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Joachim Trier e il cinema del tenero giudizio

Dai corridoi malinconici di Oslo agli applausi scroscianti di Cannes, la macchina da presa di Trier ascolta tanto quanto guarda

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Joachim Trier appartiene a quella rara razza di registi il ​​cui sguardo non impone mai, ma illumina soltanto. Nato a Copenaghen nel 1974 ma cresciuto a Oslo, Trier possiede una sensibilità cinematografica che fonde la sobrietà nordeuropea con la curiosità poetica.

Che esplorino la memoria, il lutto, l’amore o l’identità, i suoi film cercano costantemente di svelare la verità emotiva piuttosto che manipolare le reazioni. C’è una delicatezza etica nel suo lavoro: i suoi personaggi inciampano, mentono, riprovano, ma non vengono mai presi in giro per questo. Sono, come tutti noi, opere in perpetuo progresso.

Al centro della visione del mondo di Trier c’è una profonda fede nell’introspezione. I suoi film non si accontentano di conflitti superficiali; si immergono nelle torbide profondità della memoria, del risentimento inespresso e della fragilità emotiva. Ciò che lega le sue opere non è il genere o la location, ma un’interiorità morale e psicologica che ricorda le opere di Ingmar Bergman, Chantal Åkerman ed Éric Rohmer. La macchina da presa diventa al tempo stesso confessionale e compagna.

La trilogia di Oslo: memoria, malinconia e significato

L’ormai canonica trilogia di Oslo di Trier – Reprise (2006), Oslo, 31 agosto (2011) e La persona peggiore del mondo (2021) – offre un’anatomia avvincente dell’identità contemporanea in continuo cambiamento. In Reprise, due giovani scrittori affrontano ambizione e malattia mentale con un’inquietudine al tempo stesso corroborante e tragica. Il montaggio frammentato e la narrazione letteraria segnalano lo stile iniziale di Trier: non lineare, ironico e intellettualmente vigile.

Oslo, 31 agosto affina questo stile, seguendo per 24 ore un tossicodipendente in via di recupero, mentre contempla un ritorno alla vita o una resa definitiva alla morte. È un ritratto minimalista ma schiacciante di qualcuno che sta lentamente scomparendo dalla propria storia.

Poi è arrivato La persona peggiore del mondo, candidato alla Palma d’Oro di Trier, che ha trasformato la confusione esistenziale in poesia cinematografica. Julie, la protagonista, fluttua tra amori, carriere e se stessa. Il suo vagabondare non è inquadrato come un fallimento, ma come un confronto sincero con il significato di essere vivi in ​​una cultura senza mappe chiare. È un film che comprende, come una volta fece W.H. Auden, che “dobbiamo amarci o moriremo”.

Reprise 2006

Reprise (2006)

Esperimenti di genere e drammi familiari

Tra le sue opere più autobiografiche, Trier si è avventurato in altri generi senza mai perdere il suo tono distintivo. Louder Than Bombs (2015), il suo debutto in lingua inglese, è un dramma familiare visto attraverso un dolore caleidoscopico, con Isabelle Huppert, Jesse Eisenberg e Gabriel Byrne. Nonostante la sua portata più ampia, il ritmo emotivo rimane quello di Trier: lento, complesso, tenero.

Poi è arrivato Thelma (2017), un agghiacciante thriller psicologico su una giovane donna che scopre sia la propria sessualità che i propri poteri soprannaturali. È il film di Trier più apertamente legato al genere, eppure profondamente personale: un horror che parla di repressione, vergogna ed emancipazione. Il suo orrore non risiede nei mostri, ma nei silenzi ereditati.

louder than bombs

Louder Than Bombs (2015)

Il Rinascimento di Cannes: Sentimental Value

Quest’anno, Trier è tornato trionfalmente sulla Croisette con Sentimental Value, un film da camera semi-autobiografico che si è guadagnato una standing ovation di 19 minuti, la più lunga di Cannes nel 2025. Il film è incentrato su due sorelle che si riuniscono con il padre regista, da cui si sono allontanati, che porta con sé una sceneggiatura che sembra cannibalizzare le loro vite.

Interpretato con struggente chiarezza da Renate Reinsve, al fianco di Elle Fanning e Stellan Skarsgård, Sentimental Value è una meditazione sul dolore, la riconciliazione e l’etica stessa della narrazione.

È, per molti versi, il film più meta-cinematografico di Trier finora, che esamina come l’arte possa ferire o guarire, a seconda di chi prende la penna. Ma è anche un altro silenzioso miracolo di tono: il film brilla di ambivalenza, con persone che cercano di amare di più mentre brancolano in anni di risentimento. A Cannes, sembrava il tipo di film che non si limita a vincere premi, ma lascia una traccia nell’aria molto tempo dopo che le luci si sono riaccese.

Segni stilistici distintivi: precisione, intimità e voce

La firma formale di Trier è sottile ma inconfondibile. C’è una dimensione letteraria nella sua narrazione – narrazione, ellissi, salti temporali, voci fuori campo – che riecheggia la struttura dei romanzi più delle sceneggiature convenzionali.

È anche un maestro dell’atmosfera: spesso lavorando con il collaboratore di lunga data Eskil Vogt e il direttore della fotografia Jakob Ihre, Trier crea mondi visivi in ​​cui toni caldi, movimenti di macchina aggraziati e composizioni ponderate non servono alla bellezza fine a se stessa, ma all’emozione.

Il suo uso della musica è altrettanto meticoloso: che si tratti di un motivo malinconico al pianoforte o di un brano pop con synth, Trier sa come lasciare che la musica sottolinei il non detto. In The Worst Person in the World, una scena in cui il tempo si ferma letteralmente mentre Julie corre per Oslo è scandita da un’euforia così struggente da diventare iconica.

Parentele ed echi: Trier nella discendenza del cinema tranquillo

Se si dovesse collocare Trier in una genealogia cinematografica, si collocherebbe a metà strada tra il rigore filosofico di Bergman, il naturalismo colloquiale di Linklater e il fatalismo romantico di Wong Kar-wai. Eppure, il suo temperamento è tipicamente norvegese: un mix di curiosità esistenziale e pudore emotivo. I suoi personaggi non sono santi o peccatori, ma esseri complessi tenuti insieme da una grazia fragile.

Abbondano anche i parallelismi letterari: il mondo di Trier sembra spesso appartenere alle pagine di Virginia Woolf, Karl Ove Knausgård o Elena Ferrante, dove ciò che conta di più non è ciò che accade, ma quanto profondamente lo sentiamo.

Cosa ci offre Joachim Trier

Al suo meglio, Trier ci offre ciò che il grande cinema ha sempre promesso ma raramente offerto: non evasione, ma riconoscimento. Guardare i suoi film è come trovare una pagina nel diario di qualcun altro che rispecchia la propria vita. Ci si sente meno soli. Ci si sente compresi.

O come disse una volta James Baldwin – citando Dostoevskij e Dickens prima di lui – “Pensi che il tuo dolore e la tua sofferenza siano senza precedenti nella storia del mondo, ma poi leggi”. E in questo caso, guardiamo. Il cinema di Trier, nella sua quiete, ci dice: Eureka, non siamo soli. 

In un tempo di rumore, i film di Trier sussurrano. E in quel sussurro, sentiamo noi stessi.