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IN SALA

‘Lunana: il villaggio alla fine del mondo’, dieci e lode alla scuola da Oscar in Bhutan

Un insegnante del Bhutan che sogna di emigrare in Australia e diventare una star musicale finisce nella scuola più remota del pianeta a Lunana. Candidata agli Oscar 2022, l'opera di Pawo Choyning Dorji è un film di linguaggio semplice e connessione profonda

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lunana

C’è un “intruso”, ingombrante almeno quanto uno yak in una classe, al Dolby Theatre di Hollywood per gli Oscar 2022. Nella cinquina dei migliori film internazionali, accanto alla regia in smoking di Paolo Sorrentino con È stata la mano di Dio, all’osannato colosso nipponico Drive my car di Ryusuke Hamaguchi e alle seduzioni scandinave di Flee (Danimarca) e La persona peggiore del mondo (Norvegia), concorre un gioiellino del Bhutan – non esattamente un Paese di rinomata tradizione agli Academy Awards. Il film si chiama Lunana – Un villaggio alla fine del mondo (Lunana – A Yak in the Classroom), e sembra davvero venire da un altro mondo (cinematografico). Lontano, com’è, da certi intellettualismi dei suoi competitors. E bello, bellissimo. Non per esotismo, quanto per narrazione lineare, spiritualità semplice, capacità di connessione. In Italia, per fortuna, lo porta Officine Ubu dal 31 marzo.

Il trailer

La trama

Ugyen (Sherab Dorji) vive con la nonna (Tsheri Zom) nella capitale del Bhutan, Thimphu. Sogna di emigrare in Australia e diventare una stella musicale. Frattanto, gli toccherebbe completare il servizio quinquennale obbligatorio da insegnante, carriera solida e rispettata in Bhutan. Il giovanotto, però, preferisce una chitarra per strimpellare i Creedence Clearwater Revival. A questi sogni un po’ stonati rispetto all’ambiente, la nonna reagisce con preoccupazione, l’amico Tandin (Sonam Tashi) con stupore e la capoufficio (Dorji Om) con una brillante strategia motivazionale: Ugyen andrà ad insegnare a Lunana. Popolazione di 56 persone, altitudine proibitiva e 8 giorni di viaggio. Lo scorteranno due guide, i pastori di yak Michen (Ugyen Norbu) e Singye (Tshering Dorji), con tre cavalli da soma su per la montagna. Ad aspettarlo, una comunità trepida e bambini desiderosi d’imparare – anche se la lavagna non c’è. Al tiepido insegnante, non resta che scegliere: rinunciare o adattarsi alla vita senza elettricità e connessione. Non si smette mai d’imparare.

La scuola in remoto

Primo film del Bhutan a essere nominato agli Oscar, Lunana – Un villaggio alla fine del mondo di Pawo Choyning Dorji non è invece il primo film a incrociare la traiettoria di temi come la scuola in regioni remote e la riscoperta di una parte profonda di sé in lande isolate. In tutta la corposa narrazione dell’itinerario con cui Ugyen, cuffiette alle orecchie, si sporca di fango al seguito delle due guide per raggiungere il villaggio, viene subito in mente quel tandem di documentari del parigino Pascal Plisson sugli studenti “maratoneti” che macinavano chilometri per raggiungere i loro istituti: Vado a scuola (2013) e Vado a scuola – Il grande giorno (2015). Ma è lo stesso regista bhutanese, in realtà, a rivelare qualche scheggia del proprio immaginario, citando nei credits – fuori dalle rotte del cinema mondiale – due film nazionali, entrambe documentari.

Lunana, due studentesse in classe con uno yak alle spalle

Lunana: il villaggio alla fine del mondo, al centro Pem Zam (9 anni) interpreta sé stessa

Il primo è School Among Glaciers, su di un insegnante in viaggio verso Lunana. Il secondo è Price of Knoweledge, corto su un undicenne costretto a marciare per ore per frequentare la propria scuola nel Bhutan rurale. Non c’è dubbio che la gioia operosa degli alunni di Lunana abbia molto in comune col ragazzo di quel corto, soprattutto nel personaggio di Pem Zam, la capoclasse, irresistibile interprete di sé stessa. Quanto al docente, ecco: il ghiacciaio da sciogliere è forse nel suo cuore di emigrato di città, stile Io speriamo che me la cavo (tra gli yak), che into the wild dell’accogliente comunità va a lezione di umanità. E perché no, di felicità.

These boots are (not) made for walking

I cuori degli studenti di Lunana, infatti, sono già puri. Si tratta, in fondo, del “cuore umile” di cui intona il maestro ai ragazzi nel refrain di un canto tradizionale. Lo stesso film ha un cuore umile, tenendosi tutto sommato tradizionale nel formato classicheggiante del racconto. Al punto da diventare quasi universale, archetipico. Il viaggio del maestro è preparato come il viaggio dell’eroe, a partire dalla vestizione: l’acquisto delle scarpe in gore-tex con cui ferrarsi per la gelida regione himalayana. Che puntualmente serviranno a poco: una punta d’ironia che fa sorridere come le pellicce di Totò e Peppino a Milano in Totò, Peppino e la malafemmena. L’uomo di città pensava di saper tutto, e non saprà nemmeno mantenere i calzini all’asciutto.

Lunana, due persone in montagna

Lunana: il villaggio alla fine del mondo, la lunga strada di montagna per il villaggio

Proprio quelle scarpe sono rivelatrici del tema più ampio in cui s’inserisce il contesto della scuola sperduta: la riscoperta delle radici della propria civiltà in un mondo globale.

Pop americano e popolo del Bhutan

Qui i riferimenti del regista sono saporitamente lampanti. Quelle scarpe in gore-tex sono le stesse che portano Leonardo Di Caprio e Brad Pitt, dice la commessa. Ma nell’unica locanda verso Lunana, il gestore è a piedi nudi, per lo stupore di Ugyen: si è abituato al gelo, e comunque non avrebbe i soldi per comprarsi le scarpe; ma il primo piano rivela che il bambino ha gli stivaletti. Ancora: prima di ascendere alla montagna, per invocare la protezione degli dei, la guida offre doni votivi e incenso. Da una bottiglia di Coca Cola. E alla prima cena on the road, il montaggio sonoro è un brillante corto-circuito: la guida che risucchia rumorosamente la zuppa locale, Ugyen che picchietta i polpastrelli sui tasti del cellulare. Ne ha di strada da fare, il ragazzo-insegnante, per rieducarsi alla genuinità della sua terra.

Mancanza di connessione e connessioni vere

Già sulla strada per Lunana, dopo le scene iniziali tra pub e uffici in città, il film si fa spirituale. Senza diventare né retorico, né goffamente magico. Mentre la connessione wi-fi sparisce, la connessione con la natura cresce. Sul sentiero, la guida dice:

questo uccello arriva quando i fiori iniziano a sbocciare. Ecco perché siamo felici quando lo sentiamo: ci dice che l’inverno sta per terminare.

I visi degli studenti all’arrivo del maestro e i loro pedinamenti sono un misto di monelleria e riverente ritualità. Uno degli allievi, interrogato su cosa vorrà fare da grande, risponde di voler insegnare, perché “i maestri toccano il futuro”. Attraverso questi volti puliti, di anime bianche come la neve a Lunana in inverno, Ugyen vive la sua primavera, che sboccia come il canto che gli insegna la bella pastorella, Saldon (Kelden Lhamo Gurung).

Lunana, ragazzo e ragazza presso una staccionata

Lunana: il villaggio alla fine del mondo: Saldon (a destra), fedele alla propria terra, è un personaggio chiave

Altro che fantasie da pop star, dunque, per il giovane insegnante sospeso tra American e Australian dream: i canti tradizionali lo connettono a sé stesso, alle proprie radici, a rapporti umani autentici. È tutto un altro spartito rispetto alle velleità di fare il cittadino del mondo, anche dove non ci sia appartenenza. Quando il film si fa forte di questa “connessione karmica”, come la chiama il capo del villaggio, anche lo spettatore è tirato dentro, e vorrebbe che Lunana non finisse più. Per appartenenza: forza Sorrentino. Per simpatia, viva i film come Lunana: incantevoli e genuini.

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Lunana: il villaggio alla fine del mondo

  • Anno: 2019
  • Durata: 110'
  • Distribuzione: Officine Ubu
  • Genere: Drammatico, commedia
  • Nazionalita: Bhutan
  • Regia: Pawo Choyning Dorji
  • Data di uscita: 31-March-2022