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Harvey Keitel: La solitudine inquieta

Il cinema moderno rispetto al cinema “di una volta” con le sue rassicuranti pellicole in bianco e nero prima e in technicolor poi, ci consegna una immagine dell’uomo e della società cruda e compromessa.

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Il cinema moderno rispetto al cinema “di una volta” con le sue rassicuranti pellicole in bianco e nero prima e in technicolor poi, ci consegna una immagine dell’uomo e della società cruda e compromessa.

Tra i diversi attori e registi che si sono misurati con la solitaria disperazione dell’uomo moderno una attenzione particolare merita Harvey Keitel capace di dare corpo e lacrime a personaggi barcollanti, naufraghi nelle acque agitate della propria inconsistenza.

Il cattivo tenente di Abel Ferrara, emblema della nuova sensibilità del cinema contemporaneo nei confronti delle lacerazioni interiori, individuali e collettive, riconosce in Harvey Keitel una maschera fertile e malleabile per rappresentare le infinite discontinuità che agitano la mente umana. Il protagonista è un’ anima persa, sospeso malamente in un equilibrio precario sempre pronto a capovolgersi. I diversi ruoli che interpreta nella realtà sono i frammenti vuoti e scollegati di uno specchio originario ormai in frantumi. E’ un padre odioso, un tenente di polizia corrotto dall’alcol e dalle droghe, un marito con amanti sparse ovunque.

Nessuno lo chiama per nome, lui è soltanto il tenente, a sottolineare come la sua intera esistenza affettiva sia appiattita sui ruoli sociali che interpreta nella realtà, i quali però non hanno alla base un senso di sé identificante e solido in grado di dare significato a quello che accade. Nella sua vita spicca l’assenza di una madre come matrice primaria di formazione dei significati in grado di nutrire e proteggere i nuclei germinali della personalità, tenendoli al riparo dalla naturale violenza che caratterizza l’incontro dell’essere umano con il mondo. Gli aspetti negativi della madre assente vengono proiettati nella suocera, una donna ossuta e severa che lo disprezza silenziosamente, simbolizzazione di un materno rigido e incapace di rispecchiare una immagine vitalizzante e assertiva imperniata di fiducia sulla possibilità di affrontare le prove della vita. Un altro rappresentante dell’antico materno conflittuale lo ritroviamo nella figura della madre di uno spacciatore che è benevola con il tenente, lo accarezza e gli regala un amuleto protettivo. Questa immagine ci suggerisce come la sofferta mancanza di aspetti materni protettivi abbia aperto le porte alle diverse dipendenze intese come oggetti regolatori sostitutivi.

L’antica speranza di una armonia spirituale tra sé e il mondo sembra ormai definitivamente inabissata nel fondo di un bicchiere o evaporata in una pipa di crack, quando il tenente si ritrova dentro una indagine per lo stupro di una suora. Quando scopre che la religiosa conosce l’identità dei violentatori e li perdona , anzi si rammarica per non aver saputo trasformare come educatrice quell’odio in amore, nel tenente si riaccende una cocente sofferenza mai completamente assopita. Lui che ha trasformato la rabbia furibonda per una madre inadeguata in una vendetta globale nei confronti dell’intera umanità, giustificando a se stesso cinismo e miseria, si trova davanti all’esempio fastidioso di come il dolore si possa trasformare in unione invece che in rottura. In una toccante scena dai perfetti equilibri drammatici il tenente ormai entrato in contatto con il magma incontrollabile della sua disperazione inveisce pesantemente contro l’immagine allucinata di Gesù attraversato dai rivoli di sangue che sgorgano dalle sue ferite, accusandolo di averlo lasciato solo quando aveva bisogno di lui. Nella dissociazione allucinatoria il tenente si riappropria attraverso un’ immagine divina collettiva, di quell’esperienza anch’essa deficitaria con un padre buono e amorevole capace di difenderlo dalle angherie della mater terribilis insegnandogli anche il modo di uscire dalla schiavitù della vendetta ad oltranza e ad usare il dolore come un mezzo in più per capire l’altro. Questo incontro mistico con una parte vitale superstite di sé non riesce però a cambiare una realtà interiore dove l’amore verso se stessi è inaccettabile. Rimane come unica possibilità quella di sublimarsi in un tragico gesto di altruismo dai risvolti sacrificali. Quando trova e cattura i responsabili dello stupro, lotta lungamente con l’impulso di farsi giustizia da solo e alla fine sceglie di lasciarli liberi con la promessa di andarsene dalla città e ricominciare da capo da un’altra parte. Liberandoli però rinuncia alla cospicua taglia che era stata messa su di loro e che gli avrebbe consentito di sistemare la sua posizione presso un pericoloso boss con cui aveva un debito. Lasciando andare i due ragazzi si consegna a morte certa con l’unico conforto di aver dato a qualcuno una chance che lui, corrotto e compromesso non sentiva di meritare.

Il tema della battaglia interiore tra angeli e demoni trova nuova rappresentazione sempre nel cinema di Abel Ferrera con Occhi di serpente, un virtuosismo metacinematografico, che mostra in che modo un regista incarna attraverso i due protagonisti di un suo film degli aspetti scissi e poco integrabili della sua personalità. Il film di Eddie (Harvey Keitel) parla di una coppia che di comune accordo decide di vivere una vita basata sulla dissoluzione dei costumi, la droga e una sessualità promiscua e disordinata. Lei (Clare interpretata da Madonna) però ad un certo punto ha un ripensamento e capisce che quel modo di vivere che hanno scelto insieme è falso, invece il marito Frank (James Russo) crede che quel sistema di vita è per lui una verità e per quanto orrenda essa sia ne ha bisogno perché ha la sensazione che abbia per lui lo stesso fondamento di verità che le scoperte religiose hanno per lei, non solo, lui è anche convinto che le scoperte religiose di lei siano mistificanti. Tra i due prende vita una battaglia durissima scatenata dal movimento di disimpegno di Clare che cerca uno stile di vita alternativo. Frank ferito e abbandonato sente di non potersi sottrarre alle bassezze di cui è schiavo e reagisce cercando di ostacolare in tutti i modi le evoluzioni spirituali della moglie considerate una minaccia rispetto alla possibilità di essere lasciato. Disperato per la determinazione di Clare la uccide soffocando nel sangue il suo afflato mistico. Lancinante rappresentazione di come le parti pesanti e mortifere dell’individuo possano aggredire le speranze di trasformazione spirituale annientando il pericolo di un mutamento profondo che disorienta l’Io e toglie sicurezze.

Damiano Biondi

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