The Seasons si presenta come uno dei lungometraggi più evocativi e stratificati di questa stagione del FilmMaker Festival 2025.
Al suo debutto alla regia, la giovane Maureen Fazendeiro, celebre per aver partecipato a Diários de Otsoga (2021) e Motu Maeva (2014), intreccia con delicatezza il rigore dell’archeologia con la poesia della memoria popolare.
Battito Silenzioso di un paesaggio ancestrale
The Season è ambientato nell’Alentejo, cuore rurale del Portogallo e intreccia il ritmo delle stagioni con millenni di storia incisa nel paesaggio. Tra pastori, greggi, coltivazioni di ulivi e aranci, e rocce che conservano tracce di civiltà antiche, si innestano le voci dei coniugi Leisner, archeologi tedeschi che negli anni ‘40 percorsero la regione per documentarne le dolmen (tombe megalitiche preistoriche), grotte e altre testimonianze riguardo agli scavi.
Le loro riflessioni, registrate mentre l’Europa bruciava, evocano un passato che riaffiora nelle forme dello “scisto” e nei miti locali delle “case dei Mori”, dove si narravano storie di figure incantate metà donna e metà serpente (si pensi a Medusa o alla figura greca Echidna).
Dalle memorie contadine, leggende, canti polifonici e ricordi della resistenza, il film costruisce un racconto ibrido, sospeso tra osservazione, immaginazione ed epifania, in cui il presente dialoga con le stratificazioni di civiltà che abitano l’Alentejo.
The Seasons riprende le tematiche di molti documentari, si pensi a La mermoria dell’acqua di Patricio Guzmán, dove vi è un’esplorazione contemplativa della geografia e della storia del Cile oppure Le Quattro Volte di Michelangelo Frammartino (2010) dove le colline, i boschi, il villaggio e il tempo atmosferico sono ciò che comprende la parte integrante della narrazione.
La vita rurale in scena

Fazendeiro mostra una comunità radicata nella memoria e nella natura, in cui pastori, bambini, anziani e saggi locali incarnano il vissuto dell’Alentejo attraverso una commistione di documentario e finzione.
Questo approccio stratificato, che unisce archeologia, archivi, mitologia e quotidianità, ricorda certo il cinema di Georges Rouquier, in particolare Farrebique – Les Quatre Saisons (1946), un docu‑fiction in cui contadini non professionisti interpretano scene simili alla loro vita reale, scandite anch’esse dal ritmo delle stagioni. Anche il seguito Biquefarre (1983), porta avanti quel dialogo tra tradizione e modernità, con la famiglia rurale che affronta i cambiamenti dell’agricoltura industriale mettendo in scena se stessa decenni dopo.
I “personaggi” riflettono la visione della regista, ovvero la trasformazione come attori e testimoni di una cultura in continuo cambiamento.
Inoltre, vi è una particolare attenzione alle stagioni naturali. Dal legame tra animali (come le capre) e paesaggio, alla valorizzazione della memoria collettiva che ha una consonanza con film naturalisti e folkloristici più contemporanei.
Insomma, The Seasons sembra inserirsi in una tradizione di cinema contemplativo e politico.

Occhio Fluttuante
Si percepisce un universo visivo attraverso un montaggio attentamente calibrato, che alterna riprese a spalla, filmati d’archivio e sequenze ricostruite.
La macchina da presa si muove come un osservatore fluttuante tra gli alberi e i paesaggi, seguendo il vento e la luce piuttosto che un personaggio, in un approccio che richiama la sensibilità naturalista di Werner Herzog.
La fotografia, girata in 16mm ma arricchita da frammenti di super 8 rovinato in bianco e nero, genera un dialogo visivo tra passato e presente già nella prima inquadratura (il film presenta decorazioni rupestri astratte per poi passare a un viaggio in fuoristrada).
L’accompagnamento musicale si approccia con delicatezza, oscillando tra melodie popolari comuniste e canti tradizionali, senza mai invadere lo spazio contemplativo del film, conferendo un senso di continuità tra memoria ed esperienza sensoriale del presente.
Il montaggio alterna sequenze naturalistiche, ricostruzioni leggendarie e testimonianze in carne e ossa. Fazendeiro, come un’archeologa visiva, scava nel terreno dei ricordi per far riaffiorare voci e storie scomparse, senza che la transizione tra documentario e mito appaia mai artificiale. L’approccio ricorda la poetica di A Savana e A Montanha, dove la politica emerge dalla forma e dalla tradizione più che da un discorso esplicito.
Un movimento attraverso il Portogallo rurale che celebra la memoria, la storia e la natura con la stessa eleganza silenziosa che Herzog attribuirebbe al mondo non umano.
Silenzio, politica, vita?
The Season si chiude come un delicato sussurro del tempo, uno sguardo che, strato dopo strato, svela la memoria e il sogno di una terra antica. Fazendeiro apre uno spazio in cui mito, storia e vita quotidiana si intrecciano con la stessa naturalezza con cui il vento attraversa le colline dell’Alentejo.
Con sobrietà e poesia, la pellicola riesce a trasformare la contemplazione in una forma di politica e di memoria, ricordandoci che anche nei silenzi più assoluti si nasconde la profondità dell’esistenza.