In Vitriolage, il regista esordiente Luca Cavalli realizza uno studio inquietante e visivamente preciso sull’isolamento, il degrado e lo spettacolo della crudeltà.
Il film, presentato in anteprima al Rome Independent Film Festival, è al tempo stesso intimo e allegorico, ed esplora come la violenza, reale e rappresentata, si insinui nell’anima di un mondo che ha dimenticato l’empatia.
La solitudine di Sara
Al centro di Vitriolage c’è Aurora Di Modugno, in un’interpretazione che consolida la gravità emotiva del film. Nei panni di Sara, una giovane donna inghiottita dal silenzio e dall’abbandono, Di Modugno si muove attraverso l’ambiente fatiscente che la circonda con una fragilità quasi spettrale. Ogni gesto, ogni sguardo semivuoto, parla di depressione, abbandono e desiderio di essere vista.
La sua trasformazione dalla passività alla vendetta è profondamente inquietante ma profondamente umana. Di Modugno incarna la lenta corrosione del dolore, fino a cristallizzarsi in un devastante atto di ritorsione. Non mette in scena la rabbia; ne diventa l’eco.
Enzo e lo specchio dell’ossessione
Di fronte a lei, Enzo, interpretato da Matteo Rizzi, è inizialmente una figura apparentemente banale: un aspirante artista, perso nell’illusione del talento e del riconoscimento. Ma sotto la sua ambizione superficiale si cela un risentimento covato che Cavalli trasforma nella corrente più pericolosa del film.
Quando ci si addentra nel filmato amatoriale che Sara scopre – un bizzarro e grottesco videodiario trovato tra DVD scartati – si trova una psiche in disfacimento di un narratore senza volto. Il suo monologo sulla madre, l’incidente e i fallimenti diventa il fulcro oscuro del film. Quando sfocia nella violenza non mostrata, la cosa appare inevitabile e terrificante, a ricordarci che narcisismo e crudeltà spesso condividono lo stesso specchio.
L’alchimia del vitriolo
Il titolo, Vitriolage, si riferisce non solo all’atto letterale dell’attacco con l’acido, ma a una purificazione simbolica attraverso la distruzione – un “solve et coagula” filosofico reso in forma cinematografica. Cavalli intreccia questo tema con sottigliezza: i vecchi video, il paesaggio urbano in decomposizione, la ripetizione di immagini che si corrodono durante la riproduzione.
Qui la violenza non è spettacolo, ma dissezione. Lo spettatore, come Sara, è costretto a guardare – a confrontarsi con il modo in cui la sofferenza diventa una forma di valuta nell’era dell’autoesposizione.
Ai confini del mondo
Fotografato da Flavio Germani e montato dallo stesso Cavalli, Vitriolage raggiunge una notevole coerenza visiva e ritmica. La fotografia è quasi tattile – come se l’aria stessa si stesse decomponendo. Ogni fotogramma è meticolosamente composto eppure inquietantemente vivo.
Il montaggio si muove tra immobilità e rottura, riecheggiando la frattura interiore di Sara. I tagli sono mirati ma mai prevedibili; le transizioni sembrano sanguinare anziché cambiare. Insieme, immagine e ritmo creano un senso di apocalisse sospesa – un mondo che marcisce silenziosamente dall’interno.
Un debutto inquietante ed essenziale
Con Vitriolage, Luca Cavalli realizza un’opera prima sicura e inquietante, che comprende l’etica del mostrare il dolore senza sfruttarlo. Il suo sguardo è clinico ma compassionevole, il suo rigore estetico è accompagnato da un profondo disagio morale.
Non è un film facile, né dovrebbe esserlo. Come la sua protagonista, Vitriolage esige di essere visto, anche quando guardare sembra insopportabile. Ed è qui, nel cinema, che spesso inizia la verità.