Due oceani infiniti, eppure, dove muore uno, prende vita l’altro. Bagnano la stessa terra, ma scorrono a ritmi diversi. Si guardano, si sfidano, si sfiorano, ma le loro acque non si toccano mai. Uno sussurra racconti di un blu intenso, l’altro strilla versi sognanti di un timido turchese. L’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico, proprio come Kulsum e Phadiel, i protagonisti della storia che stiamo per narrare, ci insegnano la differenza tra vicinanza e prossimità, il confine labile tra distanza e lontananza.
Dove due oceani si incontrano
La vita sciaborda segreti, peccati e speranze alla riva di quello che sembra il punto di non ritorno. Lulu Scott documenta le correnti torbide che i due hanno dovuto navigare per arrivare ai piedi del loro futuro insieme. Una straziante storia d’amore che non ha nulla a che vedere con i cliché rosei che ci hanno oscurato la vista in tenera età. Bensì una fedele rappresentazione del terrore politico e sociale che ha attraversato gli anni successivi all’apartheid in Sudafrica, una poesia di isolamento e solitudine, un’indagine sui ruoli di genere, il sogno di un padre e la rassegnazione dei figli, il mistero di un uomo e una donna persi nell’infantile ricordo di loro stessi negli anni d’oro. Where Two Oceans Meet è una storia di umanità.
Lulu Scott debutta con il documentario Where Two Oceans Meet
L’opera è una cruda — e al contempo soave — testimonianza di un tipo di quotidianità così differente da quello che tanti considererebbero la norma, ma che purtroppo si rivela essere un’angosciante verità per molti. Tra tramonti onirici nella loro bellezza siamo catapultati a Mitchells Plain, una cittadina a pochi chilometri di distanza da Capo di Buona Speranza, l’estremità più meridionale dell’Africa, dove appunto l’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico si incontrano senza mai mescolarsi.
La natura offre le metafore più solenni
È agghiacciante quanto l’aspetto topografico di questa terra e di queste acque rifletta inconsapevolmente le vicissitudini dei nostri protagonisti. Un’allegoria così vitrea e caustica confezionata in una pellicola del tutto chimerica nella sua apparenza. In questa sublime lettera d’amore alla vita, osserviamo frammenti di persone perdersi, morire poco a poco e, in questo cammino pieno di stalli, di pause lunghe e sospiri ansimanti, incontriamo una famiglia.
Kulsum, la madre, Mariam, la figlia e il figlio Yusuf. Chi più sfuggente alla telecamera, chi rude nella sua nobile vulnerabilità e onestà, chi troppo preso dalle responsabilità per lasciarsi andare a sfoghi drammatici; ognuno di loro è in lutto.

Where Two Oceans Meet documenta il cordoglio
La famiglia patisce ormai da decenni: tutto ha inizio con la condanna e l’incarcerazione del pater familias. Sì, non è una morte fisica, ma ogni giorno i protagonisti combattono la sua assenza e convivono con il poco che la sua presenza ha lasciato. Kulsum ha dovuto seppellire la spensieratezza della gioventù e il calore di un corpo da abbracciare, mantenendo una rigorosa fedeltà per quella promessa pronunciata anni fa e rotta da una società che è volta alla distruzione piuttosto che alla costruzione.
“Ti senti al sicuro in casa tua?”
“No, non lo sono”
Il lutto cambia forma ogni giorno, ma non si scrolla mai di dosso. Rimane attaccato ai vestiti con il suo odore, scorre tra le dita come acqua, si posa sui momenti di quiete nelle vesti di nostalgia e dà il buongiorno sotto mentite spoglie, fingendosi speranza e fiducia.

Il documentario come veicolo d’emotività
La regista ha conseguito il minuzioso compito di spogliare la tecnica del documentario alla sua funzione puramente didascalica, né si è arresa al comune stile prosaico che svuota il documentario di una sensibilità artistica degna di menzione. Lulu Scott dà fondo alla sofferenza e le dà una forma commovente e dignitosa. Tutto in una cornice cinematografica lirica. Apparente è l’entusiasmo per l’architettura della regista che regala in ogni fotogramma, non solo qualcosa di emotivamente graffiante, ma anche visivamente affascinante. Riesce a comprimere o a far esplodere il tumulto di sentimenti che guidano i nostri protagonisti.
“I loro sorrisi e le loro risate mi dicevano che eravamo lì per diverse ragioni.”

Finestre spalancate in una cittadina che spinge il proprio popolo a barricarsi in casa. Tende accarezzate dalla dolcezza di una brezza, che ha tutto da dare e nulla da togliere, contrapposte alla rigidità guardinga con la quale le persone sono costrette a condurre le loro giornate. Non c’è spazio per imprudenza e spensieratezza. Lunghe, infinite gallerie buie che sembrano emulare l’ignoto cammino che i nostri personaggi intraprendono in questa lotta alla vita: lunga, imprevedibile, così buia da non dar modo all’immaginazione di desiderare o fantasticare sulla luce che si brama trovare dall’altra parte. Eppure, con molta pazienza e perseveranza, si arriverà alla fine del tunnel.
“Anche dopo tutti questi anni mi ritrovo ancora a desiderare quest’uomo, ancora innamorata di lui, ancora amandolo. Ancora lo vedo esattamente nello stesso modo in cui lo vedevo 24 anni fa.”
Il sole splende e la luna si leva nuovamente, entrambi rispettano il proprio ruolo nel governare i cieli: tempo e spazio non sono da guerreggiare. Così, anche quando la stanchezza porta in un vortice di apatia, Kulsum sa cosa fare e quando farlo, sa perché concedersi alla desolazione e perché non rimanerne annegata dentro.

La scenografia
Una cucina umile in cui tutto tra piatti e umori è accatastato o una macchina parcheggiata in garage che sembra essere una fortezza e un rifugio. Il piano di sequenze, i giochi d’ombra e luce che si rincorrono. Tutto evoca la regalità di un desiderio così primitivo, ma tanto lontano dalla nostra evoluzione: esercitare il proprio diritto di vivere, di esistere.
Lulu Scott è capace di risvegliare una sensibilità e consapevolezza che non rincorre né i sensi di colpa né una denuncia politica. Eppure, Where Two Oceans Meet è un manifesto di umanità perduta e vita ritrovata.
“Ho lasciato andare questo desiderio. Lentamente impari a lasciar andare.”
Le sue riprese sono cortesi, mai invadenti, ma abbastanza intime da convincerti di essere parte della famiglia. Il nitore che porta con sé il lungometraggio non è mellifluo. Non vi è affettazione, ma piuttosto una referenza ammirabile nel trattare i citati connubi di distanza-lontananza e vicinanza-prossimità. Il suo rispetto per gli individui e la causa si traduce chiaramente per mezzo della cinepresa che fedelmente documenta animi puri, animi in pena, animi che rincorrono il nuovo giorno come un torrente in piena.

“Mi sono ripromessa che sarei tornata in questo luogo che chiamo pace e protezione.”
Where Two Oceans Meet è rincorrere un incubo e gli albori di un sogno che sta per trasformarsi in realtà. Una fiaba moderna in cui il cantastorie racconta le gesta, non di chi è partito, ma di chi è rimasto. Il documentario è etereo nella forma e tangibile nel dolore raccontato. È un’esperienza sensoriale: l’odore del mare e di una cucina chiusa, l’odore della prigionia e della libertà…
Un artefatto di realismo inconfutabile ma surreale
L’occhio di Lulu Scott è serafico e aulico nel mettere su schermo l’antica dissonanza tra male e bene. La terra di Mitchells Plain è casa dell’Eden, Giardino delle delizie con le sue distese incantate e le sue viste mozzafiato, ma è anche eterno regno dei morti.
Qual è, però, la minaccia? Chi è il vero cattivo di questa storia? E chi, invece, l’eroe in una storia in cui la tortura sembra essere il rimedio stesso, il castigo una ricompensa? C’è chi, per l’avere occhi verdi, scampa a una vita passata in modalità di sopravvivenza. Chi paga le conseguenze della bontà perché la legge goffamente (o meschinamente) insegue le persone sbagliate. C’è chi volta le spalle alla malavita e ai soprusi delle gang per poi ritrovarsi dietro le sbarre al posto dei veri peccatori. Chi concede la grazia perché non ha odio in sé alla quale attingere.
Nel concatenarsi degli episodi e degli anni in cui viene raccolto il materiale filmico, sia Phadiel che la regista simboleggiano una presenza ostinata e costante che raggiunge il culmine della sua esistenza nella sua assenza.
I due oceani rimangono immensi nelle loro profondità misteriose, ma per Phadiel e Kunsum, dopo anni di tempeste indicibili, la vita ha raggiunto finalmente il punto dove due oceani si incontrano. Non un lieto fine, ma un fiducioso inizio. Le numerose inquadrature di gatti in letargo nel pieno della loro passività e abulia lasciano spazio alla vivacità di cani che scorrazzano su e giù euforici nel loro semplice esistere. Tutto in questo documentario acquisisce un valore simbolico quasi sacro.

Presentato giovedì 17 luglio al SiciliAmbiente Film Festival, in concorso nella sezione documentari con la partecipazione in sala dell’autrice Lulu Scott, Where Two Oceans Meet è un inno crudo, ma elegante, alla vita.
Scopri qui il resto della programmazione della manifestazione e non perdere l’esclusiva intervista a Antonio Bellia, figura chiave di questa realtà volta alla tutela dei diritti umani e ambientali.