Dopo l’anteprima al Montenegro Film Festival, Dom (Home) di Danilo Bjelica approda all’Euro Balkan Film Festival. Il cortometraggio segna il debutto alla regia del giovane cineasta serbo, già autore della sceneggiatura di Presuda (The Verdict), diretto da Dora Jung e presentato al Ca’ Foscari Short Film Festival 2022.
Per il suo primo film, Bjelica decide di attingere dal suo passato per raccontare un’intima storia di sacrificio familiare.
La vita della coppia di pensionati Vladan (Miodrag ‘Miki’ Krstovic) e Ruza (Ljiljana Blagojevic) scorre lenta nella loro grande villa a bordo lago. Una casa piena di ricordi, condivisa dagli sposi che non ha bisogno di parole per intendersi. Ma dietro i loro sguardi si nasconde tutto il non detto: l’amore e l’apprensione di Vladan non bastano per domare la confusione e la paura di Ruza, i cui ricordi stanno lentamente venendo consumati dall’Alzheimer. L’angoscia per il peggioramento costante della moglie è sostenute dalle insistenze della figlia Milena (Kalina Kovacevic), che vorrebbe far ricoverare la madre in una struttura apposita ed ospitare il padre a casa sua, per alleggerirlo dal peso di dover badare da solo alla moglie.
La casa dei ricordi
La casa del titolo non rappresenta più soltanto un luogo vissuto per anni, ma un sostituto metafisico alla memoria di Ruza. Il rifiuto di Vladan al lasciare il nido è un rifiuto al lasciar andare il loro passato, e, come una maledizione, all’abbandono fisico della casa corrisponde subito quello della coscienza della moglie.
Si sente nella sceneggiatura di Bjelica un rapporto intimo con la tematica, raccontata con tatto senza mai eccedere nel sentimentalismo. L’Alzheimer è rappresentato per ciò che è, una terribile condizione che separa anche le famiglie più unite, ma che lascia piccoli spazi a momenti di lucidità che Vladan cerca di godersi a pieno, cercando di recuperare la sua amata prima che si perda nell’oblio.
Un talento registico in via di sviluppo
Purtroppo però non viene dato spazio ad alcun tipo di sperimentazione registica o di particolarità visuale, lasciando l’impressione di un debutto fatto con grande capacità tecnica ma poca inventiva. Dal racconto di Bjelica non emerge a pieno il suo punto di vista personale sulla malattia, fermandosi invece ad un racconto tenero ma già visto, che fa fatica a distinguersi nel marasma della filmografia dedicata alla tematica.
Sono le performance dei due protagonisti a tenere a galla l’opera, sostenuta dagli sguardi pieni di intenzione e dalle poche, misurate parole scambiate dalla coppia. Risiede qui il grande talento di Bjelica, ovvero la direzione degli attori che hanno dato vita a Ruza e Vladan con naturalezza e piena coscienza della responsabilità portata.
Il risultato è un film capace, che con un po’ di coraggio in più avrebbe potuto superare i limiti dati dall’essere un’esercitazione scolastica. Si vede l’impronta di un regista pronto a dirigere grandi cast e intrecci complessi, che aggiungendo un tocco di fragilità e onestà in più alle sue sceneggiature potrebbe diventare una giovane promessa del cinema drammatico.