La XVIII edizione del festival di Archivio Aperto a Bologna ha come tema principale la libertà analizzata lungo un’asse del tempo e in grado di svincolare situazioni di precarietà grazie alla volontà di riscatto che essa infonde, indipendentemente dall’ ostilità dell’ostacolo che vi si possa presentare davanti.
Tra gli undici cortometraggi che verranno presentati in questa manifestazione, possiamo imbatterci in 09/05/1982, film curato dalle menti di Jorge Caballero e Camilo Restrepo, in grado di destabilizzare lo spettatore tramite la tecnica del “found footage”, richiesta per poter partecipare al festival.
09/05/1982: realtà o finzione?
Girato nel 1982 in un paese dell’America del sud, il documentario presenta all’interno varie immagini di vita quotidiana che si susseguono una dopo l’altra. Le immagini sono semplici: un cesto di frutta su un tavolo; negozietti in una città, vita che scorre. Le rappresentazioni diventano all’improvviso più crude. Una ripresa su qualche murales che riporta la scritta: “Matanza del 9 de mayo” (massacro del 9 maggio) va a segnare a un passaggio di immagini più forti.
In sottofondo una voce fuoricampo racconta la versione reale dei fatti: una rivolta da parte di alcuni manifestanti di sinsitra viene sedata da parte dello stato per il bene della comunità. Il narratore, chiaramente di parte, giustifica le azioni riportate e precisa che per lui tutto ciò che è successo per opprimere l’insurrezione é stato necessario, e ribadisce che le autorità hanno gestito il tutto con la massima responsabilità. Il documentario cerca, quindi, di cambiare il senso dei fatti reali di quella giornata.
I registi
Camilo Restrepo nasce nel 1975 a Medellin in Colombia. Nel 1999 si trasferisce a Parigi per lavoro, risiedendovi tutt’ora. L’autore può vantare numerose selezioni dei suoi film da parte di vari festival come la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, Berlinale, Toronto, Rotterdam, Mar del Plata e New York. Ha vinto due volte il Pardino d’Argento a Locarno. Los Conductos, il suo primo lungometraggio, ha fatto parte del concorso internazionale Encounters alla Berlinale 2020, dove ha vinto il premio per la migliore opera prima.
Jorge Caballero è, invece un regista, ricercatore e autore specializzato in narrazioni guidate dall’intelligenza artificiale, elemento che possiamo vedere anche in questo corto. È dottore di ricerca presso l’UPF, co-direttore del programma post-laurea in Cinema e Algoritmi presso la UAB.
I suoi documentari hanno vinto il Premio nazionale colombiano per il documentario e sono stati presentati in festival internazionali come Rotterdam, IDFA e SXSW, con coproduzioni per ARTE, YLE e TV Cataluña. Il suo ultimo libro, Artificial Imagination, esplora il futuro del cinema nell’era degli algoritmi
Intelligenza artificiale: arma a doppio taglio
Il mondo presentato all’interno della pellicola è semplice ma inquietante. Pur mostrando normalità, la visione risulta opprimente data la scelta di accompagnare la produzione con un suono insistente e raccapricciante, mettendo in guardia da subito lo spettatore che in poco tempo lo scenario quasi idilliaco sarebbe crollato. Questa inquietudine esplode non appena vengono messe in risalto le prime rappresaglie di uno scontro civile avvenuto in quelle zone.
Il cambiamento avviene in modo graduale e porta alla luce la semplicità del modo in cui situazioni normali possano svilupparsi e diventare tragiche da un momento all’altro. Si crea un contrasto durante questo momento del film: da una parte c’è desolazione e la distruzione di un territorio, dall’altra una voce che ci ricorda la giustezza di certe azioni. Di giusto, però, non vi è assolutamente nulla visto che la violenza non risulta assolutamente uno strumento adeguato per porre fine a un contrasto con la popolazione.
Tutto si interrompe nuovamente con una nuova riproduzione di immagini di quotidianità, come a voler specificare che si trattasse solo di una pagina isolata e negativa della storia di quel paese, (sottolineato per giunta della durata minima del corto stesso).
Queste nuove scene creeranno nuove irrequietezze: le immagini diventano strane e il suono di sottofondo diventa sempre più forte e sgradevole, riecheggiando per tutta la sala negli ultimi minuti finali. I crediti, infatti, spiegano che la realizzazione del film è avvenuta, come accennato sopra, tramite l’uso dell’intelligenza artificiale, il campo di studi di Caballero. L’uso dell’IA risulta peculiare poiché lo si può intendere come un perfetto connubio con realtà e finzione, tema principale trattato in questo documentario.
L’ambiguità risiede nel fatto che la tecnologia è così potente da poter cambiare quelle che sono le memorie collettive delle persone. In questo caso l’uso è etico perché ha il compito di istruire lo spettatore sui rischi a cui può portare un suo uso sbagliato.
La storia è a discrezione dei potenti
Ovviamente non è accaduto nulla il 9 maggio del 1982 in Sud America di noto. L’obiettivo dei registi è quello di spiegare che ogni avvenimento sia pressoché plasmabile a seconda della necessità del momento da parte di qualsiasi governo e lo stesso sarebbe avvenuto anche senza l’aiuto di tecnologie sofisticate.
Un parallelo storico è la rivolta di piazza Tienamnen in Cina il 4 giugno del 1989, dove persero la vita tra le 200 e le 1000 persone, tra cui studenti, operai e intellettuali vari, per una semplice protesta pacifica iniziata settimane prima del massacro. Il governo cinese ha da sempre negato e, quasi del tutto, eliminato dalla memoria della propria popolazione, tramite censure pesanti, gli avvenimenti reali di quelle giornate. Se sappiamo qualcosa di tutto ciò è grazie a quelle poche persone impavide che sono riuscite a portare alla luce immagini e filmati del mattatoio senza aver avuto paura di ripercussioni da parte del proprio paese.
Ritornando al corto, si vuole far capire che lo stato metterà sempre i suoi interessi davanti al bene dei cittadini; si invalidano e si minimizzano quelli che sarebbero potuti essere i motivi pratici della rivolta, mai menzionati davvero e quasi paragonati a un fattore di invidia riguardo il livello sociale basso da parte dei rivoltosi. La popolazione vera non dimentica però, e ciò lo si lascia intendere spesso nel corto. La società avrà sempre questo fardello da portare sul petto e, pur dovendo sottostare a determinate regole, lo spirito inarrendevole umano continuerà a rialzarsi, riorganizzarsi e a lottare.
Pur risultando abbastanza rapido e scorrevole, il docu-film rimane impresso, lascia dei quesiti e dà la possibilità di avere un’opinione solo astratta sulla vicenda. Non si riesce a recepire qualcosa di concreto ma spinge comunque lo spettatore a dare peso alle parole del narratore.
Il compito principale dei due autori è, paradossalmente, quello di far riflettere lo spettatore sulla realtà in cui vive e sul fatto che la verità in cui le persone risiedono è fondamentalmente basata su menzogne costruite lungo il tempo, coprendo oltraggi che la popolazione passata ha subito solo per renderla più docile nei confronti di chi è al potere. Ciò non vuol dire che ogni sforzo per un possibile cambiamento sia veramente vano; c’è la volontà di instillare un sentimento di titanismo nell’individuo, una voglia di andare oltre quelle che sembrano figure ineluttabili. Per farlo, è necessario ricordare i vecchi soprusi e imparare dal dolore che contrassegna la comunità.
Correlati:
Al via ‘Archivio aperto’: ecco la 18esima edizione
Archivio Aperto: il cinema libero e inedito a Bologna