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Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

‘Materia Vibrante’ fra sogno e desolazione

Una breve, ma significativa riflessione sulla natura, sulle cose e sulle tracce dell’uomo, per riflettere sul reale potenziale del cinema

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Materia Vibrante

Il regista e critico cinematografico Pablo Marìn è in concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro con il suo cortometraggio, Materia Vibrante (Spagna, Argentina 2024, 7’).

Una breve, ma significativa riflessione sulla natura, sulle cose e sulle tracce dell’uomo, per riflettere sul reale potenziale del cinema.

Materia Vibrante La trama

Un’analisi della consistenza della natura, delle strutture artificiali e dei manufatti, allo scopo di creare un oggetto formale di commemorazione. Celebrazione oscura della superfice di un mondo spezzato ed esausto. Quello che avrebbe potuto essere una sinfonia di città finisce invece per evocare l’ idea di un mausoleo della nostra esistenza contemporanea.

Il mio film

Uno sguardo sul mondo

“Non basta raccogliere le macerie. Dobbiamo istallare, in mezzo alle rovine, i segni dell’osservazione”. [Maria Negroni, El corazòn del dano].

Pablo Marin, con il suo Materia Vibrante, realizza un’opera visiva estremamente sperimentale. Una sequenza d’immagini, testimone di uno sguardo sul mondo che diventa teatro per l’esistenza dell’essere vivente: vegetale, animale e umano.

La fotografia in bianco e nero cattura la forza della natura in un’antologia immateriale che scorre progressivamente in una forma materiale della vita e delle cose. La successione delle immagini è anarchica e nel suo astrattismo esegue un ritratto desolante della vita. Il respiro della natura in una pineta osservata tra sogno e veglia è il suono che accompagna e potenzia la vista. Percepito inizialmente come rumore distorto del vento tra i rami si muta in traccia auditiva reale e allo stesso tempo simbolica.

Materia Vibrante: un paradosso che diventa materia

Materia Vibrante è un flusso di coscienza del suo autore che da immateriale diventa materiale per offrire una visione che cattura, nella sua brevità, l’attenzione dello spettatore, per un viaggio interiore.

Il regista Pablo Marìn subisce il fascino delle forme, quelle semplici, come le foglie di una pianta, il profilo di un’anatra in un corso d’acqua e un sentiero di campagna. Poi una lunga dissolvenza in bianco, una pausa, che segna un cambio di ritmo. Le immagini vengono sottoposte a manipolazioni, con un gioco di sovrapposizione e filtri per marcare un passaggio tematico da natura ad artificiale. Ma non si tratta di un transito da un’estremità all’altra, piuttosto di un tentativo di unire due poli tanto distanti quanto vicini.

Un paradosso fatto materia nell’oggetto film, composto di immagini e suoni, catturati da lontano, per poi avvinarsi in un finale cupo e buio. Una testimonianza del passaggio dell’attività umana.

La natura, le cose, l’uomo e il cinema

Il titolo del cortometraggio evoca le molteplici fonti d’ispirazione del regista che riflette sulla materia della natura, delle cose, dell’uomo e del cinema, strumento per eccellenza della documentazione. Materia Vibrante, come quella che compone il mondo intero fatto di energia vitale. Quest’ultima, però, appare come ingabbiata nell’osservazione dell’attività antropomorfica che sostituisce la pacifica vitalità di madre natura.

L’uomo si sovrappone alla potenza generatrice e il regista sottolinea questa sostituzione, probabilmente solo di facciata, mostrando il prima, il dopo e il durante. I paesaggi urbani, che seguono quelli agresti, si fanno portatori di un sentore mortifero. Un cimitero di corpi, di materia e ricordi, per rammentare un passato ormai sepolto.

In Materia Vibrante l’astrattismo non ci impedisce di rintracciare i modelli su cui si basa la riflessione del suo autore. Pablo Marìn parte dal concetto avanzato da Roland Barthes ne La camera chiara, dove si avanza l’idea che la fotografia rende la materia morta, evocando un fu che non può essere riesumato.

Antonioni e Frammartino possibili modelli per Pablo Marìn

Questo concetto viene rielaborato in Materia Vibrante che trasferisce il significato della riflessione partorita dal semiologo francese al cinema. La settima arte, a differenza della fotografia, ha la facoltà di dare movimento all’immagine e per questo si aprono innumerevoli orizzonti di riflessione.

In questa sintetica, ma affascinante opera, sono poi riconoscibili almeno due modelli cinematografici. La macchina da presa di Pablo Marìn si sofferma sui manufatti umani. Un crescente visivo che giunge nel canto visivo di un monumento, preceduto dal mostrare le linee e le curve riconducibili all’urbanizzazione. La visione di queste immagini suscitano una sensazione sinistra. Un’evocazione di un paesaggio apocalittico, come avviene in Michelangelo Antonioni, soprattutto nel suo ultimo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità.

Il secondo e ultimo modello cinematografico utilizzato da Pablo Marìn è Michelangelo Frammartino che quasi sempre mette al centro dei suoi film il movimento e la vita artificiale, che diventa naturale, delle cose. Un procedimento simile avviene in Materia Vibrante, dove la figura umana è del tutto assente, ma evocata con il movimento delle cose che si fa riflessione sulla natura degli oggetti e il potere della testimonianza del cinema.

Per consultare il programma della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro clicca qui 

 

 

 

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Materia Vibrante

  • Anno: 2024
  • Durata: 7 min
  • Genere: cortometraggio
  • Nazionalita: Spagna e Argentina
  • Regia: Pablo Marìn