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Avatar

“Chiedete a James Cameron di reinventare la storia della settima arte, ma non di farla. Dopo Avatar il cinema non sarà più lo stesso, quello di Cameron, invece, resterà il medesimo”.

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film Avatar

Chiedete a James Cameron di reinventare la storia della settima arte, ma non di farla. Dopo Avatar il cinema non sarà più lo stesso, quello di Cameron, invece, resterà il medesimo. L’ultima, attesissima fatica di questo pluripremiato e osannato cineasta è un perfetto prodotto massificato: bomba ad orologeria con in bella vista il marchio blockbuster pronta ad esplodere nei box office di tutto il globo.

A tredici anni dalle undici statuette che lo consacrarono come il “re del mondo”, il figlio illegittimo di Steven Spielberg e George Lucas torna a far parlare prepotentemente di sé attraverso armi e genere a lui più congeniali: ultimi ritrovati della tecnologia applicati alla narrazione per immagini e mix esplosivo di fantascienza e sentimenti. Rivelando a tutto schermo un’epopea di quasi tre ore dall’etimologia sanscrita di origine religiosa (letteralmente “colui che discende”) tradotta nell’epoca contemporanea attraverso un’accezione in stile second life (sdoppiamento virtuale della persona); all’interno della quale convergono ossessioni e autoriali linee guida care al regista. Dall’insistente e incontaminata presenza dell’acqua (The abyss) al riverbero della donna tutta d’un pezzo (oltre alla rediviva Sigourney Weaver le new entry Zoe Saldana e Michelle Rodriguez, ideali prolungamenti di una galleria femminile in grado di spaziare dalla Sarah Connor del dittico Terminator alla Rose DeWitt Bukater di Titanic).

Politicamente correttissimo, Avatar è un universo sospeso a metà. A mezz’aria prendono forma grafici e diagrammi degli umani invasori, mentre in contrappeso tra realtà sognata e incubo reale viene costretta l’esistenza di Jake Sully (ovvero Sam Worthington, partner di Christian Bale in Terminator salvation. Quando si dice il destino…), invalido tra i suoi simili, guerriero prestante, coraggioso e ribelle nell’entroterra del pianeta Pandora. Doppi e tripli giochi scientifico/militari concedono il minimo storico di verve ad una vicenda altrimenti avara di emozioni che non siano unicamente visive e superficiali, facendo la felicità di uno script elementare in collaborazione con le buoniste metafore nemmeno troppo latenti (terrestri violenti, bellicosi e colonizzatori o il telefonato capovolgimento di ruoli e ideali tra umano e alieno). Forza e fascino di Avatar, naturalmente, risiedono esclusivamente nel suo prodigio tridimensionale.

Il trucco, come da sempre avviene di fronte ad un film di Cameron, funziona. Lasciando addirittura a bocca aperta quando, in pieno sottofinale, si assiste increduli ad una sequenza action che prevede un western in terra e un war movie in aria. A riportare freddezza mentale e oggettività di pensiero, per fortuna, provvedono i titoli di coda. Lì si rinsavisce. Se Alien (1979) muoveva i primi passi ispirandosi senza vergogna a Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava, Avatar altro non è che Indio (1989) di Antonio Margheriti in performance capture. Solo con un pizzico di filosofia new age in più.

Luca Lombardini