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In Sala

La Frode

Il magnate Robert Miller , alla vigilia del suo 60esimo compleanno, sembra il ritratto del successo sia negli affari che nella vita familiare. Ma dietro la facciata dorata, Miller sta in realtà cercando disperatamente di vendere il suo impero finanziario a una grande banca prima che le frodi da lui perpetrate per anni vengano scoperte.

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Anno: 2012

Durata: 107’

Genere: Thriller/Drammatico

Nazionalità: USA/Polonia

Regia: Nicholas Jarecki

Distribuzione: M2 Pictures

Uscita: 14/03/2013

 

Nicholas Jarecki è un buon sceneggiatore. Il mondo si era già accorto di lui grazie a The Informers – Vite oltre il limite (regia di Gregor Jordan), con i suoi spietati ritratti dei protagonisti apatici e disillusi, e la freddezza del pensiero di plastica degli anni Ottanta. In questo caso i meriti erano divisi con Bret Easton Ellis, uno dei talenti più lucidi (forse il più lucido in assoluto) della narrativa internazionale attualmente in circolazione. Le diverse storie intrecciate nella trama di quel film (tratte dalla raccolta di racconti Acqua dal sole, dello stesso Ellis) affondavano le radici del loro stile filmico nella cinematografia di trent’anni fa, nelle soluzioni e nelle atmosfere tipiche di quegli anni. Tutto ciò sembrava un caso, dettato dalla necessità di trasporre sul grande schermo le ambientazioni Eighties degli affreschi narrativi di Ellis. Ebbene con The Arbitrage (tradotto in Italia con l’imbarazzante titolo La Frode – Sesso potere e denaro sono il tuo miglior alibi) si scopre che Nicholas Jarecki non ha voglia di uscire da quel territorio. Il che non costituisce un limite per il regista, anzi, tutt’altro. Le influenze cinematografiche di Jarecki rappresentano una garanzia di classe ed eleganza: ci sono echi di Adrian Lyne e Tony Scott. Qualcosa dell’Oliver Stone di Wall Street. Non si parla di trame o storie similari, ma di stile e flavour affini. Ma Jarecki non scopiazza, riesce invece a fondere tutto con personalità. Il cast aiuta, certo, ma sembra altamente improbabile che qualche innocuo e impalpabile regista italiano (come se ne vedono da anni, troppi anni a questa parte) sarebbe riuscito a fare ugualmente con Tim Roth, Susan Sarandon, Laetitia Casta, Brit Marling (brava, bravissima), Richard Gere a disposizione.

Arbitrage ha un buon ritmo, la trama è intricata al punto giusto e compie delle piacevolissime incursioni nel noir. Il contesto finanziario e altolocato di una New York a tratti terrificante, entro cui si svolgono gli eventi narrati, conferisce alla pellicola il distacco “aristocratico” che avevano i film dei migliori registi dell’epoca sopra menzionata. E alcuni degli attori del cast (Gere e la Sarandon, per ovvie ragioni anagrafiche) sanno interpretare alla perfezione quel tipo di personaggi, ricchi, glaciali, ipocriti e sempre con qualcosa da nascondere. I dialoghi sono brillanti, e la quantità degli avvenimenti che intessono la trama è ben bilanciata. Precisazione d’obbligo, se si pensa che buona parte dei thriller e dei noir contemporanei incappa sempre nello stesso errore letale: riempire a dismisura le trame di eventi, intricando il plot all’inverosimile, peccando in asciuttezza e sobrietà. Anche le musiche di Cliff Martinez (Drive, Sesso bugie e videotape, Traffic, Wonderland) vanno lette in quest’ottica: sono fondamentali nel ricreare acusticamente la voragine in cui precipita la vita del protagonista Robert Miller (Richard Gere). Accompagnano con incedere inquietante il momento in cui la storia si tramuta in incubo, e ricreano atmosfere speculari alle pellicole a cui si ispira Jarecki. Un buon film, un’interessante indagine sui limiti che un uomo può sfidare pur di mantenere celata la propria doppiezza morale.

Riccardo Cammalleri

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