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Approfondimenti

Il cinema di Christopher Nolan: genio indiscusso o straordinario stratega?

In attesa di stupirci con 'Oppenheimer' appare interessante ripercorrere tutte le tappe che hanno consentito a Christopher Nolan di essere considerato come uno dei più geniali autori cinematografici dell'ultimo ventennio

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L’arte di fare cinema di un talento certificato come è da anni  Christopher Nolan, analizzata nel suo complesso, fa emergere come elementi quali minacce, paradossi temporal-dimensionali e ossessioni da incubo assurgano a temi ispiratori in grado di dar vita a uno stile unico ed eccelso. Questa non é la filmografia su Christopher Nolan ma un approfondimento sulla filmografia di Christopher Nolan.

In termini generali, l’allegrezza e la spensieratezza artisticamente non hanno quasi mai portato nessun artista alla sua massima riuscita o al suo picco ispirativo più pronunciato.

La creatività, ormai è assai noto, si nutre di dubbio, di angoscia, di struggimento, nonché di incapacità di dare risposte sensate a domande considerate cruciali.
Al cinema, come in ogni altro contesto o sfaccettatura in cui l’arte ama declinarsi e manifestarsi al pubblico, sono le ossessioni, i turbamenti, le ansie dell’artista che spesso riescono a tradursi in qualcosa per cui valga la pena struggersi, appassionarsi, o più banalmente, concedersi sotto forma di momenti di quel tempo prezioso sempre più avaro che si riesce a ritagliare dal resto della quotidianità.

Se maestri assoluti come David Lynch incantano al punto da non poter non essere amati, se non idolatrati come dèi pagani anche quando qualcosa della loro poetica non proprio alla portata di tutti ci sfugge inequivocabilmente, il cinema di Christopher Nolan, altro genio che è quasi impossibile trascurare o sminuire, può anche non piacere.

Difficile trovare un pubblico perennemente ed incondizionatamente entusiasta di tutto il suo comunque mirabile percorso artistico. Ma altrettanto difficile trovare un cinefilo che non serbi nel cuore almeno uno dei titoli che fanno capo al celebre cineasta londinese.

Che, tra l’altro, pur tra inevitabili alti e bassi, risulta anche uno tra i registi con maggior incasso nella storia del cinema: i media più attendibili attribuiscono alla carriera di Nolan incassi totali per quasi 5 miliardi di dollari, variamente distribuiti in circa 11 titoli di una carriera lunga almeno un venticinquennio.

Aspettando Christopher Nolan in  Oppenheimer….

In fremente attesa di poter ritrovare il gran cineasta alle prese con la cinebiografia del padre della bomba atomica, ovvero J. Robert Oppenheimer nel film quasi omonimo (Oppenheimer), che ci costa una sofferta attesa di quasi un anno (uscita prevista il 21 luglio 2023), potrebbe risultare utile ripercorrere ora le tappe di questa entusiasmante e variegata carriera che ha reso Nolan uno dei cineasti di culto più idolatrati, ma anche uno dei più discussi e criticati.

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Un maestro sicuramente, un autore complesso, spesso difficile da seguire in ogni sua sfaccettatura, e proprio per questo amato incondizionatamente o più spesso (e saggiamente) in modo razionale, riconoscendone la superiorità sulla media dei colleghi che lo affiancano nel tentativo non sempre scontato di trasformare il cinema in arte pura.

L’esordio del regista londinese nato nel 1970, avviene nel 1997 con un corto “fulmineo”, nel senso che dura solamente tre minuti, ma che, nonostante ciò, non riesce a passare inosservato.

Christopher Nolan: esordio rutilante ma di classe

Si intitola Doodlebug e, per ambientazione, particolari vintage e fotografia (un bianco e nero sporco che ben si addice allo squallido contorno scenografico ripreso nei particolari più dettagliati), nonché per quel sottofondo sadico che matura nello spazio dei tre saettanti minuti di durata, pare guardare o almeno sfiorare gli esordi lynchani.

Ma soprattutto pare di poter intravedere citazioni o stili kafkiani che si traducono in un gioco al massacro ove regna uno straordinario autolesionismo senza possibilità di salvezza.

Un giochino, certo, questo cortissimo d’esordio di Nolan, che tuttavia ben si presta a figurare come l’ingresso curioso, ironico e beffardo nel mondo del cinema, di quello che diventerà a tutti gli effetti un autore tra i più dotati e apprezzati dell’attuale periodo cinematografico in corso.

L’anno successivo Nolan esordisce nel lungometraggio con Following, un film strutturato come un noir sperimentale girato con uno stile freddo ed esteticamente essenziale, al punto da suggerire qualche affinità con la scuola del Dogma di Lars Von Trier, a quei tempi in pieno sviluppo tra il cinema d’autore nord europeo.

Nel film uno squattrinato venticinquenne cerca di trovare l’ispirazione per il suo primo vero romanzo osservando le persone che lo circondano. Purtroppo per lui gli capiterà di confrontarsi con un ladro che finirà per incastrarlo, non senza l’intervento complice di una efficace dark lady da manuale.

Preso isolatamente, Following è un film un po’ di maniera che tuttavia, incastonato nella carriera del futuro grande maestro, ben si addice a celebrarne l’esordio.

Il primo caposaldo di carriera

Il nuovo secolo e millennio apre le porte a Nolan per dirigere uno dei suoi film ancor oggi più amati e riusciti: lo straordinario ed inquietante Memento (2000).

Christopher Nolan ed il fratello sceneggiatore Jonathan costruiscono un thriller angosciante sulla figura tormentata e complessa di un investigatore assicurativo afflitto da una rara forma di amnesia che gli lascia solo pochi minuti di memoria, e lo vede costretto addirittura a scriversi addosso indizi che lo aiutino, non solo a vivere in un contesto sociale oscuro, ma addirittura a indagare sull’omicidio della bella consorte.

Il successo di critica e un buon riscontro di pubblico permettono a Nolan di confrontarsi con una produzione a budget ancora più importante, che giustifica anche un cast “all star” come mai prima avvenuto.

Il film è Insomnia, risalente al 2002, remake dell’omonimo film norvegese uscito nel 1997.

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É un thriller ambientato nel periodo del giorno perpetuo presso le selvagge terre dell’Alaska, ove un detective (Al Pacino) deve risolvere, insieme alla collega Ellie (Hilary Swank), un caso di omicidio di una ragazza diciassettenne.

Tra errori e un senso di disagio per quella luce perenne che stordisce e conduce alla spossatezza da insonnia, il nostro detective commette errori fatali cercando di addossarli sull’assassino, che si insinua nella storia nei panni di un inquietante scrittore di gialli, per la cui parte viene prescelto Robin Williams, in quei tempi fresco di un ruolo da cattivo per aver interpretato poco prima One Hour Photo.

Nolan dirige un film solido per direzione, con una potente scena iniziale, ma che tuttavia non convince appieno nel suo complesso, rivelandosi un’occasione di lusso un po’ sprecata, e uno dei punti meno brillanti di una carriera sino ad oggi nel suo complesso artisticamente impeccabile.

Nel film tuttavia emerge una tesa prima parte, che tuttavia la sceneggiatura (non ad opera di Nolan) non riesce a garantire il prosieguo della complessa vicenda.

Nolan e Batman

Tra il 2005 ed il 2012 Christopher Nolan si dedica alla trilogia su Batman, che lo renderà l’unico regista a dirigere tre film, tra l’altro portando all’apice autoriale le gesta di un supereroe da sempre venerato dai grandi autori per la complessità che lo contraddistingue e il mistero che avvolge il suo carattere contrastato tra senso di giustizia e desiderio di vendetta.

I film dedicati al pipistrello sono Batman Begins (2005), Il cavaliere oscuro (2008), e Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012). Batman è interpretato dal sofisticato e talentuoso Christian Bale, che conferisce al supereroe corpo e volto più appropriati tra i molti e spesso anche bravi attori che si sono cimentati ad interpretarlo.

Il film di mezzo, ovvero Il cavaliere oscuro, è anche tetramente famoso per la presenza iconica e divenuta leggendaria di Heath Ledger nei panni del Joker.

Ledger, oltre a non far rimpiangere l’istrionico Jack Nicholson di Burton, si esibisce nella sua penultima performance, che peraltro gli fa guadagnare un meritatissimo quanto straziante Oscar postumo come miglior attore non protagonista.

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Il capitolo finale, ovvero Il cavaliere oscuro – Il ritorno, costituisce ad oggi forse l’apice artistico del cinema dedicato a Batman.

La chiave di tutto il complesso snodo narrativo, affascinante e visivamente spesso magnifico, è racchiusa tra le spire di un profondo cunicolo concentrico, una sorta di pozzo espiativo ove maturare la consapevolezza dei propri limiti e della propria incapacità a superare ostacoli che paiono insormontabili. Ma se il supereroe latita, tutto deve ricominciare dall’uomo che lo incarna, dalla sua capacità e volontà di superare quella barriera invalicabile e tornare nuovamente in superficie.

Ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno, Batman si trova ad affrontare finalmente un nemico superlativo, che non desta nostalgie o rimpianti neppure nei confronti del compianto gigantesco Joker di Heath Ledger.

Bane, questo è il nome del cattivo con la museruola – splendidamente reso da un Tom Hardy mozzafiato – è la raffigurazione del male assoluto che si è generato quando la speranza del riscatto è risultata vana e ha generato un mostro che si sazia solo col sapore stuzzicante, ma mai placabile, della vendetta.


Il film, sin troppo complesso e per nulla acchiappa pubblico nella sua lunghezza smisurata, che non concede tregua e distrazione a chi cerca semplice diletto e svago “senza pensieri”, si avvale in più occasioni (quella iniziale del “rapimento” dell’aereo su tutte, ma pure tutte le movimentate scene degli attentati che piegano Gotham in uno stato di assedio da guerra) di scene madri che sono tutte una lezione di cinema, da parte di un autore che come pochi sa coniugare la chiave commerciale alla qualità autoriale.

Da The Prestige a Inception

Tra un Batman ed il successivo, Nolan dirige un solido e accattivante film commerciale (The Prestige – 2006), e uno dei suoi più acclamati thriller fantascientifici, ovvero Inception (2010).

The Prestige, tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Priest, sceneggiato da Nolan stesso assieme al fratello Jonathan, permette al regista innanzi tutto di ritrovare Christian Bale nei panni di un talentuoso illusionista vissuto nella Londra dell’ epoca vittoriana, a cui contrappone uno scattante Hugh Jackman.

Costui è prima amico, poi soprattutto rivale del primo e per questo motivo ucciso dall’ex amico, che, venuto in possesso del diario del suo ex amico, ne ripercorre, leggendolo, episodi di vita che hanno portato i due a divenire nemici giurati a suon di colpi di bacchetta magica ed illusioni prodigiose.

Il film, confezionato piuttosto bene come un thriller in qualche modo legato ai misteri di memento, sembra partire un po’ lento ma accelera nella seconda parte, dando vita a colpi di magia che ben si intonano con la direzione incalzante del grande cineasta. In un ruolo minore ma cardine della vicenda, si intravede pure David Bowie, nei panni dello scienziato Nikola Tesla.

Inception è un film destinato a restare nella storia del cinema, nonostante script e situazioni lo indichino come uno dei film più complessi ed ostici dell’autore.

Si tratta di un thriller che si sviluppa tra gli architravi che sorreggono la mente, sfidando leggi della gravità e perdendosi in labirinti ove è difficile districarsi anche nel semplice ruolo di spettatori.

Al centro della vicenda, un abile manipolatore dei percorsi mentali, ovvero Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), che utilizza questa sua dote per scopi lucrosi, e per questo si ritrova sempre a fuggire da qualcosa o da qualcuno, impegnato in una missione rivoluzionaria.

Cast da urlo, che include Marion Cotillard, il fedele Michael Caine, nuovamente Tom Hardy, il volitivo Joseph Gordon-Levitt per citare i principali, per un film che non può passare inosservato, anche a costo di non essere compreso come meriterebbe, risultando invece sin troppo artificioso e teorico.

Interstellar un cult

Passata la trilogia del supereroe, Nolan torna in ambiente fantascientifico con l’ambizioso Interstellar (2014).

Siamo alle solite: il pianeta è alla frutta. In un futuro non lontano tempeste di sabbia devastano coltivazioni, centri abitati e i bronchi degli abitanti succubi di queste bufere turbinose di polvere. Il grano si sta estinguendo, mentre resiste la specie del granturco.

Nelle scuole le direttive nazionali cercano di direzionare il più possibile gli allievi verso la coltivazione di quel cereale, l’unica salvezza per una mondo affamato e impolverato.

 

christopher nolanInterstellar (2014): Matthew McConaughey

Anche Cooper, ex ingegnere e pilota brillante di mezzi spaziali, si è dato all’agricoltura e vive con due figli adolescenti e un suocero collaborativo, coltivando campi vasti a perdita d’occhio, minacciati da tempeste sempre più devastanti.

Un giorno, per caso, Cooper e figlia si mettono sulle tracce di un drone in orbita, svolazzante ma senza meta: circostanza che spinge l’uomo a inoltrarsi tra le colture, pneumatico bucato e colture falcidiate, pur di rintracciarne la rotta e farlo atterrare. In questo contesto i due, per caso, scoprono una base ove un anziano brillante scienziato sta avviando studi complessi basati sulla fisica quantistica e sulle teorie di Einstein, al fine di trovare una soluzione, e dunque una nuova casa, un nuovo pianeta verso il quale traghettare un’umanità sfinita da una mutazione climatica ormai al limite della sostenibilità.

Per Cooper l’opportunità di imbarcarsi in un viaggio ai confini del tempo e dello spazio, coadiuvato dalla bella figlia dell’anziano ricercatore.

Nei nuovi mondi inesplorati Nolan trova la vera forza per stupirci ed emozionarci con la rappresentazione della forza e della spettacolarità degli elementi, quasi come era riuscito con Inception, di cui questo ambizioso progetto riprende certi assurdi dimensionali e temporali.

A rischio poi di rimanere imbrigliato in una soluzione deduttiva finale, che occupa tutti gli ultimi (pesanti) tre quarti d’ora, costretti e condizionati dal (puerile) tentativo di un’adolescente di intuire il linguaggio del fantasmino nascosto dietro la parete di libri che sovrasta la sua camera, e che in realtà nasconde la chiave di lettura-tranello su cui fa perno tutta la vicenda.

Matthew McCounaghey, che continua ad essere baciato dall’ispirazione recitativa che lo ha reso attore di prima grandezza, dopo un passato non proprio promettente, è un elemento convincente, così come quasi tutto il superbo cast coinvolto. Jessica Chastain sovrasta di gran lunga, e non solo fisicamente, una Anne Hathaway dagli occhioni sempre troppo umidi da pulcino accigliato; John Lithgow  e Michael Caine, indispensabile in ogni film di Nolan, sono efficaci e lussuose partecipazioni che lasciano il segno.

Una superstar non accreditata, qui impegnata in un insolito ruolo da traditore, fa la sua comparsa in quello che è ben di più di un cameo d’eccezione.

Interstellar emoziona solo a tratti, soprattutto quando la maestosità del creato e la bellezza sfolgorante, prepotente e ingovernabile dell’universo hanno la meglio – grazie alla potente vena registica di un autore sin troppo di culto – sulle scaramucce capricciose e melodrammatiche di una umanità che si è autodistrutta come un kamikaze, ma non si rassegna alla sua fine.

Scritto dal fratello di Nolan, Jonathan, il progetto è passato dalle mani di Spielberg fino a Christopher che ne ha modificato, e forse compromesso, un finale che accettiamo e digeriamo a fatica solo perché non abbiamo alternative.

Tre anni dopo è la volta di quello che, secondo il gusto di chi scrive, costituisce il punto massimo sino ad ora toccato dall’arte cinematografica di Christopher Nolan: Dunkirk (2017)

Un capolavoro che celebra l’epica di una sconfitta, il senso dell’onore e l’eroismo individuale e disinteressato di molti: quello che procura salvezza ai vinti e annienta, moralmente e nella memoria, le gesta della parte conquistatrice e vincitrice.

Nolan sceglie di concentrarsi su sopravvissuti e soccorritori, lasciando al nemico una fisionomia neutra, in un film che emoziona e fa palpitare.

Dieci giorni in cui le truppe britanniche, assediate e costrette alla resa, bloccate tra una barricata a monte e un mare poco profondo da impedire a grosse imbarcazioni di farli evacuare, si ritrovano sotto il fuoco nemico, allo sbaraglio e senza riparo nei pressi della spiaggia sabbiosa infinita, frastagliata di schiuma sporca, e pur sempre strutturata come “trappola per topi”, che collega una delle città più a nord della Francia, con la zona portuale.

Con una visione dal molo (the mole), una dall’alto (the air), ed una dall’acqua oleosa che impiastra corpi e visi, inghiotte e arde vivi (the sea), Nolan, con un apporto musicale potente e incalzante che annienta la parola ed esalta i fatti, ci rende partecipi e ci fa comprendere la portata di una trappola in grado di decimare buona parte delle truppe alleate dell’assedio tedesco: 400 mila uomini bloccati, accerchiati, costretti a subire attacchi alle spalle, dall’alto dei cieli percorsi dall’aviazione tedesca, e persino dal mare.

 

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Con la cosiddetta “operazione Dynamo“, saranno le piccole imbarcazioni private che porteranno in salvo la maggior parte dei soldati bloccati sulla spiaggia, protetti dal fuoco eroico dei caccia alleati, che contrastano la minaccia aerea nemica.

Christopher Nolan, attraverso la vicenda di Tommy, unico sopravvissuto del suo plotone a una fuga sotto il fuoco degli avversari che lo conduce nel tranello sulla spiaggia assediata dai nemici assieme al resto della truppa, ci racconta senza alcuna prolissità, senza troppe parole o discorsi inutili, con un approccio visivo maestoso e vibrante, e un enfasi musicale pertinente ed appassionante, le sfaccettature di una trappola che riesce a risolversi in un vero e proprio miracolo spontaneo, in grado di risparmiare vite umane e impedire una strage.

Protagonista assoluto, oltre al tetro teatro di guerra, il giovane e promettente Fionn Whitehead,  al suo debutto cinematografico.

Quello del giovane attore è un volto molto interessante, sfruttato dal regista senza scadere in patetismi e coerente nel rendere la concentrazione del protagonista nei confronti della sopravvivenza, con particolare riferimento alla scena fantastica della corsa infinita e adrenalinica a ridosso della barella assieme al compagno scampato, per cercare di farsi posto tra la folla nell’ultimo barcone disponibile.

Di fatto gli altri attori, anche quelli più famosi e stimati (Branagh, Rylance, Murphy, Tom Hardy, James D’Arcy), sono semplicemente delle preziose comparse al servizio di una visione globale di grande efficacia ed effetto stordente. Una dinamica incessante che vince sul singolo particolare e conferisce al film di guerra una sua originalità unica nel raccordare singole storie al servizio di un’unica vicenda di solidarietà e coraggio in grado di passare alla storia, anche nell’ambito di una clamorosa sconfitta da parte delle forze alleate.

Nolan sceglie di concentrarsi sui sopravvissuti, sulla tenacia dei soccorritori, lasciando al nemico una fisionomia impalpabile, ma non per questo meno minacciosa o poco concreta: la letale presenza nemica è fisicamente accerchiante; i colpi di fucile dilaniano le carni; le bombe degli aerei sbalzano via corpi straziati presi a caso tra una folla di esseri umani che non trova altro riparo che volgere corpo e volto verso la sabbia, come per nascondersi o proteggersi istintivamente, quanto inutilmente.

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Dunkerque emoziona e fa palpitare per la perizia con cui è stato ideato, concepito e strutturato, e conferma una volta in più la destrezza e il genio visivo di un autore che riesce a coordinare la complessità di singole vicende accentrando tutto su un fulcro centrale che sembra togliere rilievo o importanza alle singole interpretazioni.

Tom Hardy ad esempio sacrifica quasi interamente i tratti del suo volto rassicurante e incisivo, facendo parlare gli occhi che trapelano dalla maschera che indossa pilotando l’aereo a difesa delle truppe, concedendosi solo alla fine in occasione della sua eroica resa al nemico.

Un film che sa parlare di patriottismo, senso del dovere e responsabilità verso i propri connazionali, senza per questo risultare mai prolisso o ricattatorio: non senza una retorica di fondo, ma giostrata e manifestata in modo possibile, accettabile, condivisibile.

L’eroe diciassettenne reso con fierezza riservata e quasi imbarazzata dal giovane attore promettente Barry Keoghan ne è la dimostrazione più concreta e convincente.

Tenet di Christopher Nolan

Nel 2020 è la volta del controverso Tenet, ad oggi anche ultimo film di Nolan uscito in sala, in attesa del citato e tanto atteso Oppenheimer.

“Tenet sta creando il passato, non il futuro”.

e ancora:

“Tu non lo sai ma hai un futuro nel passato”.

Il losco e sporco mondo delle spie da Guerra Fredda e Terzo Conflitto Mondiale si complica quando da un laboratorio, una sostanza chimica altamente pericolosa e letale a base di plutonio, si rivela pure come la ricetta ideale per permettere al tempo di ripercorrere i suoi passi, approfittando di una reazione, che prende vita dai cosiddetti “oggetti invertiti”, in cui effetto e causa si possono rimettere in discussione.

Ci troviamo in una dimensione sdoppiata, generata dalla cosiddetta “tenaglia temporale”, in cui dal futuro si tenta di intervenire su ciò che è stato, modificando certi particolari cruciali a vantaggio di chi può e sa usare questo artificio temporale.

Siamo non molto lontani, anche se più nella fumosa teoria che nel risultato pratico, dal calvario che visse sulla sua pelle una madre coraggio come Sarah Connors in Terminator.

Ma qui in territorio “nolaniano” è tutto più meccanico, concettuale, scientemente complicato, magari anche – malizioso che sono al pensarlo e scriverlo – per indurre lo spettatore confuso a tornare a ripassare la materia, garantendo al progetto certamente costoso un quasi doppio incasso.

La lotta senza tregua di un misterioso agente lo impegna con tutte le sue forze affinché questo paradosso non finisca per annientare l’intera vita sul pianeta.

Sul mestiere di regista di Christopher Nolan, proprio non si può discutere: la sua messa in scena, sontuosa ed elegante, orchestra al meglio un fumoso, contorto e controverso thriller con grandi, se non magistrali, momenti d’azione e ripetizione in direzione opposta che giustificano il palindromo che titola l’opera.

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Quasi a trovarsi di fronte ad un Bond movie in versione torva ed accigliata, seriosa più che seria, ove latita ogni parvenza di humor o ironia di sorta, ma si scandiscono locations glamour tra cui primeggia la nostra Costiera amalfitana.

Un protagonista, John David Washington, atletico e tenace che indossa alla perfezione uno splendido gessato che nemmeno 007 riesce a non spiegazzare con tanta abilità, ma che, dal punto di vista recitativo, conferma il sospetto ormai dilagante di catatonia mostrato, anzi ostentato con orgoglio, in Blackkklansman di Spike Lee.

Decisamente meglio se la cava Robert Pattinson, a suo agio anche quando pare più smarrito di noi spettatori nel raccapezzarsi su come muoversi all’interno di questo ginepraio tortuoso, costruito su convergenze temporali destinate a cozzare come poli antitetici di una batteria, e a minacciare non poco i placidi equilibri terreni, a maggior lucro del cattivo di turno.

E a proposito di “vilain”, il migliore di tutti è senza dubbio Kenneth Branagh, un cattivo davvero inquietante che ogni vero Bond sognerebbe di meritarsi come degno nemico. Un magnate russo del gas che ha l’astuzia di assurgere allo status privilegiato di broker tra passato e futuro, divenendo in tal modo un semidio, tuttavia incapace di farsi amare dalla statuaria e malinconica consorte.

Insomma Tenet finisce per rivelarsi niente più che un adrenalinico, audace, macchinoso, stilisticamente impeccabile ma sin troppo serioso, infinito, “sfinimento di marroni”, lezione, più teorica e fumosa che realmente convincente, di come si possa sfornare un prodotto tecnicamente e mirabilmente impeccabile, anche quando la sceneggiatura finisce per rincorrere a vuoto per due ore e mezza di durata, sempre la solita, unica, reiterata, estenuante idea di fondo.

Nolan certo ama filmare l’azione pura, gli attentati, e, dopo il terzo suo Batman, ci sorprende con un’altra azione terroristica orchestrata da paura, quasi alla Mann, insomma al meglio delle possibilità, tesa e concitata grazie anche a una colonna sonora incalzante e da batticuore.

 

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