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IN SALA

La collina dei papaveri

Umi è una ragazza di 16 anni, vive con la nonna e i fratelli a Yokohama, in una grande casa in cima alla “collina dei papaveri”, a ridosso del porto. Ogni giorno issa due bandiere di segnalazione marittima, come le aveva insegnato il padre scomparso. Shun è un ragazzo di 17 anni, tutte le mattine arriva al porto con il padre adottivo e vede le bandiere alzarsi. I due si conoscono a scuola dove iniziano ad avvicinarsi fino a stringere un legame fortissimo.

Publicato

il

Anno: 2011

Durata: 91′

Distribuzione: Lucky red

Genere: Animazione

Nazionalità: Giappone

Regia: Goro Miyazaki

Data di Uscita: 6 novembre 2012

La collina dei papaveri è un luogo senza tempo né spazio dove ancora vive la speranza. É un luogo profumato e pieno di colori impresso nei pensieri e nei ricordi dell’autore e sceneggiatore della pellicola: Hiyao Miyazaki, il “dio delle anime”.  Affida la regia a suo figlio Goro, che dopo 6 anni dal suo esordio con I racconti di Terramare, torna ad accogliere il progetto del padre con delicatezza, grazia e rigore. Nei titoli di testa appare, dopo il titolo del film, la scritta “un progetto di  Hiyao Miyazaki”: è proprio questo lo spirito dello Studio Ghibli, lavorare su un’Opera come se fosse una creatura pulsante che nasce, cresce e si realizza.

Fin dalle prime scene, si percepisce un’atmosfera di calma e pace, lontana dalle vorticose avventure degli altri mitici eroi ed eroine conosciuti nella sua cinematografia. Ponyo, Mononoke, Chihiro (La città incantata), Conan, Sophie (Il castello errante di Howl), sembrano essere personaggi più complessi e fantasiosi con le loro storie e la loro personalità rispetto ai giovani Umi e Shun. Ma solo in apparenza. Quello che questi due ragazzi stanno vivendo è una lotta interiore silenziosa, una serie di tumulti dolci e violenti caratteristici dell’adolescenza, notevolmente condizionati dal periodo storico in cui si ritrovano a muoversi.

Nei loro occhi c’è coraggio e volontà,  in contrasto con un grande vuoto lasciato dall’assenza di una famiglia unita, dall’abbandono di un padre, e dal conseguente dolore muto derivante da questo pesante fardello. Parecchi giovani di quel periodo (Tokyo, 1963), infatti, rimasero orfani di padre a causa della guerra di Corea e non tornarono mai più e, in alcuni casi, furono costretti ad affidare i propri neonati ad altre famiglie per poter garantire a quei piccoli innocenti un futuro felice. Commoventi flashback all’interno del film ci fanno ripercorrere questi tristi passaggi, lasciando gli occhi dolcemente velati di lacrime.

La vita degli adolescenti giapponesi è collocata in un momento di rivoluzione, dove questa parola assume il profondo significato di ricostruzione. Si lotta per gli ideali, si issano ancora bandiere per salutare gli uomini che si imbarcavano su navi militari, sognando l’attesa di un ritorno e di un avvenire migliore. Quello che, a loro volta è stato insegnato, si tramanda nella loro nuova generazione impegnata e in rivolta per la conservazione dei valori. Assistiamo a rumorose assemblee scolastiche, proteste, occupazione di spazi che vengono riassegnati ad attività che propendono all’espressione personale, artistica, culturale. E, quando c’è qualcosa che si muove con tanta passione, si accende ineluttabile la scintilla dell’amore. Lo sguardo dell’adorabile Umi si posa su quello tenebroso di Shun e si rinnova in un’affinità segreta. I due ragazzi scoprono d’istinto di avere un legame intimo che possiede tutti i connotati di un puro innamoramento. Nella semplicità dei gesti, della condivisione di esperienze confidenziali e di studio, dei primi contatti fisici, assistiamo alla nascita di un affetto autentico. Ed è sorprendente come un uomo di più di settant’anni come il maestro Miyazaki abbia potuto cogliere e riproporre quell’emozione essenziale, pulita e pericolosa che è l’amore. E lo fa come se fosse la prima volta, senza ombra di malinconia, ma rimanendo qui ed ora, nel presente, dove tutto è ancora da progettare e da vivere.

Le musiche di Satoshi Takebe sono la perfetta colonna sonora per tutti gli stati d’animo descritti nel film, romantiche ma mai sdolcinate.

I suoni, le immagini che sembrano far spiccare il volo dentro un quadro di Monet, i dialoghi si amalgamano all’unisono donando al film un sapore tradizionale ma non per questo meno moderno, con la consueta premurosa cura per i dettagli, peculiare dello Studio Ghibli.

Ancora una volta sul grande schermo, si apre un piccolo, grande scrigno custode di un gioiello prezioso di raro valore. Ancora una volta un piccolo, grande insegnamento e risveglio dei sensi e dell’Anima.

 

Giovanna Ferrigno

 

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