Connect with us

DIRETTE EVENTI & FESTIVALS

Lesson of the evil (Festival Internazionale del Film di Roma)

Il cinema di Takashi Miike è da considerare come un progetto ad ampio respiro. A prescindere da che lo si ami o lo si odi. Ogni film non ha un senso netto in sé, né per quanto riguarda la trama né per il significato, ma andrebbe collocato in un contesto più spazioso dove l’artista sfoga le sue fantasie e perversioni materializzandole tramite la maestria della tecnica registica.

Publicato

il

Anno: 2012

Durata: 129′

Distribuzione: ?

Genere: Thriller/Horror

Nazionalità: Giappone

Regia: Takashi Miike

Data di Uscita: 9 novembre 2012

Il cinema di Takashi Miike è da considerare come un progetto ad ampio respiro. A prescindere da che lo si ami o lo si odi. Ogni film non ha un senso netto in sé, né per quanto riguarda la trama né per il significato, ma andrebbe collocato in un contesto più spazioso dove l’artista sfoga le sue fantasie e perversioni materializzandole tramite la maestria della tecnica registica. In particolar modo, quando si parla di Giappone, lo stile si basa sul gusto dell’estremo, dell’eccessivo, quasi un bisogno primordiale di evadere dalla realtà e ribellarsi a qualsiasi schema oppressivo. E, sicuramente, un’esplosione di violenza è il primo punto di vista con cui ci ritroviamo a che fare volendo rimanere appena in superficie. L’impatto è evidentemente forte, brutale, a tratti intollerabile, ma fa parte dell’immaginario dell’autore , e in quanto tale, va rispettato e degnato di più di uno sguardo e di parecchi spunti di riflessione.

In contrapposizione al suo collega conterraneo Shinya Tsukamoto, il cui segno distintivo è una visione dell’horror filtrata dal mondo onirico, finemente introspettivo e psicologico, Miike gioca in modo spudorato a carte scoperte, allestendo un ricco banchetto provvisto delle deviazioni umane più indicibili, quali lo stupro, l’incesto, la pedofilia, squilibri mentali degeneranti. E lo fa con un marcato tocco di sadismo, senza badare allo spettatore, che può sorprendersi svincolato dalla scelta di poterne rimanere sconcertato o meno.

Nei suoi precedenti lavori, come l’epico Izo, la commedia horror/musicale in claymation The happiness of the Katakuris, l’erotico e disturbante The audition, si notava un uso sopra le righe dei colori e della fotografia, accompagnato da un montaggio sincopato e convulso, mentre in questo suo ultimo Lesson of the evil, l’atmosfera si fa incolore e plumbea e ci guida ai margini di una misteriosa storia. Le vicende si svolgono in una scuola superiore, nel luogo destinato, per eccellenza, all’educazione e alla formazione degli adulti del futuro. E l’ambiguo protagonista (interpretato dall’avvenente Hideaki Ito), è un professore dal passato segreto che si presta a rivestire questo delicato incarico. Entrando in contatto ravvicinato con gli studenti della sua classe, egli ne scopre le dinamiche interiori più intime e mette in atto una personale missione che assume la parvenza di un rituale purificatore. Ossessionato dai suoi ricordi e incubi di giovane adolescente, esce allo scoperto la vera personalità del professor Hasumi: antisociale, bipolare, anaffettiva, omicida. Egli vaneggia a proposito di Dio (curioso il riferimento alla mitologia nordica, nel rivolgersi ad Odino), colloquia con un fucile “vivente” dotato di vene, sangue, occhi e voce (omaggiando, qui, un tipico elemento del cinema di Cronenberg) ed è pronto e determinato a compiere un massacro di sangue come pochi se ne sono visti nella storia del cinema.

L’incedere dell’atipica narrazione è scandito da passi lenti e sinistri, senza colpi di scena improvvisi, suggerendo allo spettatore che sarebbe inutile stare ad aspettare che qualcosa accada. La libertà  che ricerca Miike, ogni volta che sperimenta con un nuovo film, lo porta a non creare aspettative nella mente altrui. Come quella del lanciare un messaggio, una morale. Così come sono senza radici né principi i suoi personaggi, così lo è il suo linguaggio, spregiudicato e libero dalle strumentalizzazioni subliminali che oggi possono innescarsi in un genere cinematografico tanto sfruttato come l’horror, inquinandolo.

Guardando ancora più a fondo nei meandri di Lesson of the evil, si potrebbe trattare di una singolare e bizzarra rivisitazione de L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht. In varie scene del film risuona, infatti, il brano La ballata di Mackie Messer tratto, appunto, dall’opera teatrale del celebre drammaturgo tedesco: viene introdotto nell’incipit della storia, a scopo di simboleggiare e ricollegare il trauma vissuto da Hasumi che ebbe, fin dal principio, questa canzone come sottofondo musicale. Il tema, quindi, riecheggia nell’aria e nella sua mente psicotica nei momenti del film in cui quel tremendo shock si ripresenta e assume risvolti sempre più spaventosi. Non a caso, il professore killer, si sente perfettamente a suo agio nel canticchiare e fischiettare la ballata

(…Quanti denti ha il pescecane / e a ciascun li fa veder,

e Macheath, lui ci ha il coltello / ma chi mai lo può saper?

Sbrana un uomo il pescecane / ed il sangue si vedrà.

Mackie ha un guanto sulla mano, / nessun segno resterà…)

, come se volesse immedesimarsi nel ruolo del personaggio di Brecht, ovvero Mack the knife – il più grande e famoso criminale di Londra.

É molto probabile che Miike, nonostante la malsana dose di violenza a cui ci sottopone, non abbia raggiunto quel livello di straniamento che riuscì a provocare l’inarrivabile Bertolt Brecht, ma di sicuro la sua è una partecipazione attiva e costante. E, in questo caso, ancora non conclusa dato che, poco prima dei titoli di coda, la classica scritta the end cede il posto alla meno rassicurante to be continued… .

Giovanna Ferrigno