Ciao Varsavia è il secondo cortometraggio firmato da Diletta Di Nicolantonio e vede come protagonista una intensa Carlotta Gamba nei panni di Diana, una giovane modella alle prese con un percorso difficile e profondamente intimo: la lotta quotidiana contro i disturbi alimentari.
Un ruolo delicato, che mette a nudo le fragilità del corpo e dell’anima, in un contesto in cui l’estetica è spesso l’unico metro di valore.
Ciao Varsavia (la recensione di TaxiDrivers) è stato presentato in anteprima ad Alice nella Città, in concorso nella sezione Onde Corte – Panorama Italia.
Il prezzo dell’accettazione di sé
Dopo un ricovero per disturbi alimentari, Diana torna sola nei sobborghi di Varsavia. Tra diete, pubblicità e specchi impietosi, cerca un senso o almeno un peso. Quando riceve l’invito per un casting di lingerie, accetta senza sapere se vuole rinascere o sparire. L’assenza di modelli e di valori diseduca generazioni di ragazze e ragazzi in un mondo dove l’autostima è misurata dalla forma fisica e dalla visibilità sociale. Per adattarsi a ideali estetici irraggiungibili, spesso pagano un prezzo emotivo e psicologico che neppure conoscono.

Essere giovani, oggi
Realizzato tra Italia e Polonia, il film si distingue per una narrazione intensa e delicata, arricchita dalle suggestive musiche di Andrea Guerra. A sostenere il progetto, anche Sara Serraiocco, qui per la prima volta nel ruolo di produttrice esecutiva.
Ciao Varsavia racconta, con sensibilità e realismo, le sfide dell’essere giovani oggi: un equilibrio fragile tra il desiderio di costruire la propria identità e la costante pressione esercitata dagli standard imposti dalla società.
Abbiamo incontrato Carlotta Gamba per parlare della sua esperienza nel dare volto e voce a un personaggio tanto intenso quanto vulnerabile. L’attrice ci ha raccontato il percorso emotivo e umano affrontato per entrare nei panni di Diana, un ruolo che richiede non solo sensibilità, ma anche un grande senso di responsabilità.
Interpretare un personaggio come Diana, così complesso e interiormente tormentato, richiede una grande sensibilità e una profonda connessione emotiva. Come ti sei preparata per affrontare un ruolo così delicato e intenso?
Questo era il mio primo cortometraggio, quindi all’inizio non sapevo davvero come affrontarlo. Un corto lo leggi, lo giri in quattro o cinque giorni e non hai quasi il tempo materiale per attraversare il personaggio in profondità, studiarlo davvero, o renderti conto fino in fondo di averlo tra le mani. È stato molto istintivo per me, anche perché il tempo era limitato.
Quello che però ho apprezzato moltissimo di questo lavoro è che, perché si tratta di un cortometraggio, ti lascia uno spazio di immaginazione molto più ampio. Mi sono ritrovata dentro a questa esperienza come se fossi caduta dentro il personaggio di Diana, che è molto complesso e vive situazioni emotivamente intense.
Quando interpreto un ruolo e sento di entrarci dentro con naturalezza, quasi senza sforzo, credo che sia perché la scrittura è sincera. E in questo caso lo era davvero.
Io spero di aver interpretato Diana con sincerità, senza cadere nella caricatura o in rappresentazioni stereotipate. Quando si affrontano temi così delicati, come i disturbi alimentari e il rapporto con il proprio corpo, credo sia fondamentale avvicinarsi con profondo rispetto e umanità.

Guardando il cortometraggio ci sono molte scene che colpiscono per la loro forza emotiva. C’è una sequenza in particolare che ti ha toccata più delle altre?
Sì, senza dubbio la scena in cui Diana tira fuori del cibo nascosto tra gli armadi e i vestiti, e comincia a mangiarlo. Per me è un momento molto forte, perché lei non lo fa solo per fame, ma anche, forse soprattutto, per cercare di sentire qualcosa. Diana vive un’apatia profonda, un distacco totale da tutto: dalla sua vita, da ciò che le accade intorno.
In quel gesto disperato si percepisce che è consapevole che qualcosa in lei non va, e allora prova a spingersi oltre, a forzarsi per sentire qualcosa, qualsiasi cosa. È stata sicuramente la scena più emotiva da interpretare, anche se non l’unica.
Quando recito, amo profondamente quei momenti in cui posso lasciarmi attraversare dalle emozioni, e le scene così intense, così “pesanti” dal punto di vista emotivo, mi rendono felice. Quella scena, tra l’altro, è nata quasi tutta da un’improvvisazione. La libertà che mi ha lasciato Diletta è stata fondamentale. Sono cadute delle cose, ci sono stati tanti errori, ma tutto questo ha raccontato anche il disagio di un momento del genere, così delicato.

L’ultima inquadratura di Diana è davvero potente: uno sguardo sospeso tra speranza e fine, tra inizio e disperazione. Secondo te, cosa raccontano davvero quegli occhi, tu cosa ci vedi in quello sguardo?
Per me, in quello sguardo c’è tantissima tristezza. Io sento che Diana non è ancora uscita da quel buco nero. Forse cerca di raccontarsi che ne è fuori, ma in realtà non lo è.
Allo stesso tempo, però, c’è qualcosa che guarda lontano. C’è un orizzonte davanti a lei, qualcosa che sta per arrivare e lei lo può vedere.
Quello sguardo dice che qualcosa potrebbe cambiare. E io spero che rappresenti proprio questo: l’inizio di un percorso, la possibilità di una rinascita.