nemmeno che gli adolescenti si sentissero osservati dall’alto. Dovevano riconoscersi>>.

Willy e i suoi assassini: niente stereotipi
Il regista ha voluto rifiutare la facile narrazione “eroe contro mostri”.
<<Willy non era un santo: era un ragazzo come gli altri. Ma aveva un sogno, voleva diventare chef. E i sogni, oggi più che mai, salvano. Gli assassini non erano gangster. Non appartenevano alla criminalità organizzata. Erano bulli, ragazzi che non pensano alle conseguenze. Non c’è stato un movente razzista, e nemmeno la famiglia di Willy lo ha mai detto>>.
Il rapporto con la famiglia di Willy
Alfieri ha cercato inizialmente un confronto con i familiari, che però hanno chiesto riservatezza dopo anni di enorme pressione mediatica. <<Li ho capiti e rispettati subito>>, racconta. <<Poi, quasi per caso, la sorella di Willy è venuta sul set. Ha visto il film ed è rimasta colpita, ma ha scelto comunque di mantenere la distanza. È una famiglia che ammiro profondamente>>.
Una narrazione a puzzle: non solo adolescenza, anche genitorialità
Il film non segue una linea narrativa unica, ma una struttura a capitoli che converge sulla notte della morte di Willy. <<È un film sull’adolescenza, sì, ma anche sui genitori>>, dice il regista. <<I giornali parlano sempre dei ragazzi. Qui parliamo anche di chi li cresce>>.
Durante l’incontro, Alfieri ha raccontato come gli studenti, dopo la proiezione, abbiano posto domande profonde, lontane dal tecnicismo: <<Chiedevano dell’anima dei personaggi, dei sentimenti>>.
Leurini: “Un film difficile, ma necessario”
Il produttore Gianluca Leurini ha ricostruito l’origine del progetto, nato da un’idea di Roberto Proia:
<<Sapevamo che non sarebbe stato un film facile. Ci sono stati rallentamenti, dubbi, momenti complessi. Ma l’equilibrio tra rigore, rispetto e visione cinematografica di Vincenzo ci ha convinti a proseguire>>.
Particolarmente impegnativa è stata la lunga sequenza notturna della rissa: 24 pagine di sceneggiatura girate con due macchine da presa in simultanea, come un vero documentario immersivo.

Un casting durato 18 mesi
Uno degli elementi più elogiati è il casting, definito da entrambi “fondamentale per la riuscita del film”.
Il lavoro di ricerca è stato lunghissimo: <<Per trovare l’interprete di Willy >> racconta Alfieri , << siamo entrati in comunità capoverdiane, feste, scuole. Volevo un ragazzo che gli somigliasse davvero, fisicamente ed emotivamente>>.
Un film corale, un lavoro di squadra
Leurini ha sottolineato come il risultato sia il frutto di un imponente lavoro collettivo: dalla fotografia alla scenografia, dalle location difficili da gestire all’impegno di interi quartieri romani coinvolti nelle riprese.
<<È il film più difficile che ho fatto», ammette Alfieri. << Ogni cosa poteva andare storta. Invece è andato tutto bene grazie a una squadra incredibile>>.
40 secondi verrà proiettato questa sera al Festival del Cinema Europeo in anteprima presso il cinema Multisala Massimo.