Connect with us

Z-Extra

L’altra faccia dell’America nel cinema hollywoodiano

Pubblicato

il

Il cinema americano è presente in maniera massiccia nelle sale italiane, che ogni anno si prestano alla proiezione dei migliori prodotti di Hollywood. Strumento di soft power, l’azienda cinematografica americana, specialmente dal secondo dopoguerra in poi, ha utilizzato il cinema anche come mezzo per diffondere i propri valori fondanti e un’immagine di sé opportunamente depurata da eccessi e note stonate. Insomma l’immagine che abbiamo oggi degli Stati Uniti deriva in buona parte dalla narrazione veicolata dal cinema. Dal mito del self made man a quello degli Stati Uniti esportatori di democrazia, l’America ha sempre fatto ricorso al cinema per presentarsi al mondo, smussando le asperità e amplificando spesso e volentieri il proprio peso storico (l’Armata Rossa, ad esempio, nei film sulla Seconda Guerra Mondiale prodotti a Hollywood, rimane quasi sempre sullo sfondo, come sullo sfondo rimane la presa di Berlino da parte dei russi).

Ovviamente non stiamo parlando di panegirici imperiali in formato multimediale, o di qualcosa di anche solo vagamente simile al cinema di regime durante il Ventennio; si tratta, intendiamoci, di film di altissima qualità per quanto riguarda regia, interpreti e produzione, di prodotti artistici pregiati, ma che spesso, anziché gravarsi del peso della critica sociale e culturale, seguono senza resistenze una narrazione più o meno aderente a quella egemonica.

Gli antieroi di Hollywood

Esiste anche un cinema, tuttavia, che nasce invece proprio dal rifiuto di una rappresentazione luminosa e priva di attriti, che è lo stesso che spesso rifiuta formalmente il canonico lieto fine, per mettere al centro proprio le ombre, le zone grigie, gli interstizi in cui brulicano personaggi che vivono ai margini, incapaci di incarnare i valori della società americana.

Dal registro comico o satirico a quello drammatico, attraversando film di genere, come noir, gialli o polizieschi, molti film hanno cercato di rappresentare un’altra America, che non è quella del sogno americano, della democrazia, dell’impegno nel lavoro e del mito della carriera, ma quella della criminalità organizzata, dei casinò, della tossicodipendenza e della solitudine. L’antieroe è sempre più presente nella cinematografia americana dagli anni Sessanta in poi: i reduci della Seconda Guerra Mondiale sono spesso degli emarginati che dall’esperienza bellica hanno riportato gravi disturbi psicologici e che trovano enormi difficoltà nel vivere all’interno della società.

Taxi Driver è forse la pellicola più celebre che tratta il tema del reinserimento all’interno della società di veterani, ma sono tantissime le altre che hanno affrontato questo argomento con grande lucidità, offrendo allo stesso tempo, e per contrasto, l’immagine sullo sfondo di un America normale, o normalizzata, che in fondo tanto normale non è.

A cavallo tra i Sessanta e i Settanta la Guerra del Vietnam farà riaffiorare l’incubo della guerra, ma con toni marcatamente diversi: se dalla Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti potevano in tutta onestà asserire di aver combattuto dalla parte giusta, offrendo un contributo importante alla sconfitta del Terzo Reich e alla fine degli orrori dell’Olocausto, quella del Vietnam, che vede gli Americani impegnati dall’altra sponda del Pacifico, è una guerra imperialista, che si inserisce nel contesto della lotta contro l’Unione Sovietica per la supremazia globale e per impedire l’ampliamento del comunismo a est.

Non è un caso che a questa guerra, in gran parte della filmografia americana coeva, siano stati riservati toni non certo celebrativi: con Apocalypse Now è l’assurdo della guerra il tema centrale, l’orrore indicibile che conduce alla follia, quello esperito dal colonnello Kurtz (Marlon Brando), che fra i meandri della giungla, sulle sponde del fiume Nung, ha innalzato l’orrore a culto nella società tribale di cui è a capo.

Stesso ritratto distorto, unico modo per rappresentare il lato grottesco  della guerra del Vietnam, è offerto da uno dei capolavori di Kubrik, Full Metal Jackets, che all’orrore della guerra rappresentato nella seconda parte del film, aggiunge, quasi come prologo, l’orrore dei campi di addestramento, utili a deumanizzare i soldati americani, a creare macchine da guerra – “born to kill”, come porterà scritto sull’elmetto il protagonista Joker – incapaci di provare empatia e per questo pronte a massacrare senza pietà.

Se gli emarginati sono la cartina al tornasole che consente un’analisi onesta della società americana, la filmografia dei fratelli Coen è una fantasmagoria di deviati, stravaganti, psicopatici che vestono spesso i panni del protagonista. Il fil rouge che lega molte delle loro pellicole è l’insensatezza che muove la trama: a far partire l’azione sono sempre azioni insignificanti, piccoli tentativi di truffa, che per un effetto domino favorito dalle reazioni scomposte dei personaggi, porta a conseguenze molto più grandi, che propagandosi conducono a grande distanza i loro effetti.

Dietro le azioni dei personaggi si delinea per contrasto una società la cui normalità apparente altro non è che un altro palcoscenico in cui quella che viene messa in scena è proprio una parvenza di normalità. Il grottesco dei Coen si espande oltre lo spazio di azione dei protagonisti e pervade tutta la società, non ci sono barriere alla propagazione dell’assurdo in ogni piega della vita civile. l’impossibilità del significato, della trama, e per estensione della vita, diventa esplicita nel finale di Non è un Paese per Vecchi, attraverso le parole dello sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), o meglio attraverso il racconto del suo sogno alla moglie in.

Nel corso di tre decenni gli emarginati, gli strani, i deviati, da rappresentanti di una minoranza ferita e marginalizzata, specola da cui guardare alle ipocrisie e ai limiti della società americana, diventano la maggioranza del tessuto sociale americano. La possibilità di riportare le loro azioni al significato (clinico o storico) del loro trauma svaniscono, la guerra prima e la società poi diventano il teatro di un orrore insensato, di cui risulta vano cercare di ricostruirne le cause, il grottesco si dilata e annulla ogni possibilità di interpretazione.