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“Anatomia di un rapimento” (1963) di Akira Kurosawa

Un noir in piena regola, considerato da molti come il più “americano” dei film di Kurosawa

Publicato

il

Anno: 1963

Distribuzione: Kurosawa Production Co.

Durata: 104′ (versione italiana, l’originale è intorno ai 140′)

Genere: Drammatico

Nazionalità: Giappone

Regia: Akira Kurosawa

Anni addietro i traduttori dei titoli per il mercato italiano erano decisamente più capaci e ispirati rispetto a coloro che ricoprono oggigiorno questo ruolo. Proprio a loro dobbiamo il bel titolo del ventitreesimo lungometraggio di Akira Kurosawa, Anatomia di un rapimento, traduzione non letterale ma libera dall’originale Tengoku To Jigoku che significa Paradiso e Inferno.

L’industriale Gondo sta per concludere un importante piano finanziario ma riceve una telefonata anonima da cui apprende che suo figlio è stato rapito e che per riaverlo deve sborsare un’ingente somma di denaro. Poco dopo si scopre invece che nelle mani del rapitore è finito per errore il figlio dell’autista di Gondo. L’industriale, dopo vari dubbi e ripensamenti, decide di pagare comunque la somma richiesta per il riscatto del bambino, rinunciando così al suo grosso affare e andando incontro al fallimento. Dopo la liberazione del ragazzino la polizia si lancia nelle indagini alla ricerca del rapitore e dei suoi complici in una vera e propria discesa agli inferi nei bassifondi di Tokyo.

Il film, tratto liberamente dal romanzo “nero” Due colpi in uno dello scrittore americano Ed McBain, fu adattato per il grande schermo dallo stesso Kurosawa insieme ad altri tre sceneggiatori. L’edizione italiana del film è stata purtroppo accorciata di una trentina di minuti, concentrati soprattutto nella parte iniziale che precede la notizia del rapimento, dove s’introduce il personaggio di Gondo, magistralmente interpretato da Toshiro Mifune.

La prima parte del film è racchiusa all’interno della villa dell’industriale, con la tensione che sale dopo la notizia del sequestro del bambino, in un clima sempre più asfissiante, teso e claustrofobico.  In seguito l’azione si sposta all’esterno, per la consegna del riscatto durante un viaggio in treno, ripresa da Kurosawa con grande maestria e senso del ritmo. Di notevole impatto il passaggio dall’ambiente chiuso e asettico della villa di Gondo ai grandi spazi aperti di campagna, inquadrati dalla mdp posizionata sul treno, dal cui interno l’industriale lancia dal finestrino le due valigette coi soldi come richiesto dai rapitori.

La secondo parte del film si concentra sulle accurate indagini della polizia alla ricerca del colpevole e dei suoi complici, con la villa di Gondo ripresa più volte sullo sfondo e inquadrata sempre dal basso verso l’alto, a svettare in cima alla collina da cui domina l’intero quartiere: un paradiso che troneggia sugli infernali bassifondi della città.

Nella parte conclusiva vediamo la polizia impegnata nel lungo pedinamento notturno del rapitore attraverso i bassifondi della città fino alla memorabile sequenza “malata” ambientata nel quartiere dei drogati, visti come una sorta di zombie allucinati.

Anatomia di un rapimento è un noir in piena regola, considerato da molti come il più “americano” dei film di Kurosawa, con forti connotazioni sociali ben rappresentate dal titolo originale che contrappone il paradiso dei ricchi all’inferno dei poveri. Il tema della vendetta sociale si esprime nel faccia a faccia che avviene in carcere tra l’industriale e il malvivente, ideale chiusura del film con la “saracinesca-sipario”, posizionata tra i due, che si abbassa e lascia Gondo solo e pensieroso.

Ennesima prova maiuscola di uno dei cineasti più importanti di sempre, che unisce la grande perizia tecnica alla sapiente capacità di appassionare lo spettatore fino in fondo, anche grazie al suggestivo uso delle musiche, assenti nella prima parte e in progressivo aumento durante lo svolgimento del film fino alla loro esplosione nel finale.

Boris Schumacher

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