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Taxidrivers Magazine

“Nerone” di Roberto Marafante

Non solo cinema. TAXI DRIVERS va a teatro. A cura di Mariangela Imbrenda

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La vita è bella perché è avariata

( Ettore Petrolini)

-Nel triste panorama culturale romano ( ergo anche nazionale) offerto su un piatto “di coccio” durante l’estate ancora in corso, se, di sera, dovesse capitare a turisti o autoctoni ingenui, nel senso più puro e rousseauiano dell’aggettivo, di “promenare” lungo i Fori Imperiali, fino a rimirare Piazza Venezia squadernata davanti ai loro occhi, non può non giungere quale più sincero consiglio quello di evitare dalle 21.30 in poi, una prolungata sosta sotto il maestoso portone del Vittoriano riservato in genere alle mostre a pagamento.

Mi riferisco all’area denominata Carcere Mamertino (sconosciuta anche ai vigili urbani) all’altezza del Clivio Argentario, dove, dal 4 luglio al 5 agosto, sta andando in scena lo spettacolo Nerone.

…Non una riproposizione dell’opera lirica Incoronazione di Poppea, ultimo capolavoro composto da Claudio Monteverdi per il teatro nel 1642 ( a detta del musicologo Donald Jay Grout «Fra tutte le opere del Seicento è la più degna di essere studiata e ripresa»), né del film Mio figlio Nerone (1956) diretto da Steno ed interpretato da Alberto Sordi o della variante parodiata da Pippo Franco nel 1977 (insieme ad altri poco pregevoli lungometraggi boccacceschi/decamerotici contemporanei a quel decennio) sotto l’egida di Castellacci e Pingitore, bensì dell’omonima commedia scritta e messa in scena nel 1917 da uno dei più eccelsi attori italiani di tutti i tempi: l’inimitabile Ettore Petrolini.

Per fortuna degli spettatori/critici e dei critici/spettatori (ed atroce disgrazia del, troppo spesso ingrato e presuntuoso, teatro italiano contemporaneo reo di farsi beffe del passato), quest’ultima è disponibile, con omonimo titolo, in una versione filmata del 1930, purtroppo non integrale, diretta da Alessandro Blasetti.

Ugualmente godibili ed intellegibili, in senso analitico, i frammenti della pellicola giunti fino ad oggi rappresentano un patrimonio inestimabile, giacché pur attribuendosi il semplice ruolo di “coordinatore tecnico”, il perno centrale tra le iniziali A e C della storia della regia cinematografica del Bel Paese ai tempi del primo decennio del sonoro in patria, ebbe il merito di comprendere l’urgenza di documentare la recitazionesenza pari di Petrolini .

Quanto segue come tentativo di discussione intorno ad un’ennesima pessima messinscena teatrale si avvale dunque di un buon numero di fonti, tra cui quella sopra citata, a garanzia del tentativo di obiettività ricercata nel giudizio di chi scrive e nella formulazione di un’ipotesi di rovesciamento dello scempio a cui purtroppo si è assistito in una notte d’estate .

Nerone (ideato e diretto da Roberto Marafante) si fregia di apparire, sin da subito, metonimia del vuoto drammaturgico mal riscattato dalla nouvelle vague di scrittori postpasoliniana e, situazione ancor più grave, dell’assenza di una classe di attori adulta, sensibile, preparata culturalmente e politicamente, nonché dotata, a seconda della parte assegnata, dell’imprescindibile “physique du rôle”.

Il testo infatti non funziona, né il pretesto di per sé valido e qui ripescato dall’originale, di un ingresso in grande stile, per puro autoreferenziale diletto, di Nerone e della sua grottesca corte durante la notte dei Feralia ossia delle festività dedicate, nell’antica Roma, ai defunti.

Ad accogliere gli spettatori del XXI secolo e gli spiriti, redivivi per poche ore, una guida ( Simone Colombari) che tanto avrebbe da imparare dagli imbonitori da fiera o dai ciceroni recuperati ad inizio Novecento per decantare ed illustrare le meraviglie della Decima Musa: seduto maldestramente su una colonna, come un becchino stanco, annoiato e a cui, come si direbbe a Roma, «nun je va de lavora’» prima che il divino Nerone si degni di presenziare all’evento, tenta di intrattenere il pubblico narrando (e male) pagine della storia dell’Urbe trite e ritrite, infarcite di battute ed intercalari volgari, puerili quanto scontati perché tristemente cinetelevisivi( vd. Cornelia e i suoi “gioielli”impegnati «ar Monte de Pietà» oppure «[…] paura eh!?» con tanto di dita semoventi riunite verticalmente a pugnetto).

Incapace di comunicare o di intessere un dialogo con gli spettatori, la guida sepolta da un improbabile costume teatrale che non affonda le radici in alcuna tradizione della scena mondiale ( a metà strada, per cromie e taglio del vestito, tra un gondoliere di Venezia ed un nobil possidente di una fattoria norditaliana di inizio secolo) si palesa come ufficiale traghettatore di questi ultimi da un punto all’altro delle rovine ove ha luogo Nerone: tanto il moto, poco il brio, nel mentre il cervello fa ginnastica arrovellandosi sul senso e la finalità dell’operazione di continuo spostamento, autoconvincendosi, per incassare meglio il colpo, che maggiore è la sofferenza fisico-mentale provata in platea, essendo imposto di sedersi su improbabili e scomode “rovine” riadattate a duri sedili di marmo, più concreta e vicina risulterà la gloria derivata da un’invisibile accoglienza nei circoli esoterici per cui il Verbo decreta il teatro equivalere al teatro a detta, a pari merito, del côté borghese e del versante del Gesto e dell’Urlo.

In secondo luogo, destabilizza lo sguardo spento, quanto, a volte nervoso, dell’attore che, lontanissimo dal suo personaggio, frustrato da un pubblico giustamente non reattivo e lento ad applaudire al nulla, sembra voler piuttosto sparire, eclissarsi, terminando l’enorme catastrofica farsa eppure, verrebbe da rammentare a Marafante…il teatro della fiera rientra nei programmi di ogni accademia di recitazione…

Le regole basilari, in primis il jeux du théâtre ed il divertimento, messe alla porta, cadute nel dimenticatoio, scansate ed offese da novità inesistenti si ribellano invitando ad un doveroso boicottaggio della brutta copia di Petrolini incarnata da Michele La Ginestra.

L’invocazione a Melpomene risuona in un solo nome capace di tener testa all’inventore di Fortunello, Gastone, Giggi er bullo e tante altre maschere e macchiette: Gigi Proietti.

Sappiano gli attori/performers (maschili e/o femminili) di oggi e di un futuro prossimo venturo che l’emulazione in oggetto, dell’originario Nerone, si configura come vana e disperata impresa, priva di studio, destinata ad un triste quanto in odore di sardonica irrisione, fallimento: non basta strabuzzare gli occhi, tentare di modificare la propria voce priva di quel timbro virile richiesto dal regime fascista, pur di potenziare artificialmente la maestosa statura del modello di riferimento, assumere pose fintamente eleganti e raffinate se il corpo non ostenta un costante percorso di allenamento tout court ed un esercizio quasi maniacale di ricercato lavoro muscolare-recitativo parlante da sé, né cassare la grazia della comicità scevra di volgarità dell’ avanspettacolo, del café chantant e della rivista per sostituirla con un coacervo di battute scontate, banali, tristi, contemporanee, anticipate con sinistra tempistica, dal pubblico perché già note o prevedibilissime, forse riacciuffate direttamente dal Bagaglino o da altri programmi delle reti Mediaset e Rai!

Il confronto tra Michele La Ginestra alias Nerone/Ettore Petrolini è improponibile semplicemente per ragioni di evidenti differenze o meglio incommensurabili qualità e caratteristiche artistiche: se, come si legge nella locandina dello spettacolo «Il Nerone, presentato nell’edizione integrale del 1917, è una trasgressiva rappresentazione dell’arroganza del potere in tutte le sue manifestazioni, sia politiche che artistiche, fino a far sembrare la corte dell’ultimo imperatore una compagnia di Varietà nella quale “Nerone” è il capocomico », un attore che interrompe lo spettacolo dichiarando fintamente di uscire dal personaggio imperiale per impugnare con piglio arrogante, il ruolo del burattinaio ed invita- ovvero obbliga- i presenti a tesser con gli applausi, gli elogi di un coro alquanto stonato, implica la caduta di qualsiasi dignità del professionista degradato perché senza umiltà, al rango di basso mestierante della scena .

Carisma, tempi comici, originalità drammaturgica ed interpretativa, presenza scenica né si improvvisano, né prendono insomma congedo in estate.

Dura lex, sed lex.

Chi scrive preferisce evitare inoltre di citare, per rispetto del genio di Petrolini, i tentativi di modernizzare la prima versione di Nerone mediante un disastroso inserimento di battute e locuzioni prive di intelligenza, eleganza e raffinatezza: dal doppio senso del “pompone” vs “schizzetto”, del verbo “venire” per appellare il moto a luogo di una centralinista telefonica e del nome proprio di città “Troia” eguagliata, in fatto di eccellenza del piano regolatore, da altre belle “troie” urbane, emerge il cattivo gusto della vacuità in contrapposizione a pezzi di bravura petroliniana, traversanti senza tema di oblio, la storia del teatro.

«Me ne lao, me ne lao le mani»«Bene, bravo! Grazie»«Abbeverami, dammi bere»«Un popolo geniale improvvisa senza lira », «Promenare, spazieren, spaziamo», «Torniamo all’antico, andiamo al progresso», «Panem et circentibus» al posto di «Panem et circenses» seguito da «Cacchibus… C’è uno che parla bergamasco», « Basta che lo fai divertì il popolo è tuo.»… ecc…attinti dal primario capolavoro, non salvano una pièce che “brucia “ per autocombustione, alla stessa velocità della Roma incendiata per sponte di Nerone, anzi, paradossalmente, come suol dirsi, fa acqua da tutte le parti: si è mai veduta un’amante imperiale del calibro di Poppea sfoggiare una puntuale, stante il periodo estivo della messinscena, abbronzatura da spiaggia (o da lampada?)a dispetto del decantato, nei secoli dei secoli, incarnato eburneo mantenuto tale grazie a rigorose, numerose quanto prolungate sedute di bagni in puro latte d’asina? …Ed ancora un’aspirante cortigiana, Egloge, spacciarsi per danzatrice e mai esibirsi in pliés e, varie tipologie di pas e piroette? Idem per le “cantatrici” Atte, Calvia e Acetilene ben poco virtuose, quanto, a volte, proprio stonate, con le loro corde vocali di promesse imperiali usignole?

Ad onor del vero nella decadente corte di Nerone, escludendo lo stesso Cesare e l’arbiter elegantiarum Petronio, resistono, per bravura attoriale, alcuni personaggi maschili come Tigellino ( Francesco Acquaroli) in tuta militare ed occhiali da sole, insieme al palestrato Mucrone (Claudio Vanni) che, con occhiaie da film espressionista tedesco o da pugile ubriacone, l’aria svagata e l’incedere addormentato anche quando mangia pasta e fascioli co’ ‘e cotiche, ricorda piacevolmente Enrico Montesano de tant’anni fa.

Se la notte dei Feralia costituisce occasione di confessione di misfatti, intrighi e congiure consentendo che il pubblico conosca storiche verità dell’animo umano, il non plus ultra della vanagloria di idee paurose, perché superbe ed invenerande, impera nelle colonne rovinate delimitanti il proscenio come quinte teatrali ,“vestite” letteralmente con abiti di ogni foggia, forma e colore somigliando a zampe d’elefante cinte da pesanti catene.

Quale le vere ragioni di cotanto oltraggio?

Mentre l’intero teatro italiano si sta riducendo a cumuli di cenere, l’unica consolazione deriva dall’antica pena prevista nel diritto romano nota come“damnatio memoriae” di un Nerone su cui stendere un classico velo pietoso e, per legittimo contrario, dell’apoteosi di un Cesare della scena come Ettore Petrolini.

Mariangela Imbrenda

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