fbpx
Connect with us

INTERVIEWS

Matteo Fresi: intervista al regista del “leggendario” ‘Il muto di Gallura’

Un film particolare, tratto da un romanzo, ma nato da una leggenda

Publicato

il

Dalla Sardegna, e più precisamente dalla Gallura, arriva una particolare leggenda: quella riguardante Bastiano Tansu, resa sapientemente in maniera cinematografica da Matteo Fresi nel suo Il muto di Gallura. Il film, prodotto da Fandango, dopo una pre uscita in Sardegna è pronto a riempire le sale dell’Italia continentale dal 31 marzo. A parlare di questa misteriosa figura è lo stesso regista.

[Le immagini sono di Giulia Camba]

Il muto di Gallura di Matteo Fresi: dalla leggenda al grande schermo

Come hai avuto l’idea di realizzare questo film? Com’è nato?

La storia la conoscevo fin da bambino anche perché mio padre è gallurese e io ho frequentavo spesso quella zona, soprattutto d’estate. Ed è una storia molto conosciuta in Gallura. Dopo averla assorbita, ho letto il libro e mi sono accorto che la struttura narrativa era moderna e contemporanea e si prestava bene per farne un film. Ma non immaginavo assolutamente che sarebbe stato il mio primo film. Ho avuto l’occasione di raccontare questa storia a Domenico Procacci a cui è piaciuta e mi ha detto: «tu prova a scriverla, poi vediamo cosa succede».

La difficoltà del dialetto ne Il muto di Gallura di Matteo Fresi

Com’è stato realizzare questo film nel concreto, per esempio considerando il ricorso al dialetto che non è scontato?

No, non è scontato. Ma, dal mio punto di vista, per questa storia era imprescindibile. In generale sono dell’idea che la lingua influenza il modo che abbiamo di pensare, di comportarci e di rapportarci. Siccome le dinamiche di come pensano questi personaggi che abbiamo messo in scena sono quasi inaccessibili per noi oggi, strapparli dalla loro lingua sarebbe stato controproducente per la storia. Quindi ho insistito perché fosse in gallurese e in questo Fandango è stata molto coraggiosa ad accettare questa scommessa.

matteo fresi il muto di gallura

Se non erro il protagonista, Andrea Arcangeli, non è gallurese. Come hai lavorato con lui e con il resto del cast?

Sì, tutto il cast è sardo tranne tre attori. Due sono il prete e il carabiniere che nella storia stessa non erano sardi, quindi è filologico che siano continentali. L’altro è il protagonista. Per lui ho cercato qualcuno che non fosse sardo perché mi sembrava utile avere un protagonista che non capisse quella lingua e rispecchiasse quello della vicenda reale (che era muto in conseguenza alla sordità). Ho cercato un attore continentale per immergerlo in questo clima da straniero. E Andrea Arcangeli ha lavorato molto bene. Per me era importante che si sentisse estraneo.

I luoghi

Parliamo dei luoghi. Come li hai scelti? Mi sembra che si sposino bene con il personaggio e con la storia in generale.

I luoghi li conoscevo bene. Già in fase di scrittura con Carlo Orlando, il co-sceneggiatore, siamo andati anche a scrivere sul posto. Sono i luoghi della vicenda reale, anche se non precisissimi. La vicenda è avvenuta nel comune di Aggius e noi abbiamo girato in un raggio di 20/30 km da quel paese. E abbiamo cercato di rendere il paesaggio un altro personaggio, come, per esempio, la spigolosità della roccia. Il paesaggio fisico assomiglia a quello emotivo della storia.

E, sempre a proposito del paesaggio, volevo chiederti qualcosa in merito al mare che appare poco.

Si vede pochissimo e in questo contesto volevo che il mare fosse un confine e, allo stesso tempo, una promessa di qualcosa che non si raggiungerà mai. Ho deciso di utilizzarlo pochissimo proprio per questo: appare solo in tre scene, quelle che dovevano segnare questo confine con l’esterno della storia, come se oltre il mare questa storia non avrebbe più potuto vivere. Infatti nella realtà non si sa che fine abbia fatto Bastiano Tansu. C’è addirittura chi dice che sia scappato in Corsica. E io ho voluto suggerire questa cosa con l’ultima inquadratura nella quale la Corsica si vede in lontananza.

matteo fresi il muto di gallura

Il fatto che sia in Gallura e, quindi, non nell’Italia continentale è simbolico. In qualche modo è tutto staccato?

Sì, è staccato anche perché poi la Gallura stessa è staccata: è quasi un’isola nell’isola. Già la Sardegna di suo, soprattutto in quell’epoca, non aveva molto in comune con l’Italia continentale, ma in più la Gallura, avendo questo confine fisico molto marcato (i monti Limbara), rimane anche separata dal resto della Sardegna. Ed era importante sottolineare questa bolla, secondo me.

Il muto di Gallura di Matteo Fresi è un western?

Tornando al film in generale, è difficile etichettarlo e definirlo. Non c’è, secondo me, un solo genere che lo definisca completamente. Però, per certi versi, forse per i paesaggi o i personaggi stessi e il loro abbigliamento, il genere che gli si avvicina di più è quello western. Sei d’accordo?

Non c’era l’intento di incasellarlo nel genere western, ma c’era l’intento di usare questo ingrediente per aggiornare la storia. Anche perché il western in realtà è un genere che ha codici precisi che qui non ci sono. Se dovessi definirlo direi che drammaturgicamente non è western, ma l’ingrediente western è nei costumi, nelle musiche. Per quello drammaturgico abbiamo provato ad avvicinarci alla tragedia greca.

Forse il discorso western è più una cosa visiva.

Sì, nel sapore visivo il condimento western c’è e mi sembrava sposarsi bene con quello che andavamo a raccontare, ma, in ogni caso, non vuole essere aderente agli schemi del genere.

La contemporaneità del film

E secondo me è anche un film molto contemporaneo. Soprattutto questa estraneità del personaggio.

Secondo me questo è uno degli appigli che c’è tra il passato e la contemporaneità. La forza di questo personaggio è il raccontare l’emarginazione e come un sistema complesso di regole, quando si incarta su sé stesso, in realtà genera mostri.

Non so se la storia era già di per sé contemporanea o se c’è stata un’aggiunta cinematografica.

Sicuramente abbiamo lavorato sulla struttura per tirare un po’ la giacchetta in modo da rendere più evidenti questi temi. Temi che comunque sono già presenti nel romanzo, ma semplicemente sono seppelliti in una scrittura che nasconde la ferocia di questo mondo rispetto a quello civilizzato.

La storia è ambientata nel 1800 come ci segnalano le didascalie, ma sembra comunque molto attuale. Non ci sono elementi che limitano la storia.

Abbiamo cercato di andare in questa direzione usando elementi che sono storici, ma tra questi abbiamo cercato di selezionare quelli che avevano dei punti in comune con la contemporaneità.

Matteo Fresi sull’uscita al cinema de Il muto di Gallura

Il film è uscito prima in Sardegna.

Sono stupito e felice perché ha avuto un’accoglienza incredibile. Sono commosso da com’è stato accolto. La prendo come un’approvazione da parte dei sardi: raccontare una storia molto loro che viene apprezzata.

Cosa ti aspetti dall’uscita in sala nell’Italia continentale?

Non mi aspetto niente perché è un film piccolo, in dialetto. E quindi capisco tutte le difficoltà. Devo dire, però, che l’accoglienza sarda è incoraggiante.

Il regista Matteo Fresi oltre Il muto di Gallura

C’è stata un’influenza di qualche autore o di qualche titolo nella realizzazione di questo film?

Sì, indubbiamente. Ma credo che quando uno tenta di fare il suo primo film tutto quello che ha visto e amato, in qualche modo, ci va a finire dentro. Per esempio un mio film di riferimento è Barry Lyndon. Ma non credo che si possa cogliere nemmeno una vaga somiglianza (ride, ndr).

Hai già qualche progetto che bolle in pentola?

Nella mia personalissima pentola ce ne sono già alcuni. Devo confrontarmi con la casa di produzione.

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

Registrati per ricevere la nostra Newsletter con tutti gli aggiornamenti dall'industria del cinema e dell'audiovisivo.