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Marco Luceri sul Valdarno Film Festival: tra maestri e nuove generazioni
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2 mesi agoon
Con oltre quarant’anni di storia, il Valdarno Film Festival continua a essere un punto di riferimento per il cinema d’autore nel territorio toscano. Diretto da Marco Luceri, il Festival si distingue per la sua capacità di unire memoria e rinnovamento. Accanto ai premi alla carriera dedicati quest’anno a Gianni Amelio, Roberto Andò e Maurizio Nichetti, tre cineasti dalle poetiche lontane, troviamo le voci degli autori più giovani, presenti nella sezione cortometraggi. Il programma della 43ª edizione si concentra dunque non solo sulla diversificazione, ma anche sui temi sociali e sulla formazione delle nuove generazioni di spettatori.
Nel dialogo con il direttore artistico emergono i tratti identitari di un festival che non si limita alla proiezione delle opere, ma che si fa spazio fra incontro, riflessione e attivismo. Dalle serate dedicate alla lotta contro la violenza di genere alle sezioni educative come Valdarno Kids, fino ai cortometraggi provenienti da tutto il mondo, il festival conferma la propria vocazione a un cinema vivo, partecipato e capace di restituire alla comunità la complessità del presente.
I Premi alla Carriera vanno ad Amelio, Andò e Nichetti, autori con stili molto diversi. Qual è il filo conduttore che unisce questi tre “grandi nomi” e che messaggio trasmette al Festival?
Noi quando si tratta di partecipare al Festival siamo sempre un po’ abituati a pensare al cinema per compartimenti stagni, no? Preferiamo sempre gli stessi autori, le stesse cose, quindi è bene, in un certo senso, che ci sia un’apertura, una diversificazione più ampia possibile. Difatti, come hai detto te, sono tre percorsi completamente diversi. Forse Amelio e Andò un po’ più simili, però anche lì stiamo parlando di due cineasti di generazioni diverse, con due profili diversi, con due formazioni diverse. Per non parlare poi di Nichetti, che è una meteora. È stata una meteora nella storia del cinema italiano negli ultimi 30-40 anni.
Quindi secondo me, abbiamo voluto spingere su questo, proprio per offrire un ventaglio il più possibile diversificato. Anche per restituire l’immagine di un cinema italiano che comunque è vitale e percorre strade diverse. Insomma, per un festival come il nostro, che è un festival piccolo ma con una storia comunque lunga e importante, secondo me fare il punto su questi tre maestri, che sono tre idee di cinema diverse, può essere solo un arricchimento.
Il manifesto con la mano che chiede aiuto e la serata contro la violenza sulle donne sono molto importanti. Qual è la responsabilità del Valdarno Film Festival nell’utilizzare il cinema come strumento di attivismo sociale sulla scena locale?
Una buona risposta la troviamo già nella domanda. Nel senso che chiaramente per un appuntamento come il nostro, in cui le persone utilizzano il cinema per incontrarsi, per stare insieme, era giusto, secondo noi, approfondire. Il manifesto è una cosa che abbiamo dettato l’anno scorso, sempre di giovedì, in onore di Berlinguer. Quindi abbiamo fatto il punto su alcune questioni e quest’anno abbiamo alzato lo sguardo, approfittando anche del fatto che la presidente di giuria è un’attivista, un’artista straniera, Zoya Shokooi, che è un’artista italo-iraniana di origine. Quindi abbiamo messo insieme tutte queste cose per permettere una serata di approfondimento e di discussione.
Sono cose che funzionano abbastanza bene, nel senso che poi la gente è portata a farsi delle domande, a cercare anche delle possibili risposte, quindi si torna sempre lì. È importante che un piccolo festival come il nostro, legato al territorio, alla comunità, alla città in cui viene svolto, offra queste occasioni e non è detto che in futuro non possano essere anche più numerose.
La vita da grandi affronta l’autismo e include un incontro con esperti. Come viene gestita la sfida di trattare temi sociali e di salute mentale in modo efficace, tra concorso e dibattiti?
Guarda, in questo caso, secondo me il film da solo riesce a trasmettere tutto. È da lì che parte il messaggio, che arriva direttamente al pubblico. Un’opera così, capace di affrontare con intelligenza, grazia e un pizzico di ironia un tema sociale importante che riguarda famiglie e persone, fa già gran parte del lavoro. Coinvolgere esperti e farli incontrare al pubblico, insieme a Yuri Tuci — che ha reso meravigliosamente il personaggio — viene quasi da sé, no?
Quindi la base è avere un buon film, avere dei buoni ospiti e sperare che l’incontro provochi, diciamo, il dibattito, tra domande e la ricerca di possibili risposte. Tra l’altro quella de La vita da grandi sarà una doppia, perché avremo prima una proiezione con il pubblico e poi con le scuole. Insomma sarà un doppio appuntamento con due generazioni immagino diverse, quindi sarà anche curioso vedere le domande che faranno i diversi pubblici che vedranno il film.
Passiamo al progetto Valdarno Kids. Qual è il vero obiettivo strategico a lungo termine nell’investire così intensamente nel rapporto tra cinema e studenti? Si cerca solo di formare spettatori o anche futuri creatori?
Tra tutte queste cose, penso che cinema Kids è stata una cosa che ho voluto fortissimamente quando sono arrivato quattro anni fa alla Direzione Artistica del Festival. Mi piaceva l’idea di avere una mattina con i bambini delle scuole elementari, quindi bambini piccoli di sette, otto, nove anni, che forse al cinema non sono mai nemmeno andati.
Abbiamo scommesso su questa cosa, chiaramente non possiamo fargli vedere un film di due ore, quindi abbiamo selezionato una serie di cortometraggi di animazione che richiedono un’attenzione di massimo mezz’ora, quaranta minuti. Insomma quello che loro ci possono riservare a quell’età, rendendoli partecipi, introducendo due idee. La prima – e in questo ci ha dato una mano la cartoonist Marta Vangelisti che ogni anno ospitiamo – sta nel cercare di far capire a questi bambini come per esempio si fa un personaggio, come si disegna, quello che potrebbe significare proprio sotto l’aspetto grafico. Nel cinema di animazione i contorni del personaggio sono sempre portatori di un sentimento, o comunque di una dimensione specifica.
La seconda idea è quella di farli votare, cioè “votate voi quello che vi è piaciuto di più”. Naturalmente il voto dei bambini è meraviglioso perché fanno un casino straordinario, cominciano ad alzare le mani, a gridare di tutto, però è un po’ come fare intrattenimento, fare festa, ma anche iniziare a far capire loro che le immagini sono importanti, i racconti sono importanti! Il fatto che si può vedere qualcosa tutti insieme su un grande schermo al buio e divertirsi. Quindi è un piccolo passo verso la creazione dei futuri spettatori. Questa cosa qui sembra un po’ magniloquente come obiettivo, però diciamo che è un piccolissimo passo per dar loro modo di scoprire qualcosa che forse molti di loro nemmeno conoscono.
Il rapporto con i licei al Valdarno Film Festival
Poi il rapporto con le scuole è chiaramente diverso. Nelle mattinate vengono i licei, quindi stiamo parlando di ragazzi più grandi. Una cosa bella di questa edizione è il fatto che sabato mattina loro incontreranno Roberto Andò e quindi vedranno il film L’Abbaglio che verrà proiettato la sera prima, quando Andò riceverà il premio alla carriera. I ragazzi hanno quindi l’occasione di incontrare un maestro del cinema italiano, che gli racconterà come è riuscito a realizzare un film che affronta uno degli snodi principali della storia del nostro Risorgimento, qualcosa che loro poi studieranno e porteranno agli esami. È un po’ muovere il terreno per vedere se poi riusciamo a raccogliere qualcosa.
La sezione cortometraggi attira opere da tutto il mondo. Quali tendenze o urgenze globali emergono in modo significativo da questo panorama internazionale e che la Direzione Artistica vuole evidenziare?
Io mi sono accorto che in questi anni è stato un genere snobbato, quando in realtà è un genere molto vitale. Della selezione che noi abbiamo, diciamo c’è il titolare di titoli, poi c’è un capitale di selezioni che li seleziona e io li supervisiono. Quelli che entrano in concorso non hanno nulla da invidiare ai lungometraggi. Affrontano temi come la guerra, le differenze sociali, la solitudine, la ricerca dell’identità, sono tutti temi che poi sono comuni al nostro immaginario contemporaneo. Nella sezione corti, quindi in 5 minuti, un quarto d’ora, certe volte, è più difficile affrontare temi di questo calibro.
Quindi noi vediamo che ci sono dei giovani registi, perché poi i corti li fanno soprattutto i giovani, che hanno veramente delle straordinarie capacità di messa in scena e di racconto. È una sezione a cui noi teniamo molto. Infatti accanto al premio come miglior lungometraggio c’è anche quello al miglior corto. Devo dire che la risposta negli anni sta crescendo, quindi come posso dire, il Festival sta diventando attrattivo anche per chi realizza questi film in formato breve.