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IN SALA

‘Godland’. Potenza delle immagini nel film di Hlynur Pálmason

Presentata fuori concorso al 40° Torino Film Festival l’opera terza del regista islandese, adesso al cinema

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Al Torino Film Festival il trentottenne regista islandese Hlynur Pálmason è di casa. Dopo aver vinto nel 2019 il premio come miglior lungometraggio con il suo A White, White Day, è tornato quest’anno con la sua opera terza, Godland, già presentata a Cannes nella sezione Un certain regard. Adesso al cinema.

Un prete fotografo danese di fine Ottocento in viaggio attraverso l’inospitale Islanda

Ambientato verso la fine del XIX secolo, Godland prende spunto dal presunto ritrovamento di vecchie fotografie in collodio per narrare la storia di Lucas (Elliott Crosset Hove), un prete danese appassionato fotografo, inviato nella remota isola atlantica per documentare, con le sue immagini, la vita degli abitanti di un angolo sperduto dell’isola lungo la costa sud-orientale e lì costruirvi una chiesa per portare la parola di Dio agli abitanti.

Nel suo lungo e complicato viaggio, Lucas è accompagnato da Ragnar (Ingvar Sigurdsson), una ruvida guida locale. Non appena sbarcato sull’isola in una zona particolarmente impervia, inizia un viaggio sfiancante a cavallo insieme allo stesso Ragnar e a un gruppetto di islandesi. Che, al pari della guida, lo tollerano piuttosto male. Solo, senza neanche comprendere la lingua, poiché l’interprete lo accompagna muore nell’attraversamento di un fiume, di fronte a una natura selvaggia che lo annienta, in Lucas inizia a vacillare la fede in Dio.

Ridotto ormai allo stremo, il giovane ministro di Dio viene salvato da Ragnar, nonostante i profondi contrasti che fin da subito emergono fra i due, considerati i sentimenti di avversione dell’uomo nei confronti dei danesi, visti come popolo invasore. Sarà proprio la vecchia guida a condurre in salvo il prete accompagnandolo fino al villaggio, dove viene accolto da una piccolissima comunità danese. Fra gente apparentemente amica, Lucas potrà così iniziare la costruzione della chiesa ed esercitare il suo ufficio di pastore. Dovrà però fare i conti con il dramma che, ben presto, si abbatterà su di lui.

Immagini di grande impatto visivo

Godland trae la sua forza innanzi tutto dalla potenza visiva delle immagini. Pálmason, coadiuvato dalla direttrice della fotografia Maria von Hausswolff, regala allo spettatore immagini di grande impatto, in cui la natura si erge a protagonista, annichilendo l’uomo con la sua maestosità e la sua inaccessibilità. Una natura che può uccidere senza risparmiare nulla. Magistrale e di grande effetto, la lunga scena dell’eruzione del vulcano con la sua colata di lava incandescente che avanza a coprire, inesorabilmente, ogni cosa (facile il parallelismo con The Fire Within: A Requiem For Katia And Maurice Krafft di Werner Herzog, proiettato proprio in quest’edizione del Festival).

Godland è un film che fa risaltare la solitudine dell’uomo. Non solo lo spaesamento di Lucas di fronte a qualcosa che non capisce e che lo fa vacillare nella sua fede – in fondo tutto il viaggio di Lucas è, soprattutto un viaggio interiore – ma, anche, la solitudine derivante dalla distanza fra colonizzati e colonizzatori. Significativo che il titolo originale del film venga declinato in entrambe le lingue: Vanskabte Land in danese e Volaða land in islandese. Che in entrambi i casi si traducono con “terra malformata”, discostandosi non di poco dalla traduzione di godland, cioè “terra di Dio”.

Una terra malformata dove non crescono neppure gli alberi, come fa notare a Lucas, rimpiangendo la terra natia, Anna (Vic Carmen Sonne) la primogenita di Carl (Jacob Lohmann), il proprietario danese della fattoria presso la quale giunge Lucas, e che inizia a provare un’attrazione per il prete.

Tutto il film è impreziosito da immagini magnifiche, da escamotage utilizzati per descrivere il trascorrere del tempo, come ad esempio, la carogna di un cavallo che viene mostrata per fotogrammi successivi nella sua progressiva decomposizione. Da scene che rimandano ad altri capolavori, come quella della festa con il ballo che riporta alla mente quella de I cancelli del cielo di Michael Cimino.

Godland: un capolavoro

Con Godland, Hlynur Pálmason realizza il suo capolavoro, ragionando sulla forza dell’immagine, ma anche sui suoi limiti – la maestosità della natura che con furore Lucas cerca di catturare attraverso le sue fotografie – e sul limite del linguaggio: la difficoltà che per tutto il film (parlato sia in danese, sia in islandese) Lucas ha nell’esprimersi quando si deve rapportare a Ragnar, evidenziando la distanza esistente fra invasi e invasori.

Un dialogo complesso che Lucas non riesce a sublimare neanche con la fede, entrando in crisi anche il suo rapporto con Dio.

Girato con un formato 4:3 che rimanda all’idea dei vecchi dagherrotipi di un tempo, nonché al cinema dei pionieri, Godland è, a tutti gli effetti, un capolavoro. Il miglior regalo che la quarantesima edizione del Festival potesse fare al pubblico.

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Godland

  • Anno: 2022
  • Durata: 142'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Islanda, Danimarca, Francia, Svezia
  • Regia: Hlynur Pálmason