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Il Cinema Ritrovato

Damien Chazelle al Cinema Ritrovato: incontro con un cinefilo d’eccezione

Il più giovane regista vincitore di un Oscar racconta una carriera unica e precoce, tra poliedrica formazione filmica e musicale, insegnanti di ispirazione e omaggio ai registi italiani

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Attesissimo al Cinema Ritrovato 2024 di Bologna per una masterclass e per l’introduzione in Piazza Maggiore del restauro di Les Parapluies de Cherbourg (1964) di Jacques Demy e del suo Babylon (2023), Damien Chazelle (1985) è accolto con l’entusiasmo dovuto a un giovane che ha saputo offrire uno sguardo di freschezza visiva e profondità di pensiero filmico accogliendo le esigenze del pubblico, che ha saputo imporsi con personalità nel sistema hollywoodiano, che ha coronato un proprio sogno tracciando già la strada per un immaginario. Proteso, come i giovani protagonisti dei suoi film, tra aspirazioni da sognatore e compromessi dell’industria, ma sempre con l’estro votato alla scoperta incessante di film, dei grandi classici della Hollywood classica e delle nouvelle vague europee, con il jazz come Leitmotiv che ha radici lontane e autobiografiche.

Damien Chazelle nel paradiso dei cinefili

Esordiente con il film indie a basso costo Guy and Madeline on a Park Bench (2009), consacrato nel cinema d’autore con il tesissimo e avvincente Whiplash (2014), trionfatore agli Oscar con La La Land (2016), musical malinconico, delicato e soleggiato, poi visionario e introspettivo nel biopic con First Man (2018, su Neil Armstrong), controcorrente ed esaltato nel faraonico, scivoloso e incompreso Babylon, Chazelle è regista dalla poetica coerente e innovativa pur nella curiosità esplorativa di generi e approcci eterogenei; un giovane con la maturità espressiva di un regista navigato, un cineasta carico di briosa nostalgia per il non vissuto del grande schermo.

Intervistato nella cornice liberty incantevole del Cinema Modernissimo dal direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli, che in Piazza Maggiore per la presentazione del film preferito dal regista stesso Les Parapluies de Cherbourg lo definisce “un autore che ha saputo coniugare classicità e modernità con uno sguardo ai grandi film della storia del cinema e allo stesso tempo con innovazione, esprimendo una coerenza unica”, Damien Chazelle, con sincero trasporto e umiltà, ripercorre la sua vita e carriera, in cui la cinefilia è sempre stata il nume tutelare, la palestra rassicurante e formativa.

Damien Chazelle, o dell’educazione di un sognatore

All’origine, per questo bambino dal background culturale di prestigio (madre medievalista e padre analista matematico) ci furono i film d’animazione di Disney, con Cenerentola e Peter Pan, poi i video amatoriali con l’aspirazione acerba ma già determinata di voler fare del cinema; infine la scoperta di autori da emulare come Hitchcock e Spielberg. Ma soprattutto c’è stata Parigi (dove si trasferirono per lavoro i genitori), seconda patria per questo tredicenne del New Jersey e prima patria di apprendistato per la cinefilia, tanto che Chazelle ha rilanciato romanticamente il termine Pariscope, che in realtà era una rivista aggiornata su tutti gli eventi di intrattenimento della capitale francese.

Ho conosciuto Parigi grazie ai film che vedevo settimanalmente, mi organizzavo tra le sale il mio personale festival. Nutro nostalgia per quel periodo, perché attualmente a Los Angeles dove lavoro e vivo da anni, malgrado le numerose rassegne, non c’è quella disponibilità di vecchi film che venivano proiettati allora.

Rievocando gli studi superiori e universitari tra Princeton ed Harvard, si incrocia il suo amore per il jazz, accantonato poi per il cinema; deterrente per la coltivazione professionale del talento musicale fu un rigoroso e brutale insegnante, che portò la sua classe a livelli altissimi, a costo però di un’angosciante competizione di selezione meritocratica. Un’esperienza devastante a cui Chazelle pose fine accantonando gli studi jazz, ma che, com’è noto, confluì poi nella magnificenza stilistica di Whiplash, storia di un sadico e tachicardico rapporto didattico maestro-allievo in un’accademia jazz di New York.

L’armonia delle contrapposizioni

Ma ad Harvard c’è la riscoperta della settimana arte, che intercetta il giovane Chazelle con linguaggi e forme apparentemente agli antipodi rispetto alla sua autodidatta ed errante abbuffata di pellicole a Parigi. C’è la visione di tanto cinema d’avanguardia e sperimentale, tra cui il cinéma-vérité e Cassavetes.

In un corso di cinema non molto reclamizzato e dal retrogusto clandestino (ad Harvard c’è un certo pregiudizio verso l’arte in sé, a favore delle scienze), ho scoperto attraverso un bravo professore il cinema documentario. Avevo iniziato con il cinema documentario di Robert Flaherty e sono arrivato di recente a studiare qui in trasferta in Italia quello di Vittorio De Seta. Mi reputo un regista di fiction, ma una dose di documentarista esiste in ogni regista. Persino in Jacques Demy con Les Parapluies de Cherbourg, che cristallizza e testimonia la giovinezza della ventenne Catherine Deneuve durante le riprese.

Un workshop di recitazione

Dopo aver ricostruito l’amicizia e il sodalizio professionale con Justin Hurwitz (compositore dal doppio premio Oscar per la colonna sonora e la miglior canzone di La La Land), che risale agli anni universitari, Gian Luca Farinelli chiede al regista del suo approccio alla direzione degli attori, sempre elevati al meglio delle loro potenzialità, tanto da condurre all’Oscar sia J. K. Simmons per Whiplash che Emma Stone per La La Land, senza trascurare la struggente interpretazione di Brad Pitt nell’ultimo Babylon. Chazelle specifica:

Ogni attore è diverso da un altro, anche ogni film da girare richiede un lavoro differente nella direzione della recitazione; ci sono attori che necessitano molte prove (ad esempio Diego Calva in Babylon, alle prime esperienze con la cinepresa) e altri con cui preferisco dialogare a lungo ed effettuare pochi ciak per non smarrire la freschezza delle prime performance, come per Emma Stone e Ryan Gosling in La La Land. In genere non ho con loro una tecnica univoca e infallibile, mi piace quasi imbastire un vero laboratorio di recitazione sul set.

Los Angeles, Europa

A conclusione dell’incontro si chiede a Chazelle quali opere del cinema italiano siano iscritte nel suo inconscio creativo tanto da plasmare i film da lui diretti. Il giovane regista declama quindi il suo omaggio a La dolce vita di Federico Fellini, che soggiace alla struttura di Babylon, affresco sociale incendiario, frizzante e decadente della Hollywood tra muto e sonoro. Specifica infatti il suo autore:

Ho tratto l’idea con cui Fellini ha orchestrato la Roma della Dolce vita per ricostruire la Los Angeles degli anni Venti. Quest’ultima, come la Roma antica, è nata dal nulla, dal deserto; entrambe hanno una forte spiritualità, ma differente. A differenza di Roma, a Los Angeles non si realizza mai una ricerca spirituale, si genera una dipendenza mai soddisfatta.

Regala poi al pubblico una suggestiva osservazione sul nostro cinema, tra i pochi in grado al mondo di saper filmare le masse nella loro coralità, come nelle opere di Fellini, Visconti e ne L’eclisse di Antonioni. Per cui, se La La Land vuole essere un film figlio del cinema francese, Babylon, nel suo festoso caos, lo è del cinema italiano.

E l’appuntamento è proprio domenica 30 giugno alle 21.45 in Piazza Maggiore con la proiezione di Babylon, introdotto da Chazelle, che qui al Festival del Cinema Ritrovato tra una masterclass e un’appassionata e commossa presentazione de Les Parapluies de Cherboug ha fortificato l’ammirazione degli spettatori per il suo modo di concepire il cinema, per la sua matura e scoppiettante cinefilia che si rende linguaggio e non solo memoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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