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Ortigia Film Festival

‘Il Comico’ di Andrea Belcastro: quando la risata si fa rito funebre

Un corto tecnicamente solido, capace di un inizio folgorante, ma che si perde in un finale debole e in scelte narrative già viste.

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L’idea è folgorante: un comico dimenticato che si guadagna da vivere aiutando i moribondi ad andarsene ridendo. Non un becchino, non un carnefice, ma un traghettatore atipico: colui che, con il riso, accompagna verso l’ultimo respiro. In questa premessa c’è già la potenza di un film intero, quasi di un romanzo: Il Comico, cortometraggio di Andrea Belcastro presentato in anteprima all’Ortigia Film Festival, parte da qui. E nella sua prima parte funziona con atmosfera, tensione, mistero, la giusta dose di grottesco. Peccato che la seconda metà, invece, scivoli nella retorica e finisca col depotenziare un’intuizione che aveva tutto per esplodere.

Un inizio da kammerspiel grottesco

La scena iniziale è una piccola perla di costruzione narrativa. In un appartamento claustrofobico, una donna anziana è sul letto di morte. Prima entra il prete per l’estrema unzione, poi un uomo di sessant’anni, enigmatico, lo sguardo scavato e l’aria dimessa: è Il Comico. Non sappiamo chi sia, non sappiamo cosa stia per fare. Ma l’attesa è calibrata bene. E quando finalmente si avvicina alla donna, il corto trova il suo cuore nero: un attimo di silenzio, poi una risata improvvisa, poi la morte. L’ambiguità resta sospesa: Il Comico (interpretato da Saverio La Ruina) ha davvero un potere sovrannaturale? Oppure sfrutta il suo mestiere dimenticato, quello di far ridere, come strumento per accompagnare i morenti?

È cinema che lavora per sottrazione, che vive di non detto. In questo senso Belcastro dimostra di avere una mano precisa: il ritmo è secco, la tensione cresce, lo spettatore si chiede “e adesso che succede?” e la risposta arriva come un colpo, disturbante ma calibrato. Qui il corto sfiora davvero il grottesco migliore, quello che unisce quotidianità e abisso, come accadeva in certi lavori di Aki Kaurismäki.

Il declino della seconda parte

Dopo l’inizio folgorante, il corto prende una strada diversa. Il Comico riceve una busta: soldi, data, luogo. La vicenda si sposta all’aperto, su una terrazza affacciata su un arroccato borgo. Una cornice indubbiamente suggestiva, quasi da cartolina, che però finisce per schiacciare la scrittura, rendendo meno incisiva la forza narrativa mostrata nella prima parte. Qui entra in scena la figlia (Francesca Alati), pronta a un gesto estremo. Il dramma familiare irrompe con tutta la sua carica di dolore: la perdita, il rancore, il bisogno disperato di una riconciliazione.

Sulla carta, il materiale è potentissimo. Padre e figlia, un trauma irrisolto, una ferita ancora aperta: gli ingredienti ci sono tutti. Eppure, nella resa, qualcosa si incrina. Le interpretazioni di Saverio La Ruina e Francesca Alati restano contenute, a tratti ingessate, senza riuscire a restituire pienamente l’urgenza emotiva del momento. Ne risente anche il finale, che avrebbe potuto essere toccante e catartico, ma che appare invece un po’ troppo scolpito nella retorica del melodramma.

Nonostante ciò, resta la sensazione di un’opera capace di intuizioni brillanti e di una prima parte davvero solida, che avrebbe meritato una conclusione all’altezza. Il Comico non manca di coraggio né di visione, ma lascia lo spettatore diviso tra l’entusiasmo per ciò che prometteva e il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere.

Il nodo del riso e della morte

Eppure, l’idea di fondo resta potente. Che il riso accompagni la morte non è invenzione banale. Da Bergson a Bataille, da Freud a Pirandello, la risata è stata letta come gesto ambiguo, liberatorio e crudele insieme. Nel riso c’è la scossa che spezza la logica, l’elemento che apre al perturbante.
Il corto di Belcastro apre dunque uno spazio affascinante tra comico e tragico, tra leggerezza e angoscia. Quando si sposta sul terreno del dramma familiare, lo fa con sincerità, ma senza riuscire a imprimere la stessa forza che aveva acceso la prima parte.

Luci, fotografia, regia: un autore che sa dirigere

Nonostante i difetti, non si può negare che la mano di Belcastro sappia il fatto suo. La fotografia è limpida, precisa, con tagli di luce che sanno evocare stati emotivi più delle parole. La regia è sobria, mai invadente: non ci sono vezzi autoriali, non c’è il desiderio di impressionare. È un cinema che lavora di misura, che cerca la chiarezza. Questo è un punto forte, e va riconosciuto: Belcastro ha gli strumenti tecnici per crescere, e molto.

Un bilancio: promessa mancata, ma da tenere d’occhio

Il Comico resta un cortometraggio in chiaroscuro. La prima parte convince e conquista: costruita con tensione, mistero e un’atmosfera che intriga. La seconda, invece, perde un po’ di quella forza iniziale, scivolando in una drammaturgia meno incisiva, con interpretazioni che non sempre sostengono il peso emotivo della scena e un finale che avrebbe potuto lasciare un segno più profondo. È un peccato, perché l’intuizione di partenza — il comico come traghettatore dei morenti — resta di grande potenza e originalità.

Nonostante questo, il bilancio rimane positivo. Belcastro dimostra di avere un occhio registico, un’idea di cinema personale, e la capacità di creare immagini limpide e suggestive. La sua opera non è perfetta, ma rimane comunque un passo importante, un tassello di un percorso che merita attenzione. Se Belcastro saprà alleggerire la scrittura da alcuni cliché e affidarsi con più decisione alla forza delle sue idee, potrà davvero trovare una voce autoriale riconoscibile.

Il Comico

  • Anno: 2025
  • Durata: 20'
  • Distribuzione: Epos Film
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Andrea Belcastro