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IN SALA

Il grande Gatsby

Nella primavera del 1922, il giovane Nick Carraway si trasferisce a Long Island, in una villetta che confina con la villa delle meraviglie di Gatsby, un misterioso milionario che è solito organizzare feste memorabili e del quale si dice di tutto ma si sa molto poco

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Anno: 2013

Nazionalità: Australia, USA

Durata: 142′

Genere: Drammatico

Regia:  Baz Luhrmann

Distribuzione: Warner Bros.

Uscita: 16/05/2013

Arriva al cinema il quarto adattamento del romanzo di Francis Scott Fitzgerald,  Il Grande Gatsby, diventato oggi un mito letterario e affidato alla regia del folle genio Baz Luhrmann.

Il film, che ha aperto ufficialmente il Festival di Cannes, ha letteralmente spaccato a metà la critica, ricevendo disapprovazioni soprattutto per l’incongruenza e l’eccessiva spettacolarizzazione del romanzo.

La storia di Jay Gatsby, il misterioso ed entusiasta american dreamer, è forse davvero, almeno per i primi quaranta minuti, messa da parte da Luhrmann, il quale si è evidentemente lasciato trasportare dalla gioia di dipingere con tutta la sua essenza sfarzosa e scenografica gli ambienti e le feste della New York dei ruggenti anni ’20. Pochi si ricordano, però, che fu lo stesso Fitzgerald, con una consapevolezza innata, a enunciare la fertile contraddizione che intendeva perseguire con il suo romanzo, quando nel 1922, tre anni prima della effettiva pubblicazione di Gatsby, mandò queste poche righe al suo editore Maxwell Perkins: “Voglio scrivere qualcosa di nuovo, qualcosa di straordinario e bello e semplice e dalla struttura intricata”.

Semplicità e complessità: è infatti nella coesistenza tra questi due opposti che consiste la magia de Il Grande Gatsby, riscontrabile, in tal senso, anche nel film.

Il libro di Fitzgerald, è stato volutamente ambientato negli anni prima della crisi del ’29, quelli in cui New York rappresentava la metropoli dell’autodistruzione, la città del piacere, apice del lusso sfrenato, dello sfarzo e delle feste senza eguali. “Tra un’esecuzione e l’altra la gente improvvisava ‘numeri’ per tutto il giardino, mentre scoppi di risa felici e inutili si alzavano verso il cielo estivo”.

La vacuità e la decadenza di una generazione, quella dell’età del jazz, degli anni Venti, sono l’anima del romanzo e che quindi oggi rivive sullo schermo grazie alla genialità di un regista come Baz Luhrmann che ha carpito il senso più intimo e contraddittorio del libro, sapendolo portare all’eccesso. Insomma, Fitzgerald parlava della generazione del benessere, di quei ricchi reazionari e razzisti senza contenuto che vivevano la loro vita schiacciando tutto e tutti, per poi rinchiudersi nella loro triste ma ben salda torre d’avorio. Allora quale altro modo, se non quello usato da Luhrmann, era giusto per rappresentare tutto questo? Considerando che poi, oggi, ci ritroviamo a vivere un’altra crisi non solo economica ma anche di valori: ecco allora che le feste sono dominate dal kitsch sfrenato, dai costumi appariscenti e dalla colonna sonora assordante. Quest’ultima, poi, fa parte di un’altra delle belle pensate del visionario regista, il quale, con l’aiuto del capace produttore e rapper Jay-Z, affianca a note jazz, tipiche dell’epoca descritta, l’hip hop, la neo espressione afroamericana. Dal jazz all’hip hop, dunque, per la contemporaneizzazione dello spettacolo. Il 3D, allora, diventa necessario all’operazione, per rendere ancora più spettacolari quelle feste di cui scriveva Fitzgerald.

All’interno di questa lussuosa confezione, però, risiede un intero mondo, che è poi il fulcro del romanzo, ossia la storia di un eroe romantico che, grazie alla sua innata vitalità e incrollabile speranza, riesce a diventare il padrone indiscusso di una città come New York. Si dà il caso però che l’unico obiettivo del nostro eroe sia quello di riconquistare la sua metà. Gatsby, ha creato il suo impero solo esclusivamente per poterlo condividere con la sua Daisy. Sarà l’ossessione per lei, la sconsiderata passione che Gatsby prova nei suoi confronti a portare all’inevitabile.

Mirabile l’interpretazione di Leonardo DiCaprio che buca lo schermo con il suo sorriso da eterno sognatore, travolgendo lo spettatore e portandolo con sé dentro il significato del film. Bravissimo nel mettere in scena due facce della sua stessa persona, una quella apparente, del self made man, colui che con le sue sole forze e speranze è diventato l’uomo più potente di New York, l’altra è quella di un giovane fragile e sensibile, distrutto dall’intimo tormento causato dall’impossibilità di vivere con Daisy. In fondo Gatsby è l’incarnazione del pirandelliano Uno, nessuno, centomila. Così potente e impotente di fronte all’apparente molteplicità che ti prende e poi ti butta via.

Intima e delicata anche la Daisy del film, interpretata da una sublime Carey Mulligan che non delude le aspettative. Bravi tutti, anche il resto del cast, perfettamente plausibili nei confronti del romanzo.

Andate a vedere Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann e liberatevi dai paraocchi, lasciandovi trasportare dall’immaginazione.

Valentina Calabrese

 

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