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INTERVISTE

Intervista a Libero De Rienzo

Intervista al regista di Sangue.

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In Italia, nonostante molti considerino il cinema morto e sepolto, c’è ancora qualcuno capace di sorprendere. E “Sangue La morte non esiste” (2005) del giovane partenopeo Libero De Rienzo è una sorpresa che capita raramente di vedere. Un film di decostruzione del linguaggio classico. Estremo per certi versi. Le visioni lisergiche scandiscono l’impostazione in tre parti. Surreale, anarchico, sovversivo, panico e con una struttura ipertestuale che collega i tre momenti della vita di Stella e Iuri, due giovani legati dal proprio sangue e da un amore impossibile. Ma anche grottesco, come nell’epilogo comico. Per altri versi il film è addirittura coraggioso, una vera apologia sulla società di oggi e su una generazione malmostosa e incapace di reagire. La morte non esiste, anche del cinema italiano.

Premiato al Brooklyn International Film Festival come miglior film, l’esordio alla regia di Libero De Rienzo non ha avuto vita facile nel nostro Paese: nonostante abbia alle spalle Mikado, Rai Cinema, Nitrofilm e IllegalFilm 77 (dello stesso Libero), il film è uscito solamente in otto sale. Nel cast ci sono nomi promettenti: Elio Germano (Che ne sarà di noi, Romanzo criminale), Emanuela Barilozzi (Velocità massima, Una talpa al bioparco), Luca Lionello (Nero bifamiliare, La passione di Cristo) e lo stesso Libero De Rienzo (Santa Maratona, A/R Andata + Ritorno) che si ritaglia una piccola parte nel ruolo di una guida spirituale sui generis. In occasione della presentazione del dvd edito dalla Dolmen abbiamo incontrato il regista Libero De Rienzo alla Casa del Cinema e ci ha raccontato la sua esperienza.

Sangue lo potremmo definire un ipertesto: diviso in tre parti e collegate per “sinapsi”. Ricorda un certo tipo di cinema indipendente americano. Film come Pi greco e Requiem for a dream?

Penso di sì. Aronofsky, però, è un po’ più attento alle reazioni del pubblico. I suoi film, per quanto diversi l’uno dall’altro, hanno una maggiore linearità: un esempio è appunto “Requiem for a dream”, una sorta di apologia sul mondo della droga, il resoconto di un’America mangiucchiata. Anche se è un film che mostra attacchi ai media, alle istituzioni e a tutte le dipendenze in generale, alla fine resta un film accessibile. Stesso discorso vale per “21 grammi” che, andando a stringere, è un film piuttosto semplice. Insomma, nel cinema indipendente americano in questo momento hanno trovato una formula che vince, in cui elementi estranianti come il montaggio e la narrazione sono predominanti. La nostra, invece, è probabilmente un’operazione più pericolosa: vengono messi in discussione proprio tutti gli elementi filmici che appartengono alla pellicola, mentre il montaggio è basato sullo sfaldamento della grammatica cinematografica.

La cosa bella del tuo film è che le immagini non sono mai scontate, ma hanno sempre una valenza estetica. Ogni fotogramma sembra un’opera d’arte a sé. Più che una storia raccontata, è una visione…

Infatti, in determinati momenti la storia è raccontata dalle immagini e non dalla vicenda: questo è stato uno dei motivi per il quale il film ha avuto molte difficoltà di distribuzione. Ci sono due linguaggi che prendono il sopravvento l’uno sull’altro a seconda dello spettatore: il primo ha una qualità narrativa-storica adatta a tutti, ma c’è anche un altro linguaggio che deve essere recepito nella maniera più viscerale da parte di una generazione, in particolar modo da quella cresciuta con l’audio-video. La critica più comune che ho ricevuto è “C’è troppa roba, non c’è un filo logico preciso”. La gente vuole capire cosa si sta cercando di dire, o meglio, chi sono i buoni e chi i cattivi. Insomma, bisogna proporre uno schema di comportamento morale. Se non si procede in questo modo, ci si esponi ad un rischio troppo grande, che è quello di fare un’opera d’arte. Non credo che bisogna trovare il modo di rappresentare se stessi nelle cose che si raccontano, ma il punto dovrebbe essere quello di riuscire a tirare fuori l’anima dalle cose che stai raccontando.

Raccontaci qualcosa di questa prima esperienza di regia.

La vicenda di questi due ragazzi, per quanto sia emblematica e fondamentale, era diventata un pretesto per fare un tipo di cinema che avrei voluto vedere. Purtroppo, non capisco questo fatto dell’esordio: mi sembra una parola che ha a che fare col vomito, “poverino, ha avuto un esordio”. Nel novanta per cento dei casi il primo film è il migliore. E di tutti gli autori dei quali non posso fare a meno per vivere amo il primo film: Eraserhead è probabilmente il migliore. Per quanto mi riguarda, non credo che riuscirò a fare un film superiore a Sangue. Anche se facendo film più semplici, che raccontano una vicenda, mi avvicinerei a più persone. E poi questo film non è stato un esordio solo per me, ma anche per molti altri membri della troupe. Ho fatto molti film nella mia vita e ho sempre sentito dire “c’era un bel clima, stavamo bene sul set”, ma non è mai così. Ognuno si fa i cazzi suoi. Invece, in questo film è come se una ventina di persone si fossero unite per un’urgenza, una missione, un forte desiderio comune. Insomma, c’è stato un vero e proprio investimento artistico, non solo da parte mia, ma da parte di tutti. Io l’ho vissuto inevitabilmente come un’esigenza fisiologica, come se mi scappasse la cacca. Non sono mai stato libero di prendere una decisione ed è sempre stato il film a comandare tutto, fin dall’inizio.

Cosa ne pensi, invece, della situazione attuale del cinema indipendente italiano?

Penso che ci sia bisogno di fare un cinema più responsabile, di realizzare film che vengano proposti sempre a più persone per abbattere l’attuale condizione del mercato cinematografico. Questo è un ragionamento che su questo film non è stato fatto e non ci siamo nemmeno preoccupati di piacere. Non ci sono esempi nel passato e i film “acidi” che hanno avuto successo, titoli come Trainspotting, sono molto semplici nell’impostazione. Qualcosa è riscontrabile in film come “Fuori vena”, “Pater familias” e “Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa”. Oppure in autori come Garrone e Crialese.

Nel film si percepiscono echi post-rock. Ti va di raccontarci qualcosa sulla colonna sonora?

Beh, il post-rock è l’unico genere musicale adatto al cinema oltre a quello strumentale. Tutti gli altri generi non si pongono al servizio dell’immagine, ma diventano preponderanti rispetto a quello che stai raccontando. Il post-rock, invece, riesce a portare sonorità a campi che emergono solo in fase di montaggio. E così è come se fosse una musica composta di nascosto, che si ascolta di straforo, in maniera clandestina. Gran parte della colonna sonora è stata composta dal gruppo italiano Giardini di Mirò.

Federica Pazzano e Giacomo Ioannisci