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È reale? di Gianfranco Pannone

Anno nuovo vita…

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Lo si dice fin troppo spesso, è vero, al punto da fare la figura dei flaubertiani Bouvard e Pecuchet, ma sono tempi complicati. Lo sono sempre stati, beninteso, è la condizione umana a rendere tutto provvisorio, incerto, storto, ma oggi è difficile guardare al futuro con fiducia e la nostra cara Terra si è fatta sempre più piccola, angusta. Viviamo in un mondo-quartiere dove corrono voci da ogni dove e da cui è sempre più difficile appartarsi. Vere o false o tutte e due le cose, passano informazioni d’ogni genere in questa Babele dove un po’ tutti navighiamo a vista. Dio è morto, Marx pure e anche il nostro pianeta se la passa piuttosto male tra guerre, emergenza climatica, neo-neoliberismo selvaggio più che mai e tanto blablabla (compreso il mio?).

Anche muoversi da documentaristi (ma il discorso riguarda il cinema in genere) non è affatto facile. Prevalgono per lo più opere che raccontano passati migliori, meglio se in forma di biografie più o meno agiografiche, e narrazioni minimaliste-intimiste che a malapena nascondono una depressione diffusa, dagli strati popolari fin “su” al ceto medio riflessivo, come si usava dire fino a poco tempo fa. L’implosione che dopo il Covid ha visto tante troppe persone chiudersi nelle loro case (con grave danno anche per i cinema) è lì a testimoniarlo.

Credo che serva un’etica del vedere (e dell’ascoltare) non solo per chi esercita il proprio mestiere nell’ambito dell’audiovisivo, ma anche per lo spettatore, e più ampiamente per il cittadino. Fortuna che così non la vedo solo io, ci sono persone che questo mio pensiero, ormai quasi scontato, lo hanno già messo in pratica; Franco Arminio, per esempio, poeta e paesologo, che lavora da anni su una comunità diffusa del vedere e dell’ascoltare fuori dal coro globalizzato e globalizzante. Ed è curioso, poi che, a parte pochi esempi concreti, questo disagio sempre più diffuso oggi lo si avverta più nella cultura di destra che nella mia sinistra, c’è di che pensare!!

Vedere e ascoltare quello che gli altri non vedono e non ascoltano, questo è il pensiero che dovrebbe farci da guida. Ma non attraverso i mugugni, le critiche e la malmostosità che leggiamo sempre più stancamente sui social, piuttosto attraverso una consapevolezza che non ho paura a chiamare identitaria e che passa attraverso i luoghi, i territori, per poi farsi pensiero più alto. Andare in senso contrario rispetto a ciò che di fatto sta accadendo, insomma: non dal generale al particolare, ma esattamente l’opposto, qualcosa che ho imparato nel tempo grazie alla pratica del documentario. Bisognerebbe evitare certi facili richiami del mondo post-globalizzato, non certo chiudendosi a riccio, piuttosto tenendosi lontani dalla società della distrazione, del “parco a tema”, che elargisce risposte intrattenendo un’umanità indotta ad essere nutrita col cucchiaino piuttosto che aiutarla a pensare.

Stare dunque tra le cose e non sulle cose, evitando di partire da un generico assioma, da roboanti posizioni a tesi; guardare l’altro ad altezza d’uomo e, non ultimo, coltivare una visione più ampia e poetica del mondo, laica ed empatica, in sintesi, ma senza tralasciare una spiritualità trascurata dai più, su questo oggi provo a regolarmi e mi muovo.

Mi è capitato di riconoscere tutto questo nell’ultimo film di Pietro Marcello, Le vele scarlatte. Ben oltre la splendida regia, che comunque asseconda un modo di vedere le cose mai banale, ci ho visto un’attenzione verso le persone e i luoghi che non trovavo da tempo: un padre, una figlia e un pezzo di Normandia nel primo violento dopoguerra, raccontati quasi come una fiaba, in bilico tra il realismo magico di Agnès Varda e il musical poetico di Jacques Demy, senza dimenticare la lezione di Jean Vigo e anche di Ermanno Olmi.

Da anni, specie in Italia, non si vedeva una regia così forte, coraggiosa, consapevole, morale. E in Pietro non poco agisce il suo sguardo documentaristico sul mondo, capace di far respirare le cose per ciò che sono. Sì, quello che ci restituisce con il suo film si nutre di empatia e di attenzione verso l’altro, a confermare che sia giusto incantarsi ancora, “zavattiniamente”, di fronte alle cose del mondo, governando la complessità in modo semplice, poetico e consapevole al tempo stesso. Altro che metaverso!

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