Un uomo solo, un falò, alcuni biglietti di carta che bruciano. Su uno, delle misure. È così che si apre Remains, il cortometraggio di Christine Abou Zein, regista libanese che ci immerge in un paesaggio mediorientale senza coordinate precise, ma carico di memoria e silenzio. Il protagonista, Farid, vive in una campagna arida e remota. Il suo lavoro è scavare fosse, forse da becchino, forse solo da uomo di terra. Riceve un nuovo incarico, un biglietto con delle misure: quelle della fossa per il funerale a cui assisteremo subito dopo.
Ma quello che sembrava l’inizio del film si rivela, a posteriori, la fine della storia. La scena del falò è un flashforward, e quel biglietto che brucia è proprio quello che Farid aveva ricevuto. Un dettaglio piccolo, ma carico di significato. Durante il funerale assistiamo a un rituale funebre arabo, sobrio e composto, che colpisce per la sua intensità e la sua vicinanza, nonostante la distanza culturale.
Il vero centro emotivo del corto però arriva dopo, quando scopriamo il legame tra Farid e il suo cane: unico compagno, amico silenzioso, parte viva della sua solitudine. Quando l’animale si ammala — o forse viene avvelenato — Farid è costretto ad abbatterlo. Prima, scrive alcune preghiere su altri biglietti. Poi, ogni parola sparisce.
Remains come indagine sulla perdita
Remains è un cortometraggio che parla della morte, sì, ma anche del peso silenzioso della perdita. Farid non parla mai: non una parola. Il silenzio diventa lingua, la sua unica risposta alla morte. Il cane, la sepoltura, i biglietti bruciati: tutto assume un valore rituale. Un modo per elaborare il lutto, forse per nasconderlo sotto la terra insieme ai corpi, agli oggetti, ai ricordi.
Il ticchettio dell’orologio, che sentiamo poco prima del colpo di fucile, è uno degli elementi sonori più potenti del film. Un countdown verso l’irreparabile. Il tempo, come la morte, non si può fermare. Lo spettatore viene portato a condividere l’attesa, a respirare la tensione. A soffrire insieme a Farid, anche senza parole.
Il gesto di scrivere e bruciare biglietti — sia con misure che con preghiere — diventa un atto simbolico ricorrente. È come se ogni carta ridotta in cenere lasciasse solo ciò che resta: il vuoto, l’eco, la memoria. È proprio in questo vuoto che il film trova la sua forza.
Estetica di ciò che resta
Visivamente, Remains è un’opera che si colloca a metà strada tra neorealismoe poesia visiva. Il bianco e nero, denso e contrastato, restituisce un senso di tempo sospeso. La fotografia abbraccia la polvere, i volti spenti, i paesaggi brulli. Ogni inquadratura comunica assenza, solitudine, malinconia.
La regia è essenziale, priva di orpelli. Lo sguardo in macchina di Farid, quando finalmente ci fissa, è uno dei momenti più intensi: ci costringe a guardare dentro la sua tristezza, a riconoscere qualcosa che ci riguarda. Nessun dialogo, nessuna spiegazione: solo immagini, gesti, rumori. Un cinema dell’essenziale, dove ciò che viene lasciato fuori dallo schermo pesa quanto ciò che è all’ interno.
Conclusione: Remains è ciò che resta dopo l’assenza
Con Remains, Christine Abou Zein realizza un’opera breve ma profondamente incisiva. Un film che non offre conforto, non cerca catarsi, ma accompagna lo spettatore nel territorio scomodo e autentico della perdita. Farid diventa un simbolo: del lutto silenzioso, del dolore senza nome, della dignità muta di chi si ritrova a seppellire ciò che ama.
Il titolo, Remains, non è solo una parola: è una condanna, una constatazione, una domanda aperta. Cosa resta, alla fine, quando tutto è bruciato, sepolto, perduto?