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Qui Rido Io: incontro con Mario Martone e Toni Servillo

il nuovo capolavoro del regista partenopeo presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, in sala dal 9 settembre: abbiamo incontrato regista e protagonista Servillo

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É in sala dal 9 settembre Qui Rido Io, il nuovo film di Mario Martone distribuito da 01 Distribuzione e presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia.

Al Lido, in occasione della proiezione del film, abbiamo incontrato il regista napoletano e l’attore protagonista Toni Servillo.

Mario Martone

Qual è il nucleo emotivo del film, in mezzo a tutti i precisi riferimenti storici?

Benedetto Croce entra nella storia del film attraverso la furia di Scarpetta coinvolto in un processo che lo stava logorando: perché se D’Annunzio ebbe la perizia in suo favore, e la cosa ferì profondamente Edoardo in quanto firmata da suoi supposti amici artisti, la vera sorpresa per lui fu trovare a difenderlo Benedetto Croce, che attraverso l’attore difese la parodia, che non è poco.

Nella storia del film, l’aspetto della causa con D’Annunzio riguarda un rapporto tra arte e potere, perché la parodia è un graffio al potere costituito almeno da Aristofane in poi.

Scarpetta sfidò D’Annunzio nonostante davanti a lui, incontrandolo, si era genuflesso: perché in lui, nell’attore, c’era un istinto ferino, ribelle, che animava il suo rapporto viscerale con il pubblico, un cordone ombelicale che difendeva con le unghie e con i denti, era l’arte teatrale come vera arte popolare. Questo mi sembrava interessante da raccontare.

Benedetto Croce poi con la sua statura mise ovviamente le cose in ordine, mettendo anche Scarpetta al posto suo: perché per quanto lo aiutò a sostenere che la parodia non era plagio (facendogli vincere il processo), disse anche che la parodia era l’infinitamente piccolo in confronto all’infinitamente grande… che è D’Annunzio. E questo umilia e produce la ferita in Scarpetta che vediamo nel film.

Edoardo Scarpetta era un’occasione straordinaria per me e Tony, c’era l’energia, la vitalità, ma c’era anche un dolore, una depressione, che è un’altra parte delle corde del personaggio, e avere Tony per quel ruolo è stato un grande dono, un’occasione speciale.

In Qui Rido Io, quando si contrappone la commedia alla tragedia, il vecchio al nuovo, sembra affiorare l’eco di un riferimento politico…

Mario Martone: L’arte ha a che fare con la vita, con la politica in senso lato, cioè con la polis, con la comunità: in teatro c’è un pubblico per tutte le fasce sociali.

Il teatro è in fondo un’assemblea.

Tu e Ippolita (Di Majo sceneggiatrice e moglie di Mario Martone, ndr) come avete scelto cosa rappresentare nel film, rispetto a tutta la sua vita? E cosa avete inventato o quantomeno adattato?

Nella costruzione delle sceneggiature, abbiamo tenuto presente che Qui Rido Io non è un film sul teatro ma un film su un’epoca, su un modello di teatro che sta tramontando, e Scarpetta anche per la sua vita tumultuosa offriva mille spunti per riuscire a non fare una biografia classica. Con Ippolita abbiamo fatto una sintesi e abbiamo forzato alcuni dei fatti storici (ad esempio, abbiamo portato poco più avanti l’età dei figli, così che potessero saper parlare nel periodo del processo). Ma rimangono alcuni fatti impenetrabili della sua vita: tra le sue amanti c’erano la moglie, sua nipote, la sorella, e poi tutti i figli… cosa pensavano davvero di lui? Del padre, lo zio, l’attore?

C’è insomma un mistero che potevamo penetrare solo con l’immaginazione.

L’incontro con D’Annunzio, invece, è molto fedele a come Scarpetta lo ha raccontato nei suoi scritti, noi l’abbiamo solo interpretato. Con lui, finzione e realtà si mescolano continuamente… e il film allora non segue il percorso classico delle biografie perché è scritto come una commedia, rispettandone i tempi e i canoni: in fondo abbiamo seguito come Edoardo metteva in scena le sue commedie, e ci siamo inchinati a come sapeva raccontare le ombre, gli intrecci della vita, e tutto all’interno della forma commedia.

Nell’incontro, c’è tutta l’ambiguità di D’Annunzio: infatti, ridendo, si informa su quale sarebbe stato il teatro della rappresentazione, così da mandare qualche spia perché sapeva che Scarpetta incassava. Proprio questo mi ha dato l’occasione per una scena secondo me meravigliosa, dove ho lavorato con Tony: avevo in mente un misto tra una striscia di Crepax e una scena del film Totò All’Inferno!!

Chiaramente poi nel personaggio c’è qualcosa nella sua amoralità che lo rende mitologico, un’energia primordiale. E come ogni mito pecca di iubris: era questo interessantissimo, lui cerca la sfida con D’Annunzio perché non gli bastano ricchezza e fama.

È qui che c’è l’incrinatura che abbiamo osservato; improvvisamente entriamo nell’intimo fino ad arrivare ai suoi pensieri, fino a che incontra il fantasma di Pulcinella a teatro.

C’è qualcosa che ti ha colpito particolarmente dal punto di vista emotivo?

In Miseria e Nobiltà c’è il personaggio di Peppiniello, che ogni suo figlio deve recitare/affrontare in scena, crescendo. Come tutti ricorderete, Peppiniello risponde sempre Vincenzo m’è padre a me!, e deve fingere che il padre sia un altro mentre alla fine abbraccia il vero genitore. Cioè Felice Sciosciammocca. Cioè Scarpetta. Ecco, in questa cosa c’è qualcosa di inconsciamente sadico, perché sottopone i figli illegittimi ad una tortura.

Questo va insieme alla circostanza che Edoardo De Filippo, fino alla fine, non ha mai voluto parlare di Scarpetta come padre. Anche nell’ultima intervista che gli fecero, da vecchio, gli viene chiesto del padre, e lui si limita rispondere “Era un grande attore”, e basta, senza chiamarlo mai padre.

Quando Scarpetta è morto gli hanno fatto un funerale epico!! C’erano tutti, e c’erano anche i fratelli De Filippo, ormai affermatissimi. Ma questi giovani attori non vengono nominati nelle cronache dell’epoca, perché i figli illegittimi dovevano essere tenuti da parte.

È chiaro che c’è una sferza su questi personaggi, che forse si è sentita maggiormente su Peppino, il quale avrà anche un rapporto difficile con Edoardo (e infatti il tema della paternità nel suo teatro è fortissimo). Ecco un aspetto crudelmente primordiale di Scarpetta: un dare tutto ai figli e poi divorarli, farne dei grandi attori e rivaleggiare con loro.

Tony Servillo

Da artista, perché crede che ancora oggi Scarpetta sia così culturalmente fondamentale, essendo sopravvissuto a tanti suoi contemporanei?

Non bisogna dimenticare che Scarpetta inaugura un tipo di recitazione moderna, all’interno dei canoni del teatro napoletano che era fortemente popolare, e che aveva ancora una forte eredità con la commedia dell’arte. Edoardo De Filippo raccontava in un libro che gli attori napoletani, prima di Scarpetta, prima di salutarsi per rivedersi il giorno dopo si dicevano sempre ci verimm’ dumane e ci cuntamm’u fatto, nel senso che si sarebbero detti il copione.

Da lui in poi invece il testo ha un ruolo importante, il suggeritore nella nuova disciplina viene allontanato, e gli attori iniziavano ad avere movenze più naturali.

Italian actor Toni Servillo poses at a photocall for ‘Ariaferma’ during the 78th annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 05 September 2021. The movie is presented out competition at the festival running from 01 to 11 September.
ANSA/CLAUDIO ONORATI

Infatti Scarpetta in una scena ride allo spettacolo di D’Annunzio, perché il modo di essere messo in scena rappresenta orpelli, mitologie, vecchie formule, e per un genio della satira come lui era un’occasione ghiottissima.

Per lei che è un attore, e anche napoletano, com’è stato lavorare al personaggio di Scarpetta?

È stato bello raccontare tutto anche attraverso lo sguardo disincantato dei bambini (quelli che saranno poi i tre De Filippo: Titina, Peppino ed Edoardo). Come loro subiscono l’iniziazione al teatro, insomma, perché contiene un messaggio, un’indicazione su come nelle famiglie teatrali il lavoro era legato a disciplina, a rinunce.

Mario mi ha offerto un regalo straordinario, per poter da attore raccontare la vita di un altro attore che attraverso l’esercizio del suo mestiere ha celebrato la vita in tutte le sue declinazioni.

C’è in Scarpetta una tale continuità fra vita e palcoscenico che confonde, che colora: un attore come lui era come un animale nel suo territorio, un territorio dove svolgeva la sua caccia secondo le sue regole. In questo suo spazio c’era il lavoro, la città, la famiglia, e lui va a caccia di donne, di successo, di soldi.

Nel film Scarpetta ha Pulcinella come fantasma di quello che lui ha rimpiazzato ma anche di chi lo rimpiazzerà. Chi è il suo Pulcinella?

Tutti abbiamo i nostri Pulcinella. Ma non vale la pena andarseli a cercare, perché ti sbattono in faccia quando meno te lo aspetti. Trovo perfetto quello che ha fatto lui, da grande attore si è ritirato dalle scene prima che il pubblico lo dimenticasse, decidendo quindi lui quando abbassare il sipario.

Perché la vita è così, ti passa davanti e alla fine è lei che ti fa sempre marameo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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