Ci sono storie che nascono da un gesto semplice, quasi casuale, come un professore che decide di proiettare un film in un’aula magna deserta. È da lì che parte tutto per Andrea Valmori, oggi direttore del NOAM – Faenza Film Festival, uno degli eventi più giovani e promettenti del panorama cinematografico italiano. All’epoca era solo uno studente di liceo che non sapeva ancora quanto profondamente quel film di Stanley Kubrick avrebbe inciso sul suo destino. Oggi, a distanza di anni, il suo festival è diventato un punto di riferimento per chi ama il cinema d’autore nordamericano — quello che non arriva nelle grandi sale, quello che parla di identità, frontiere e sogni in bilico tra le due Americhe. Giunto alla sua terza edizione, NOAM, acronimo di North America, è molto più di una rassegna: è un laboratorio di idee, un ponte culturale che unisce Faenza al mondo, con l’ambizione di far dialogare culture e generazioni. Un festival che non si limita a proiettare film, ma costruisce comunità: tra giovani volontari, autori indipendenti e un pubblico che cresce di anno in anno.
Com’è nato il suo legame con il cinema?
Al mio primo anno di liceo, ho avuto un professore – un supplente, in realtà – che portò l’intera classe in aula magna per vedere Rapina a mano armata di Stanley Kubrick. Per me fu qualcosa di meraviglioso, perché non ero un cinefilo all’epoca e non pensavo che un insegnante potesse portare una classe a vedere un film così bello e, da un certo punto di vista, anche complesso. Da quel momento, spinto dalla curiosità, ho iniziato a guardare film seguendo i filoni dei registi, e ho sviluppato una passione che negli anni si è trasformata nel desiderio di valorizzare e raccontare il cinema che amavo.
Come è arrivato alla direzione del NOAM Faenza Film Festival?
É stato un vero e proprio percorso. Sono originario di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, mi sono poi trasferito a Milano con l’idea di vivere in una grande città cercando di coltivare il desiderio di scrivere di cinema. Durante gli anni dell’università ho iniziato a collaborare con la testata online LongTake, coprendo diversi festival in giro per l’Italia e mi sono subito innamorato dell’atmosfera che si respirava a Udine durante il Far East Film Festival – un evento, secondo me, meraviglioso. In quell’occasione ho capito che era possibile organizzare un festival internazionale anche in una piccola città. E così, insieme a un gruppo di giovani appassionati di cinema della provincia di Ravenna e ad alcuni amici della Lombardia, ho fondato un’associazione con l’obiettivo di promuovere il cinema tra le nuove generazioni attraverso laboratori e, naturalmente, attraverso l’idea di un festival. Unendo la passione per il cinema americano – ma in generale per il cinema tout court – e la volontà di organizzare un evento che ricordasse un po’ quello di Udine, è nato appunto il NOAM, acronimo di North America. Un festival che prova a selezionare il meglio del cinema americano meno conosciuto, ampliando però lo sguardo anche al Canada e al Messico, due paesi cinematograficamente molto produttivi e in costante dialogo con il cinema statunitense.

Qual è la parte più interessante del suo lavoro di direttore?
Questo lavoro mi permette di incontrare persone sempre diverse e nuovi prodotti culturali. Per poter realizzare il NOAM guardiamo tantissimi film, ma viaggiamo anche molto. Quest’anno, ad esempio, ho seguito la Berlinale, il Festival di Cannes e sono stato anche al Tribeca Film Festival. È stato molto bello constatare come all’estero ci sia grande curiosità verso il nostro Paese. I festival italiani più importanti sono conosciuti e rispettati, e scoprire grazie ad interlocutori provenienti da altre parti del mondo che la nostra iniziativa a Faenza ha sempre suscitato interesse e apprezzamento, è stato motivo di grande orgoglio. Gli aspetti che più mi appassionano sono due: ampliare sempre di più la nostra rete di contatti e scoprire film meravigliosi. Non sempre riusciamo a selezionarli tutti – del resto, scegliere significa inevitabilmente lasciare fuori titoli meritevoli – ma questa è anche una parte stimolante del lavoro.
Come descriverebbe, in poche parole, l’identità del Faenza Film Festival?
È sicuramente un festival ambizioso. Non a caso, abbiamo scelto un’area geografica molto esplorata: in Italia si vedono principalmente film italiani o statunitensi, ma noi cerchiamo di fare un lavoro diverso. È un festival giovane e, come tutte le realtà nuove, ha il vantaggio di un’energia e di un senso di novità che attraggono, anche se naturalmente ci sono ancora molte cose da sistemare. Direi poi che è un festival di qualità: chiunque si avvicini alla nostra rassegna si accorge del buon equilibrio tra titoli di nicchia da scoprire e film di richiamo capaci di interessare e coinvolgere il pubblico. Questo è uno degli obiettivi che ci siamo posti sin dall’inizio.
Quali sono le novità di quest’anno?
La novità principale riguarda la sezione Classici: apriremo con Butch Cassidy and the Sundance Kid e proporremo tre omaggi, cosa che non avevamo mai fatto prima. Quest’anno, purtroppo, sono venute a mancare alcune figure fondamentali e abbiamo voluto ricordarle. Abbiamo collaborato con la Cineteca di Bologna per riportare in sala Mulholland Drive, che verrà distribuito in tutta Italia tra un paio di settimane da Lucky Red, noi lo portiamo a Faenza un po’ prima. Ci sarà anche un omaggio a David Lynch, uno a Robert Redford – figura di riferimento per noi, anche per tutto il lavoro svolto con il Sundance – e uno a Gene Hackman, protagonista di sette proiezioni diffuse nell’anteprima che abbiamo curato in tutta la Romagna. Un’altra novità è il fuori concorso, che abbiamo voluto rendere davvero speciale, con eventi unici per il contesto di Faenza. Avremo l’anteprima di The Smashing Machine, presentata da Federico Buffa, il Midnight Movie, che è ormai un appuntamento fisso, e la prima italiana di Twinless, una commedia brillante con Dylan O’Brien. Film che ha vinto il premio del pubblico al Sundance Film Festival 2025.

Che tipo di pubblico partecipa al NOAM?
Cerchiamo di proporre un cinema per tutti, ma puntiamo in modo particolare a valorizzare e coinvolgere un pubblico giovane. Abbiamo due sezioni di cortometraggi dedicate interamente alle scuole del territorio, con studenti dalla primaria alla secondaria di secondo grado. Offriamo anche agevolazioni su biglietti e abbonamenti per la fascia under 30, e curiamo molto la fascia oraria dell’aperitivo con la “Casa del Festival”, attiva ogni sera dalle 18 alle 20 con talk, podcast live e incontri. È un modo per avvicinare anche chi non frequenta abitualmente le sale cinematografiche, offrendo un approccio più leggero ma sempre legato al cinema.
Quanto è importante il dialogo tra cinema e altre arti all’interno del festival?
Direi moltissimo. Pur restando un festival di lungometraggi, da qualche anno abbiamo introdotto anche il corto e investito maggiormente nell’aspetto musicale. Quest’anno, ad esempio, avremo Woody, un produttore romano molto attivo nell’ambito hip hop e della musica indipendente italiana, che porterà la sua esperienza e il suo lavoro. Abbiamo inoltre investito nella fotografia, realizzando una mostra in collaborazione con Emanuele Vengotti, che presenta un progetto visivo ambientato nei luoghi del West americano, accompagnato da una sonorizzazione di Enrico Coniglio. È un’esposizione che riflette sui miti e sull’immaginario dell’America, anche in chiave contemporanea e politica.
C’è un trand o una tendenza del cinema contemporaneo che ritiene significativa?
Sì. Credo che oggi il cinema funzioni nella misura in cui è diventato un evento. Lo vediamo in molti ambiti: dalle serie tv che arrivano in sala, al ritorno dei classici che vengono riproposti e riscoperti dal pubblico. Non si va più al cinema solo per “vedere un film”, ma perché quell’esperienza è percepita come un evento, unico e irripetibile. I festival si inseriscono perfettamente in questa logica, diventando luoghi di aggregazione e scoperta, e questo li rende ancora più importanti.

Qual è la cosa più difficile nell’organizzare un festival?
In Italia, la difficoltà principale è stabilizzare l’iniziativa, non solo dal punto di vista economico – anche se è ovviamente un tema centrale. Quest’anno siamo stati finanziati dalla Regione Emilia-Romagna, ma non ancora dal Ministero della Cultura, su cui stiamo lavorando. C’è poi la questione del posizionamento nel calendario e della riconoscibilità: per un festival giovane, diventare un punto di riferimento e conquistare credibilità è un percorso graduale. L’altra difficoltà è acquisire credibilità internazionale. Quest’anno, ad esempio, avremo come ospite la regista newyorkese Eliza Hittman, vincitrice dell’Orso d’Argento nel 2020: per noi è un segnale importante di crescita.
C’è un’esperienza o un ospite del festival che l’ha particolarmente colpita?
L’anno scorso abbiamo avuto ospite il regista Tim Sutton, autore di sette lungometraggi, con il quale si è creato un bellissimo rapporto di amicizia. Quest’anno, durante il Tribeca Film Festival, mi ha accolto a Brooklyn e mi ha presentato ad altri cineasti. Credo che coltivare queste relazioni sia fondamentale: ci permette di crescere, di migliorare e di portare a Faenza ospiti sempre più significativi.
Come vede il NOAM tra cinque anni?
Lo vedo più maturo e capace di sviluppare anche una componente industriale, mettendo in connessione il nostro Paese con i paesi nordamericani. Al momento ci consideriamo soprattutto un festival di pubblico, ma nei prossimi cinque anni mi piacerebbe ampliare la durata – magari portandola a una settimana – e costruire una parte di industria che crei ponti reali tra le produzioni italiane e quelle dei paesi che raccontiamo. Naturalmente, tutto questo deve avvenire con serietà e credibilità, ma credo che sia un obiettivo possibile.
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