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The Immigrant

…..un filmone, molto ben confezionato (stupenda la fotografia di Darius Khondji e l’atmosfera del Lower East Side nella Manhattan degli Venti), con una storia solida ma già vista, che tocca punte di grande cinema e momenti decisamente noiosi

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Anno: 2013

Durata: 120’

Genere: Drammatico

Nazionalità: USA

Regia: James Gray

 

Il mondo nuovo, costi quel che costi. Questo il risoluto obiettivo di molti europei che immigravano nell’America del primo ventennio del Novecento, disperati (oggi purtroppo, nel ricevere i ‘nuovi’ immigrati, l’Europa sembra aver perso memoria di quei tempi!) per fuggire alla fame ed alla scarsità di risorse nei rispettivi Paesi. La statua della libertà, al centro della prima, lunga inquadratura del film The Immigrant, quinta pellicola di James Gray in concorso per la Palma d’Oro a Cannes 2013, sembra accogliere maestosamente le nuove schiere di lavoratori, ma ben più selettiva si rivela invece la selezione all’interno di Ellis Island, luogo di confine fra il passato ed il sogno americano, fra il mare e la terra, fra la libertà e l’espulsione. È qui che approdano, dalla lontana Polonia, Ewa Cybulski e sua sorella Magda (splendide prove di Marion Cotillard ed Angela Sarafyan), orfane dei genitori uccisi in guerra sotto i loro occhi, piene di speranza verso l’idea di nuova vita che le ha sostenute nel corso di un viaggio lungo e spaventoso (più avanti si scoprirà che Ewa è stata violentata in cambio di cibo per sé e per la sorella). Ma in pochi minuti lo scenario si capovolge: la zia materna che doveva attenderle all’arrivo negli States non si vede, Magda viene fermata e messa in quarantena per sei mesi a causa di una malattia polmonare ed Ewa viene inserita nella fila dell’espulsione. A questo punto entra in scena il perfido Bruno Weiss (perfetto nella parte Joaquin Phoenix, che dà al personaggio il giusto fascino torbido e ambiguo) solo apparentemente per caso: corrompe una guardia e porta con sé la bella e stremata Ewa, offrendole un tetto e la possibilità di lavorare (ob torto collo, soprattutto per pagare le cure alla sorella) in uno spettacolo di burlesque fino a prostituirsi.

James Gray – vincitore di un Leone d’Argento a Venezia 1994, a soli 25 anni, con Little Odessa, e già in corsa alla Palma d’Oro nel  2008 col toccante Two Lovers – coglie le suggestioni dei suoi nonni, che sbarcarono ad Ellis Island dalla Russia nel 1923, e non si vergogna di credere esplicitamente nei sentimenti e nella redenzione anche degli individui più abietti, oltre che nel melodramma delle relazioni umane. Afferma infatti, senza mezzi termini, che il suo intento era quello di fare un film classico, che rendesse omaggio ai suoi maestri, Coppola e Cimino, e di non temere le emozioni, verso le quali si sente più incline che non rispetto a forme di distaccato cinismo. Ed il suo lungometraggio è esattamente questo: un filmone, molto ben confezionato (stupenda la fotografia di Darius Khondji e l’atmosfera del Lower East Side nella Manhattan degli Venti), con una storia solida ma già vista, che tocca punte di grande cinema e momenti decisamente noiosi, i cui protagonisti, di fatto soli a questo mondo (Ewa viene respinta dai parenti americani perché il suo comportamento è giudicato immorale), s’incontrano per caso, si odiano e loro malgrado, alla fine, si amano, sotto il comune ombrello delle umane debolezze e sospinti da una forza interna che richiede loro di vivere e lottare.

Il sogno americano non è stato falso – afferma il regista – ma necessitava una lotta”. Ewa ce la farà, sostenuta dalla sua profonda religiosità, spinta dal desiderio di vivere, di ritrovare Magda, di accedere alla vita che le spetta: gli altri personaggi, il mago Orlando (un simpatico Jeremy Renner) che vuole fuggire in California, lo stesso Bruno, innamorato di Ewa ma incattivito dagli eventi e dal suo ruolo di ‘protettore’, le donne del teatro che desiderano un’esistenza migliore, rappresentano tanti tasselli di un mosaico utile alla ricostruzione di un contesto. A ciascuno il proprio destino, di salvezza o perdizione, senza giudizi né rimpianti.

Elisabetta Colla

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