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IN SALA

In Darkness

Leopold Socha, operaio addetto alle fogne e ladruncolo, vive a Lvov, città polacca occupata dai nazisti. Un giorno l’uomo incontra un gruppo di ebrei in fuga che tentano di fuggire dal ghetto a pagamento. L’uomo, in cambio dei soldi, li nasconde nel labirinto di fogne che scorre sotto la città, ma quello che nasce come un bieco accordo economico si trasformerà presto in una vera e propria alleanza tra Socha e gli ebrei.

Pubblicato

il

Anno: 2011

Durata: 145’

Genere: Drammatico

Nazionalità: Polonia

Regia: Agnieszka Holland

Distribuzione: Good Films

Uscita: 24/01/2013

Il momento storico è quello che è. L’ennesimo film sulle sofferenze patite dagli ebrei durante la Seconda guerra mondiale non era necessario. Anzi, è proprio indelicato. Il tema della persecuzione nazista sembra un po’ l’argomento di scorta da tirar fuor quando si è a corto d’idee. Ogni regista sente quasi il bisogno di dire la sua sul tema. È vero che le tragedie non devono avere data di scadenza, nessuno lo mette in dubbio, ma è altrettanto vero che è un’intenzione malefica il volerle ostentare subdolamente al fine di farne passare sotto silenzio altre, forse pure più gravi, dato che stanno avvenendo sulle ceneri delle esperienze passate. Agnieszka Holland è davvero brava; vale come biglietto da visita il suo Poeti dall’inferno, una lettura delicata e affascinante del tormentato rapporto fra Verlaine e Rimbaud, un film cult. La regista polacca non si smentisce neanche in questa pellicola, ben girata, ma con alcuni difetti riscontrabili in una fotografia eccessivamente “televisiva” e nella scelta di alcuni attori dalla fisiognomica caratteristica, ma decisamente poco dotati: si tratta comunque di scelte atte a realizzare una precisa volontà della Holland, e non certo di errori derivanti dalla mancanza di talento, assolutamente non riscontrabile nella produzione della regista.

La vicenda filmica racconta di un gruppo di ebrei nascosti nella rete fognaria di Lvov, in Polonia, grazie all’aiuto, dapprima lautamente pagato, di Leopold Socha (Robert Wickiewicz), per sfuggire alla cattura dei nazisti occupanti. Il canovaccio è sempre quello, disperazione, senso d’impotenza, paura, minaccia, costante sentore di morte. Agnieszka Holland gioca molto nel riprodurre nello spettatore l’impatto visivo dei suoi ebrei protagonisti: la costante alternanza tra buio e luce accecante, il contrasto tra l’oscurità sottoterra e il bianco acceso e fastidioso della neve nelle strade di Lvov. C’è un aspetto molto importante, che colpisce più degli altri e che riguarda la psicologia dei personaggi rintanati nelle fogne: in questa situazione di disagio, si delineano le loro vere personalità, i loro difetti e la loro diffidenza. In un continuo parallelo visivo con i topi che infestano le fogne, gli ebrei nascosti ci appaiono antipatici, la loro diffidenza ci risulta fastidiosa, seppur comprensibile. Il sospetto e le continue accuse di tradimento, rivolti al loro salvatore Leopold Socha, snervano lo spettatore tanto quanto il protagonista che le riceve. Qualora fosse voluta l’intenzione della regista di far emergere questi aspetti ambigui delle vittime della persecuzione nazista, ci troveremmo di fronte a una lucida (e alternativa) analisi di quei fatti, oltre che all’unico aspetto davvero interessante della pellicola in oggetto. Una regola fondamentale scritta da Robert McKee, nella sua bibbia per sceneggiatori, Story, ci dice che la vera psicologia di un personaggio emerge nelle situazioni di difficoltà vissute dallo stesso nel corso del film: se Agnieszka Holland ha tenuto a mente questo precetto, allora il suo è stato sicuramente un film coraggioso.

Riccardo Cammalleri

 

 

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