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INTERVISTE

Intervista a Luca Lombardini in occasione dell’uscita del volume monografico dedicato ad Alejandro Amenábar

In occasione dell’uscita del suo secondo saggio monografico, incontriamo il nostro Luca Lombardini per parlare di Alejandro Amenábar

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In occasione dell’uscita del suo secondo saggio monografico, dopo il primo riguardante il cinema di Danny Boyle uscito lo scorso anno, incontriamo il nostro Luca Lombardini, per parlare del volume, sempre edito da Sovera Edizioni, dedicato ad Alejandro Amenábar e alle inquietanti figure/stati d’animo ricorrenti della sua filmografia. Il libro (intitolato proprio Alejandro Amenábar) si inserisce nella collana Ciack si scrive, e ha un costo di 16 euro.

[Luca Ruocco]: Innanzitutto presentaci il tuo libro: dedicare uno studio monografico al regista Alejandro Amenábar, dopo averne curato, solo pochi mesi prima, uno su Danny Boyle. A posteriori, quale dei due volumi ti ha creato maggiori difficoltà [d’approccio, di ricerca…] e quale dei due più soddisfazioni [da critico, da amante del cinema…]?

[Luca Lombardini]: Scrivere su Amenbar si è rivelato senza dubbio più faticoso se paragonato a Boyle. Non tanto per motivi di ricerca o di approccio, quanto per il semplice fatto di avere a disposizione soltanto 5 film netti con i quali confrontarmi, 6 se aggiungiamo Vanilla Sky: remake di Apri gli Occhi. Boyle, inoltre, offriva non solo una filmografia più ampia ma anche degli agganci non prettamente cinematografici, come il contesto musicale o alcune trasposizioni letterarie, “assist” che Amenábar ha potuto offrirmi solo in minima parte. Alla fine però, si è trattato di un lavoro ugualmente soddisfacente, anche se per motivi diversi. Boyle ha rappresentato il mio esordio nella saggistica, Amenábar un secondo passo, magari più consapevole, ma anch’esso incosciente per i motivi spiegati poc’anzi.

[LR]: Più volte, all’interno del libro, parli dell’ossessiva ricerca di Amenábar del sentimento della “paura”, proteso poi a quello della paura per eccellenza, quella più universale: la morte. Qual è il rapporto che hai individuato tra il cinema di Amenábar e la morte?

[LL]: L’intera opera di Amenábar fa rima con la morte. E’ un sentimento, un’immagine, una prospettiva sempre presente, perennemente a fuoco. Sono convinto che abbia a che vedere con l’infanzia del regista, la fuga dal Cile di Pinochet, quando era ancora in fasce e l’approdo nella Spagna dell’immediato dopo Franco sono dei non rimossi che lo hanno inseguito fino a The Others, il suo film più importante proprio perchè più personale. La morte, in tutte le sue forme e rappresentazioni, lo affascina tutt’ora: basti pensare a Mare Dentro e Agorà.

[LR]: Partiamo, per ordine, da “Tesis”, dove il senso di paura e di morte sono più facili da individuare. Nel libro affermi che “Tesis” è un inganno ai danni dell’osservatore, proprio perché gioca scorretto coi suoi desideri voyeuristici. Come si lega questo “gioco” alla poetica di Amenábar? E’ un meccanismo di intesa che ritornerà anche nei film successivi?

[LL]: Tesis non fa altro che ricordarci quanto il proibito o il moralmente vietato siano in fondo fonte di fascino per chiunque. Il percorso umano della protagonista Angela è emblematico di come una persona qualunque, addirittura restia e critica nei confronti di certe visioni, sia incapace di opporsi a questo bisogno, del quale non ci si deve vergognare sia chiaro, semplicemente perché è insito nell’animo umano: il cinema non fa altro che concederci un posto più comodo dal quale gustarsi lo spettacolo. Amenábar spesso gioca con la percezione dello spettatore, con modalità diverse tornerà a farlo in Apri gli Occhi, in The Others e persino in Mare Dentro.

[LR]: Nel libro metti in paragone Amenábar con Hitchcock, che il regista stesso indica fra le sue fonti di ispirazione, ma ne descrivi la parabola che lo porta, idealmente, sotto l’ala protettiva di Kubrick [in “Agorà”], passando per Dario Argento. Cosa ritroviamo dei tre registi nella poetica registica di Amenábar? E quanto queste fonti d’ispirazione rimangono leggibili all’occhio del fruitore?

[LL]: Quella per Kubrick è un’infatuazione momentanea, utile alla costruzione imponente di Agorà. Hitchcock, invece, si palesa fin da subito come principale punto di riferimento di Amenábar, concezione e gestione della suspense arrivano da un’attenta visione dei film di Hitchcock, così come l’insegnamento a fare sempre e comunque del cinema, resistendo a filtrare semplicemente la realtà di tutti i giorni, anche quando l’occasione si manifesta come ghiottissima. Mare Dentro ne è prova tangibile: un regista normale avrebbe diretto un documentario, Amenábar, da buon “hitchcockiano”, prende una storia vera e la fa sua, romanzandola e rendendola poetica, politicamente scorretta ma mai banale. Argento infine è una conseguenza di Hitchcock: Tesis è un film evidentemente “argentiano”, ispirazione che traspare dalla maggior parte dei movimenti di macchina. Detto ciò resta Hitchcock il punto di riferimento di Amenábar, il suo vero padre putativo cinematografico.

[LR]: Nel volume ritorni spesso alla figura del triangolo. La prima volta per legare idealmente insieme “Tesis”, “Apri gli occhi” e “The Others”: vuoi spiegarci perché?

[LL]: E’ un’immagine che deriva in buona parte dalla natura “proppiana” di alcune delle storie raccontate da Amenábar. In molti dei suoi film spesso ritorna la figura dell’aiutate, colui il quale spalleggia e consiglia l’eroe nel compimento della missione. In Tesis, ad esempio, Chema è l’aiutante di Angela e al tempo stesso il suo Caronte, ovvero chi s’incarica di accompagnarla e guidarla nel sottobosco delle pellicole snuff. In antitesi ai due alleati “positivi”, naturalmente, persiste la controparte antagonista: in questo caso la diade formata dal compagno di studi Bosco e dal professor Castro. 

[LR]: Torni ancora al triangolo quando analizzi il rituale ritrovarsi, del personaggio protagonista di turno, al vertice di relazioni a tre. Puoi farci qualche esempio? Cosa comporta questo meccanismo allo sviluppo delle storie di Amenábar?

[LL]: Alcune delle storie di Amenábar prevedono la centralità di un elemento maschile conteso da due calamite femminili, spesso queste ultime si dividono i ruoli di passione e sicurezza affettiva, sogno e incubo, realtà e fantasia. Avviene in Apri gli Occhi, e di rimbalzo anche in Vanilla Sky, ma anche in Mare Dentro. Il triangolo, in alcuni casi, può anche rovesciarsi, ponendo la donna al centro della contesa: non necessariamente affettiva però, almeno in superficie. E’ così in Tesis e, con modalità di corteggiamento invece molto più evidenti, in Agorà.

[LR]: In “The Others” [e poi in “Agorà”], Amenábar affronta dei temi personali, relativi al proprio passato o ai propri interessi. Ancora “la paura” nel primo, il fascino per lo spazio e l’astronomia, il secondo. Quanto cambia il rapporto tra il regista e i suoi film quando a far da materia prima c’è un po’ del suo vissuto?

[LL]: Il background personale è fondamentale in The Others. Amenábar vi riversa non solo tutte le sue paure infantili [il buio, la guerra, la morte], ma addirittura tenta di esorcizzarle, attraverso una storia di fantasmi ispirata a Giro di Vite. The Others rappresenta l’apogeo del cinema di Amenábar e, al tempo stesso, un punto di non ritorno emotivo. E’ come se quel film lo prosciugasse artisticamente, quasi costringendolo a tagliare i ponti con una modalità di fare film, che fino a quel momento dal thriller spaziava fino all’horror, per dedicarsi ad altro, andando alla ricerca di nuovi stimoli creativi. Agorà, invece, presenta un Amenábar più maturo, che ha ormai dichiarato apertamente la sua sessualità e che liberamente illustra le motivazioni, prima umane e poi storiche, del suo ateismo. The Others trasmette un senso di sofferenza, Agorà un’orgogliosa pace interiore, che poi è la stessa comunicata dalla sua protagonista anche in punto di morte.   

[LR]: Ghost story e peplum: nel libro inquadri bene il piacere di Amenábar nel provare a rapportarsi con “messe in scena retrò”. Qual è, a tuo parere, il rapporto di Amenábar con il cinema del passato e, più in particolare, con i generi cui si accosta?

[LL]: Siamo certamente in presenza di un cinefilo, guardiamo i film di una persona che il cinema l’ha studiato e continua a vederlo. Non è un caso che Amenábar passi dal thriller, all’horror, per poi dedicarsi al melodramma o al film in costume: vero che sotto la superficie dei generi c’è di più, ma è altrettanto vero che nulla, sia nella messa in scena gotica di The Others che in quella alessandrina di Agorà è lasciato al caso, così come palesi sono i riferimenti filmici ai quali si rifà. Amenábar non solo guarda il cinema, ma addirittura riflette sulle sue possibilità e sulle sue affascinanti storture, usandolo come specchio dei sentimenti umani. Se si parte da questa premessa si comprende la grandezza di un’opera prima come Tesis, non a caso ambientata in un’università, tra studenti e insegnati di cinema, un film che parla di snuff movie

[LR]: L’importanza di “Agorà”, come analizzi nel volume, è quella di essere “un film che mostra senza pudore le capacità distruttive del fanatismo e dell’ortodossia religiosa”. Come si avvicina Amenábar alla figura della protagonista Ipazia? Pensi che un film come questo, malvisto anche dal Vaticano, sia il suo film tematicamente più importante e maturo?

[LL]: Senza dubbio, Agorà non è un film contro la religione, ma una metafora di quanto dannosi possano essere i fondamentalismi. In Agorà, Amenábar non critica solo i cristiani, ma anche gli ebrei e i pagani, tutti vengono messi a nudo, spogliati delle loro presunzioni, tutti ne escono a pezzi. Agorà è un film contro la dittatura del pensiero, che si oppone all’imposizione di un verbo, di una storia, di un unico stile di vita che non prevede alternative comportamentali o ideologiche. Quando lo si guarda viene naturale ripensare non solo alla dittatura dalla quale Amenábar è fuggito, ma anche alle macerie di quella spagnola che avrebbe imparato a conoscere crescendo. Ipazia d’Alessandria, quindi, non è una vittima, bensì un’orgogliosa martire consapevole del suo destino: morire in nome dei suoi ideali scientifici e di uguaglianza.

[LR]: Il libro si chiude con un’intervista di Francesco Massaccesi ad Antonio Noriega, attore di diversi film di Amenábar: che ritratto di regista, e di uomo, ne vien fuori?

[LL]: Questo bisognerebbe chiederlo all’autore del faccia a faccia con Noriega… battute a parte l’intervista evidenzia la naturale predisposizione a cercare nuove sfide artistiche e l’assoluta meticolosità che caratterizza il lavoro del regista, sopratutto con gli attori, e rivela qualche particolare sull’Amenábar cinefilo, fanatico di un vecchio film di Peter Medak: The Changeling; che la dice lunga sulle origini di The Others. Già che ci sono consentimi di ringraziare Francesco per il prezioso contributo che ha dato al saggio. 

[LR]: Dopo Boyle e Amenábar hai intenzione di avviare altri studi monografici? Se sì, quale sarà il prossimo?

[LL]: Con gli anni ho imparato ad essere meno scaramantico: quindi ti rispondo di si. Con la Sovera è tutto deciso già da un mese abbondante. Se tutto procede per il verso giusto il terzo saggio dovrebbe uscire in prossimità di Natale e sarà incentrato su Cameron Crowe, da sempre uno dei miei registi preferiti.

Luca Ruocco      

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