Alice nella città

Margherita Spampinato e la Sicilia dell’infanzia in ‘Gioia mia’

In concorso ad Alice nella città. L’intervista alla regista

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Reduce dal successo di Locarno (Premio Pardo per la Miglior Interpretazione ad Aurora Quattrocchi e Premio speciale Giuria CINÉ+), Margherita Spampinato è arrivata in Asia con il suo film Gioia mia, e le platee del Busan International Film Festival hanno reagito con entusiasmo. Forte anche della vicinanza con un cinema molto amato localmente, quello della regista Yoon Ga-eun: storie con bambini, per adulti e bambini. La provincia italiana e i personaggi comuni stimolano serena fascinazione verso questa Italia dei microcosmi umani.

Sedersi con Margherita Spampinato e sentirla raccontare come è arrivata a creare Gioia mia, è un viaggio nell’infanzia e in una Sicilia fatta di ritualità e buone maniere. Ma soprattutto, si parla di un cinema italiano costruito col cuore, la passione, la preparazione e il lavoro di squadra.

Il film è interpretato da Marco Fiore, Aurora Quattrocchi, Martina Ziami, Camille Dugay, distribuito da Fandango, ed esordisce in Italia al Festival del Cinema Roma, Alice nella Città, nella sezione Panorama Italia, e compete per il Premio del Pubblico.

‘Gioia Mia’ di Margherita Spampinato – una scena del film – immagini stampa fornite per l’intervista

Margherita Spampinato e l’infanzia da cui si ispira il film

Ho avuto l’impressione che per apprezzare sinceramente il film bisognasse fare quello che si fa di solito quando si vuole parlare ed essere ascoltati da un bambino: ci si accovaccia. Ci si piega sulle gambe e ci si abbassa all’altezza degli occhi dei bambini. Ecco, volevo capire com’è avvenuta la scrittura di questa sceneggiatura, qual è stato il tuo spunto per poter abbassare lo sguardo a questa altezza, all’altezza dei piccoli?

Lo spunto è stato sicuramente il ricordo della mia infanzia, perché io sono stata quel bambino, molto tempo fa, quando non c’era ancora il cellulare. La mia era una famiglia politicizzata, laica, con un’impostazione razionale e scientifica e c’erano poche regole. L’atmosfera di casa mia era molto diversa da quella che trovavo in Sicilia, dove ogni estate trascorrevo le vacanze a casa delle anziane zie “signorine”, le cugine di mia nonna. Ero l’unica bambina e quindi loro impazzivano per me.

Era una dimensione non solo profondamente religiosa, ma anche magica: loro erano convinte dell’esistenza degli spiriti, e questo per me era potentissimo. Mi portavano in chiesa, mi facevano fare il pisolino, mi insegnavano le buone maniere. Io amavo moltissimo entrambe le dimensioni: quella romana e quella siciliana.

Inoltre, io ho un figlio della stessa età del protagonista del mio film, e la mia casa è sempre piena dei suoi amici. Passo molto tempo con loro: li vado a prendere, li accompagno a destra e a sinistra. In un certo senso, ho scritto la sceneggiatura anche grazie a loro, a loro insaputa, perché mi divertivo ad ascoltarli e ho preso ispirazione anche da loro.

E poi mi affascinava l’idea di raccontare un bambino di dieci anni cresciuto in un contesto razionale, che all’improvviso viene catapultato in vacanza in un mondo quasi fuori dal tempo, un mondo di sole donne, dove le cose si sentono e si intuiscono più che si spiegano a parole, in modo razionale. È qui che Nico scopre quella che viene chiamata l’“intelligenza intuitiva” e comincia a sviluppare una forma di spiritualità che non passa necessariamente per la Chiesa, ma che nasce dal prendersi cura degli altri. Oggi, in Italia, quasi tutti i bambini frequentano il catechismo, ma spesso quella che si trasmette è una spiritualità molto spoglia, più formale che vissuta.

Mi sembra che i bambini maschi, oggi, vengano educati e stimolati in modo diverso rispetto a quando ero bambina io. Forse sono proprio i maschi, in questo momento storico, ad avere più bisogno di stimoli complessi. Le donne stanno portando avanti un processo di emancipazione che è stato avviato — non concluso, certo, ma in cammino — mentre gli uomini sembrano dover recuperare una parte di sé che, nell’educazione tradizionale, che non gli è mai stata veramente concessa.

Per questo ho immaginato per Nico un viaggio che gli permettesse di completare una parte della sua formazione interiore, anche in relazione alla perdita che sta affrontando, la separazione dall’amata babysitter che lo ha cresciuto.

E poi mi piaceva raccontare la figura dell’anziana zitella di un tempo, che è una figura storica profondamente italiana e, per fortuna, ormai in via di scomparsa: donne dedite alla famiglia e alla casa che spesso dovevano nascondere o mascherare la propria sessualità e che sono sempre rimaste invisibili o marginali anche nella maggior parte delle storie.

Da bambina, osservandole, coglievo subito le loro storie d’amore, anche se me le negavano a parole. I bambini intuiscono tutto, perché non hanno ancora schemi. Ecco, questo mi interessava: che fosse proprio il bambino protagonista del film a percepire subito quello che l’anziana zia “signorina” non aveva mai raccontato a nessuno.

Margherita Spampinato sul set di ‘Gioia mia’ – (c) Bruno Fundarò – foto di scena fornite per l’intervista

La tradizione e i lutti

Ho trovato molta tenerezza anche nel modo in cui hai voluto introdurre la dimensione della tradizione, della ritualità, e delle convinzioni che adesso leggiamo obsolete, che appartengono ai nostri nonni. Quindi ci sono le carte, ci sono i fantasmi, ci sono le dicerie di paese, c’è il parroco che “la sa lunga”. Mi piace perché mi ricorda un’Italia che sta svanendo e che anziché affidarsi a tutto questo… cerca su Google. Anche su questo vorrei un tuo commento: è malinconia la tua oppure, in realtà, speranza che trasmettendo il fascino di generazione in generazione questa eredità possa restare in vita?

La nostalgia è sicuramente l’emozione dominante del film. Però, per quanto riguarda tutta la ritualità che c’è nel film, mi affascinava farla scoprire a Nico. Spesso in questa nostra vita moderna, velocissima, ci perdiamo dei passaggi: non c’è l’attenzione, a volte, per cose che invece hanno bisogno di un tempo, come tutti i riti di passaggio.

Ad esempio, Nico sta diventando grande, sta diventando adolescente, infatti ha appena perso la babysitter: per lui è un grosso trauma, perché è come una morte, dato che non la rivedrà più. Questa è una cosa frequente nella nostra società, io vedo tantissimi bambini che soffrono questi “lutti” perché capita proprio che nella soglia della preadolescenza, un bambino che magari è stato più con la babysitter che con la mamma – senza dare giudizi morali, questa è proprio la realtà – nel momento della separazione, provi un enorme dolore. Ma queste cose vengono spesso trascurate. Siccome questa è una figura nuova nelle famiglie, ancora o non sempre le viene dato il giusto peso. Invece quelli sono degli amori travolgenti per i bambini.

Ora, io penso che quando tu trascuri un lutto, comunque e in una qualche maniera viene fuori quel dolore prima o poi. E Nico ha bisogno di condividere questa ferita. Quando muore il cane vediamo le nonne che portano “i dolci del mal d’amore”: c’è la descrizione di questo rituale, le nonne spiegano al bambino che quando perdiamo un amore, qualunque esso sia, c’è bisogno di affrontare il lutto, che sia quello del cane o della babysitter, “l’amore è amore”, spiegano le nonne. Ecco questo, nella lentezza di quel mondo arcaico, il bambino lo apprende per imitazione. Ha la possibilità di dire “vedi, pure per un cane si può soffrire tanto”, quindi si sente legittimato a vivere anche il suo dolore, il suo lutto.

L’isolamento e l’apertura

Uno dei temi sollevati dal film riguarda l’isolamento. Nico è cresciuto dalla babysitter, non ha quasi un rapporto con la generazione dei nonni, arriva in Sicilia (con un volo in solitaria) ed è lo straniero, il bambino nuovo a cui non viene rivolta la parola. La zia Gela, pure, ci ricorda un passato di solitudine. Mi sembra che il film dia una fotografia realistica di come siamo arrivati ad allontanarci, pur mostrando di essere così connessi. Qual è la tua opinione su questo?

È assolutamente così. Tutti siamo connessi, ma nessuno si vede. Ora, non sono per demonizzare la tecnologia: però gli strumenti tecnologici se non usati bene hanno dei rischi; soprattutto nei bambini è un problema di equilibrio.

I due protagonisti sono due persone molto chiuse all’inizio, neanche si guardano, non per niente il film all’inizio è girato soprattutto in interni e poi piano piano tutto si apre. Infatti, alla fine del film, Nico si dimentica il cellulare a casa perché ha intrapreso un percorso di apertura, di crescita. Qui appunto il cellulare è un simbolo di questa chiusura nella quale si può cadere, nel suo caso per un dolore, oltre che per solitudine.

Margherita Spampinato e il cast di ‘Gioia mia’ – (c) Bruno Fundarò – foto di scena fornite per l’intervista

La produzione e il casting

I dettagli dell’apertura sono molto efficaci: dall’aprire la finestra, allo scassinare la porta, sono particolari che ti segnalano qualcosa e ti accompagnano fino in fondo alla storia, in effetti, a scoprire cosa rappresenta questa apertura.

Andiamo oltre: ci racconti un po’ come è avvenuto il casting come hai trovato gli attori bambini e gli anziani… perché anche gli anziani in questo film hanno un ruolo chiave, sono bellissimi e spiritosissimi. Anzi bellissime e spiritosissime!

A parte Aurora Quattrocchi [Nostalgia, 2022] e Marco Fiore, che aveva già recitato in alcuni film, non ci sono attori professionisti.

Devo dire che avendo lavorato per cinque anni facendo casting, il casting è sempre stata una mia passione. Quindi, sia nella ricerca dei bambini che nella ricerca delle nonne, abbiamo fatto il classico casting, ad esempio per il ruolo della bambina (il personaggio di Rosa) abbiamo visto un centinaio di candidate, e così via.

Lavorando con i bambini mi sono accorta che per quanto possano essere bravi, è importante cercare degli interpreti che abbiano già qualcosa del personaggio – lo sguardo, lo stato d’animo, il temperamento. In questo modo è più facile portarli dove deve andare la storia. Altrimenti loro ti portano da un’altra parte.

Un pochino è stato così anche per le nonne. Però nel loro caso cercavo anche l’aspetto estetico.

Sia con i bambini [Marco Fiore e Martina Ziami, N.d.R.] che con le nonne, all’inizio abbiamo prima lavorato molto sull’improvvisazione perché volevo che fossero tutti molto naturali. Poi una volta che abbiamo trovato il tono del racconto abbiamo smesso di improvvisare e ci siamo affidati fedelmente alla sceneggiatura.

Comunque all’inizio, quando improvvisavamo, le nonne avevano dei modi di dire, delle espressioni bellissime: io prendevo appunti quando facevo i provini, registravo espressioni dialettali di una bellezza unica. Tutto questo lavoro è stato utilissimo: loro hanno trovato il modo di essere naturali, il tono del film, – e questo si è visto pure con il cane! – che ci ha portato in una dimensione creativa veramente unica. Loro facevano tutto quello che era stato tracciato durante le prove; quindi, ognuno aveva trovato una propria creatività durante la preparazione. Infatti è stata un’esperienza bellissima, anche con le mamme dei bambini… le nonne lo sai che mi dicevano? Si frequentavano tutte tra di loro, e quando è finito il film erano dispiaciute perché si divertivano. Ci dicevano “ci sono passati tutti i reumatismi”!

Gioia Mia di Margherita Spampinato – il cast – immagini stampa fornite per l’intervista

Mi piacerebbe che raccontassi come è nata la produzione di Gioia mia, realizzata con un budget ridotto e molta passione da parte di chi è stato coinvolto.

È stata, è vero, un’avventura, però nella povertà del nostro budget questo ha fatto sì che si fosse selezionata una tipologia di persone coinvolta per passione, per divertimento. Questo ha creato un gruppo molto passionale e si vede anche nel film, penso.

Anche la proprietaria del palazzo, ad esempio, quando ha letto la sceneggiatura si è appassionata perché le ricordava la sua infanzia; infatti, siccome doveva vendere il palazzo e l’appartamento di suo nonno che era morto da poco, mi ha detto: “così mi resta un ricordo”. Mi ha portato tantissime cose, dalle lenzuola ai soprammobili, compresi i dolci…

Quindi, probabilmente per il fatto che tutti abbiamo dei ricordi di infanzia che inevitabilmente il film evoca, se da un lato siamo stati poveri economicamente, eravamo però ricchi da un altro punto di vista, che comunque non è poco. Perché uno che ti porta le cose affinché il film venga bene, è comunque tesoro.

E poi ovviamente la libertà di non avere nessuno che mettesse bocca se non noi.

Quindi è stato proprio un bel gruppo creativo; difficile chiaramente, però mi dico alla fine ha funzionato, mi sembra, perché il film sta piacendo.

Questo è il tuo film di esordio e sta avendo una risposta molto positiva ai Festival e con il pubblico. Deve essere energizzante ricevere un tale feedback con una opera prima. A livello più esteso, che riguarda la tua carriera, cosa ti è costato arrivare qui, cosa c’è stato prima che non si vede nel film e cosa ci hai messo qui dentro?

Dentro al film sicuramente ci sono tutti i lavori che ho fatto prima nel cinema, che ho amato tantissimo. Quindi c’è il casting, perché appunto il modo in cui dirigo gli attori, la ricerca casting, questa si vede. Sono sicura che senza quel tipo di lavoro che ho fatto prima, magari sarei arrivata con più fatica a mettere in scena quello che volevo.

Prima ancora ho lavorato per dieci anni come segretaria di edizione, e pure quello è un ruolo che ho tanto amato, e mi ha aiutato tantissimo. Tecnicamente la segretaria di edizione sa tutto di tutti i reparti, banalmente conosce tutte le ottiche, i tempi; perciò, diciamo che quella è proprio una formazione tecnica perfetta per arrivare a esordire. Inoltre, quando facevo la segretaria di edizione ho avuto la fortuna di lavorare con registi del calibro di Franco Battiato, che aveva come protagonista Jodorowsky! Con Bellocchio poi, ho fatto la gavetta! Tutti i lavori che ho fatto nel cinema sono stati una formazione per poi riuscire a realizzare quello che avevo in testa. La strada che ho percorso prima mi ha permesso di mettere in scena quello che avevo in testa.

Margherita Spampinato e Aurora Quattrocchi al Festival di Locarno per l’anteprima del film – (c) Bruno Fundarò – foto fornita per l’intervista

La magia della sala

Come è stata l’esperienza di Locarno?

A Locarno era stupendo: la sala rideva, e poi c’era Aurora con me, quindi anche il fatto che la gente la riconosceva… sembrava Marylin Monroe. È così romantico che una donna che ha 82 anni sia ancora così creativa, spiritosa, piena di passione, genuina.

Lei è una forza proprio, è come un’opera d’arte, Aurora.

Comunque, l’impatto con la sala e poi il fatto che comunque il pubblico ha applaudito tanto…poi ovviamente i premi… uno spera sempre di avere un riconoscimento, però per me già lo era essere stati selezionati, anche perché è andato tutto di corsa…

E così, alla fine, è stato veramente un po’ magico.

 

Gioia mia di Margherita Spampinato verrà presentato alla Festa del Cinema di Roma il 19 ottobre prima di uscire nelle sale italiane con Fandango.

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