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Locarno Film Festival

‘Don’t Let the Sun’ di Jacqueline Zünd, distopia e isolamento

Al Locarno Film Festival, Jacqueline Zünd immerge lo spettatore in un futuro soffocante, tra immagini visionarie e relazioni in cerca di un’anima.

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La luce abbagliante di un mondo che si svuota

Presentato in anteprima mondiale al 78° Locarno Film Festival, Don’t Let the Sun rappresenta l’esordio nella fiction di Jacqueline Zünd, regista svizzera nota per il suo lavoro documentaristico dal tocco intimo e osservativo. La regista decide di trasferire il suo sguardo contemplativo all’interno di una cornice distopica, immaginando un futuro prossimo in cui le temperature hanno superato la soglia di sopportazione umana. In questo scenario, le città si svuotano nelle ore diurne, il calore è una minaccia costante e la vita si sposta in spazi chiusi, rarefatti, dove i rapporti umani si riducono a interazioni frammentarie e contrattate.

Protagonista della storia è Jonah, interpretato da Levan Gelbakhiani, un giovane che lavora come “affittuario di ruoli emotivi”: su richiesta, diventa un amico, un confidente o persino un padre temporaneo. La sua esistenza procede con disciplina quasi meccanica, finché un incarico particolare – prendersi cura di Nika (Maria Pia Pepe), una bambina di otto anni – mette alla prova la sua capacità di mantenere il distacco emotivo.

Sin dalle prime inquadrature, Don’t Let the Sun si presenta come un film di atmosfera. La regia alterna campi lunghi su strade deserte a dettagli minimi, costruendo un paesaggio visivo elegante e ipnotico. Le luci sono dure e dirette, le ombre nette, e la colonna sonora è ridotta all’osso, fatta di suoni ambientali ovattati e pause quasi totali. È un linguaggio cinematografico coerente, ma anche estremamente statico, che lentamente finisce per soffocare ogni slancio narrativo.

Ombre narrative dietro un bagliore persistente

L’intenzione di Jacqueline Zünd sembra quella di fondere un discorso sul cambiamento climatico con una riflessione più ampia sull’isolamento emotivo contemporaneo. Il caldo estremo diventa metafora del progressivo ritiro dell’essere umano nelle proprie difese interiori. Tuttavia, l’opera non riesce mai a scavare davvero nei temi che propone: gli spunti restano accennati, e la sceneggiatura si limita a suggerire connessioni senza mai concretizzarle in scene o dialoghi che possano coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo o intellettuale.

I personaggi, già scritti con un profilo minimale, faticano a imporsi. Jonah è definito più dalle sue azioni ripetitive che da un reale sviluppo interiore, e anche l’incontro con Nika non produce un’evoluzione tangibile. La bambina stessa, che avrebbe potuto incarnare una speranza o una rottura nel ciclo emotivo del protagonista, appare più come un espediente narrativo che come una presenza viva. L’interpretazione contenuta e controllata degli attori si inserisce nel tono generale dell’opera, ma contribuisce a mantenere una distanza costante dal pubblico.

Dal punto di vista visivo, Don’t Let the Sun non manca di momenti suggestivi: l’uso delle luci naturali per ricreare un sole quasi tangibile, il lavoro sui contrasti cromatici tra interni freddi e caldi bagliori esterni, i movimenti di macchina lenti che accompagnano i personaggi come ombre. Tuttavia, queste scelte, ripetute fino alla saturazione, finiscono per privarsi di forza e trasformarsi in puro esercizio di stile. La bellezza dell’immagine non basta a colmare l’assenza di conflitti drammatici incisivi o di relazioni credibili.

Il risultato è un’opera che affida tutto il proprio peso all’estetica, rinunciando a costruire una vera tensione narrativa. Chi guarda resta spesso spettatore passivo di una sequenza di quadri statici, senza sentirsi mai davvero parte di quel mondo. Il rischio, concretizzato, è che l’attenzione si disperda molto prima che la storia raggiunga il suo compimento.

Don’t Let the Sun

  • Anno: 2025
  • Durata: 100'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Svizzera, Italia
  • Regia: Jacqueline Zünd