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La New Hollywood, tra libertà e spaesamento

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“C’era follia in ogni direzione, ad ogni ora, potevi sprizzare scintille dovunque, c’era una fantastica, universale, sensazione che qualsiasi cosa facessimo fosse giusta, che stessimo vincendo”.

Il monologo tratto da Paura e delirio a Las Vegas (1998) – per quanto spesso associato all’immaginario di Terry Gilliam più che a quello di Hunter S. Thompson, da cui il film deriva – rappresenta con lucidità la parabola della controcultura statunitense: un’onda altissima di utopie civili e politiche che, nell’arco di pochi anni, si infrange.
È quella stessa onda che funge da sfondo alla New Hollywood, stagione che rivoluziona il cinema americano tra la fine dei ’60 e l’inizio degli ’80, aprendo per la prima volta gli studi al concetto europeo di autore.

La New Hollywood non è una mera imitazione delle avanguardie europee, ma l’espressione naturale e interna delle tensioni politiche, culturali ed esistenziali degli Stati Uniti del dopoguerra, dal Vietnam al trauma del ’68, dalla sfiducia nelle istituzioni al crollo dei miti nazionali.

 Prima della tempesta: premesse negli anni ’50

Ben prima che scoppi la New Hollywood, il cinema statunitense aveva già iniziato a mostrare incrinature profonde.

Il turbamento dell’era McCarthy

Autori come Elia Kazan, Don Siegel, John Huston e in parte Nicholas Ray avevano aperto una breccia nel sistema classico, affrontando:

  • alienazione giovanile (Gioventù bruciata, La valle dell’Eden)

  • paranoia politica e guerra fredda (L’invasione degli ultracorpi)

  • crisi del mito americano

  • nuove forme di recitazione provenienti dall’Actors Studio.

Nuovi attori, nuovi corpi

Figure come Brando, Dean, Clift, Monroe, Newman incarnano per prime un’America inquieta, meno eroica, più vulnerabile.
Le loro interpretazioni preparano il terreno alla successiva esplosione degli anni ’70, mostrando che la modernità americana non ha bisogno di essere importata dall’Europa: sta già germogliando dall’interno.

 La rivoluzione: nascita della New Hollywood (1967–1975)

 La svolta del 1967

Nel 1967 due film diventano simbolici “punti zero”:

  • Il laureato di Nichols

  • Gangster Story di Penn

Un cinema più libero, più adulto, meno censurato e più incline a parlare delle fratture sociali.
Si affermano nuovi modelli produttivi: budget contenuti, libertà creativa, registi nei ruoli decisionali.

La cultura del viaggio e dell’erranza

Il cinema on the road diventa un dispositivo identitario della nuova generazione:

  • Easy Rider (Hopper)

  • Cinque pezzi facili (Rafelson)

  • L’ultima corvè (Ashby)

  • La rabbia giovane (Malick)

Il viaggio non è più ricerca della frontiera, ma una fuga dal disorientamento morale.

 Una generazione di outsider

I film narrano la marginalità prodotta dal Vietnam e dalle tensioni sociali:

  • tossicodipendenza (Panico a Needle Park)

  • identità sessuale (Cruising)

  • ribellione e alienazione (Mean Streets, Taxi Driver)

Una nuova America urbana, violenta, frammentata, prende forma davanti alla macchina da presa.

La fine dell’innocenza: miti, tempo, memoria

Il lutto della giovinezza

Film come:

  • L’ultimo spettacolo (Bogdanovich)

  • Mariti (Cassavetes)

  • Un mercoledì da leoni (Milius)

trattano la perdita dell’innocenza e dell’ideale comunitario tipico del dopoguerra: la giovinezza come età dell’oro irraggiungibile.

Cassavetes: l’autore americano per eccellenza

Nel 2020–2024 la critica ha ulteriormente consolidato l’idea di Cassavetes come padre del cinema indipendente USA.
La New Hollywood ha guardato a lui come a un modello etico prima ancora che estetico.

Il revisionismo del western

Il western, genere fondante dell’identità nazionale, viene smontato e ribaltato:

  • I compari (Altman)

  • Jeremiah Johnson (Pollack)

  • Piccolo grande uomo (Penn)

  • Pat Garrett & Billy the Kid (Peckinpah)

L’America è finalmente costretta a guardare le proprie origini coloniali come violenza, genocidio e rimozione.

 Le città del male: la metropoli come inferno

Dagli anni ’70, New York o Los Angeles diventano frontiere deformate:

  • Il braccio violento della legge (Friedkin)

  • Chinatown (Polanski)

  • Quel pomeriggio di un giorno da cani (Lumet)

Ma il culmine arriva con Scorsese.

 Scorsese e la discesa nel male

In film come:

  • Mean Streets

  • Alice non abita più qui

  • Taxi Driver

  • Toro scatenato

Scorsese analizza:

  • la colpa

  • il peccato

  • la solitudine urbana

  • la violenza ritualizzata

  • l’identità etnica e religiosa

L’aggiornamento critico (post-2010) vede ormai Taxi Driver non solo come manifesto della New Hollywood, ma come archetipo della mascolinità tossica occidentale e dei moderni “lupi solitari”.

Il Vietnam: il cuore nero (1978–1979)

 Il cacciatore (Cimino)

Attualmente la critica vede il film come una delle più importanti allegorie sul trauma post-bellico. La sequenza della roulette russa è oggi letta come rituale di annientamento identitario.

 Apocalypse Now (Coppola)

Oggi più che mai, il film viene interpretato come:

  • viaggio metafisico

  • critica al potere

  • denuncia del militarismo USA

  • riflessione sul colonialismo

La figura di Kurtz, analizzata nelle ricerche post-2020, è spesso collegata a forme contemporanee di radicalizzazione e culto della personalità.

 La caduta: la fine della New Hollywood

Il fallimento commerciale di Heaven’s Gate (1980), oggi ampiamente rivalutato, sancisce la fine dell’era.
Gli studios tornano a un modello industriale più controllato, mentre nascono i blockbuster: da Lo squalo a Star Wars.

Gli autori non spariscono, ma devono lavorare in un sistema meno libero: nasce l’era dei franchise, dei sequel e del cinema high-concept.

Conclusione: eredità e attualità della New Hollywood

Oggi la New Hollywood è considerata:

  • una delle maggiori rivoluzioni estetiche del Novecento

  • l’origine del cinema indipendente americano contemporaneo

  • la prova che gli USA possono generare forme di modernità pari a quelle europee

  • il preludio del ritorno dell’autorialità nel cinema del XXI secolo (Soderbergh, Anderson, Chazelle, Gerwig)

E soprattutto, rappresenta l’ultima volta in cui Hollywood ha permesso ai registi di raccontare le sue ferite.

 FILMOGRAFIA ESSENZIALE

Pietre miliari (1967–1980)

  • Il laureato (1967) – Nichols

  • Gangster Story (1967) – Penn

  • Easy Rider (1969) – Hopper

  • Cinque pezzi facili (1970) – Rafelson

  • MASH* (1970) – Altman

  • Piccolo grande uomo (1970) – Penn

  • I compari (1971) – Altman

  • Il padrino (1972) – Coppola

  • La rabbia giovane (1973) – Malick

  • L’ultima corvè (1973) – Ashby

  • Mean Streets (1973) – Scorsese

  • La conversazione (1974) – Coppola

  • Chinatown (1974) – Polanski

  • Dog Day Afternoon (1975) – Lumet

  • Taxi Driver (1976) – Scorsese

  • Guerre Stellari (1977) – Lucas

  • Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) – Spielberg

  • I giorni del cielo (1978) – Malick

  • Il cacciatore (1978) – Cimino

  • Apocalypse Now (1979) – Coppola

  • Toro scatenato (1980) – Scorsese

  • I cancelli del cielo (1980) – Cimino (atto finale)

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