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EDITORIALE

Il viaggio interrotto. Libero De Rienzo nel ricordo di Renzo Carbonera che lo ha diretto nel suo ultimo film

Libero De Rienzo nel ricordo di Renzo Carbonera, il regista che lo ha diretto nel suo ultimo film, Take Away

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Ricordare chi non c’è più risulta ancora più difficile quando si tratta di farlo a proposito di Libero De Rienzo, attore di talento e uomo ancora giovane costretto a interrompere anzitempo il proprio viaggio. Così, anche in questo caso, la responsabilità dello scrivente non è solo quella di appropriarsi indebitamente dell’artista in questione, raccontandolo in una sintesi che, per forza di cose, risulta incapace di scandagliarne le molte profondità quanto piuttosto di parlarne correndo il rischio di generalizzare laddove la carriera di Libero Di Renzo avrebbe bisogno di una lente di ingrandimento in grado di sottolinearne la peculiarità.

Libero De Rienzo

Che Libero De Rienzo fosse un interprete bravo ed eclettico lo dice una filmografia in cui è impossibile ricordare un film in cui l’attore napoletano risultasse fuori parte. Una condizione di partenza non scontata, alla luce di una curiosità che fin da subito ha portato il nostro a scegliere ruoli e lungometraggi agli antipodi, passando dal set di Asini (1999), commedia italiana interpretata da alcuni campioni della nostra commedia nella quale De Rienzo suggella il suo debutto recitando in abito talare accanto al cardinale Arnoldo Foà, a quello tutto francese di A mia sorella! della scandalosa Catherine Breillat, in cui l’azzimato De Rienzo è l’affascinante latin lover capace che fa perdere la testa – e anche altro – alla giovane protagonista.

Il successo di pubblico arriva sempre nello stesso anno, il 2001, grazie al cult generazionale Santa Maradona (su AppleTv) di Marco Ponti e per un ruolo, quello di Bart, coinquilino della star Stefano Accorsi, che si confronta con la frenesia e l’irrequietezza tipica dell’età giovane a cui De Rienzo antepone un nuovo modello di gioventù scapigliata pronta a disfarsi di ogni maledettissimo per lasciare spazio al godimento lucido delle proprie imperfezioni. Oltre alla vittoria del David di Donatello come migliore attore non protagonista, il ruolo di Bart porta in dote al premiato la certezza di poter contare sull’icona di un personaggio che sembra convogliare al meglio quel sottofondo di malinconia presente da qui in avanti nelle performance dell’artista.

La notorietà confermata dal ruolo di coprotagonista accanto a Vanessa Incontrada nella commedia A/R Andata + Ritorno (ancora una volta diretto da Marco Ponti) gli vale un debutto alla regia come Sangue – La morte non esiste, ancora una volta nel segno del cambiamento rispetto ai lavori precedenti. L’esordio si posiziona dalle parti di un cinema d’autore senza compromessi, sperimentando inquadrature e performance d’attore portate all’estremo da un Elio Germano disposto a farsi promotore del progetto davanti alla mdp con un recitazione a fior di pelle.

Se Fortapasc di Marco Risi, dedicato alla figura del giornalista Giancarlo Siani caduto sotto i colpi della camorra, ne certifica la capacità di sapere andare incontro al personaggio attraverso un realismo capace di intercettare anche un lavoro di trasformazione fisica che tornerà utile in seguito, quando De Rienzo si ritroverà spesso in panni apparentemente lontano dal suo animo militante, diviso tra un cinema d’autore a favore di alcuni degli esordi più interessanti degli ultimi anni (Miele, Easy – Un viaggio facile facile), e produzioni mainstream  in cui, alla maniera di certe commedie americane, Di Rienzo mette il suo talento al servizio di personaggi femminili (di Micaela Ramazzotti in Ho ucciso Napoleone, di Valentina Lodovini in Cambio Tutto!) in attesa di ritrovare l’occasione giusta per essere di nuovo protagonista assoluto. È per questo che non vediamo l’ora di ritrovarlo di nuovo sul grande schermo con Take Away, il nuovo film di Renzo Carbonera a cui abbiamo chiesto un ricordo di Libero di Rienzo.

Il ricordo di Renzo Carbonera

Renzo Carbonera ricorda l’esperienza sul set di Take Away insieme a Libero De Rienzo, protagonista del film.

Take Away, di cui hai finito da poco le riprese, è stato l’ultimo film girato da Libero De Rienzo.

Lavorare con Libero è stata davvero un privilegio. La nostra collaborazione è nata in un modo molto particolare perché lui era venuto a fare il provino per un altro ruolo, mentre alla fine io ho riscritto la parte del coprotagonista con l’idea di farlo fare a lui. Sono arrivato a riscrivere la sceneggiatura per rendere il personaggio compatibile con la figura e con la personalità di Libero.

Ciononostante dopo il provino ho dovuto convincerlo ad accettare la parte del protagonista: alla fine ci sono riuscito perché abbiamo scoperto di avere molte cose in comune tra cui una passione per la letteratura scandinava. Quattro mesi prima dell’inizio delle riprese Libero si è presentato alla lettura del film  già con il phisique du role, e cioè con capelli e barba lunga e vestiti trasandati che lo avevano reso uguale al personaggio descritto sul testo. A me ha sorpreso perché per farsi crescere barba e capelli in quella maniera ci vuole tempo e dunque vuole dire che stava preparandosi da mesi per la parte. Nei mesi in cui ci siamo conosciuti la nostra è diventata una vera e propria fratellanza.

Dalle tue parole emergono molte delle caratteristiche che hanno permesso a De Rienzo di essere un grande interprete anche in ruoli da non protagonista. Per Take Away hai dovuto spenderti per fargli fare il ruolo principale.

Si, diciamo di si, però una volta sul set si è creata una specie di connessione magica tra me, lui e Carlotta Antonelli per cui passavamo tutto il tempo insieme. Non soltanto le ore del set, quindi ogni sera e ogni mattina prima di iniziare le riprese ricordavamo le scene, a volte le riscrivevamo ne discutevamo: di fatto, mentre lo facevamo, il film lo abbiamo riscritto insieme, riadattandolo al mood della situazione. È stato molto più che lavorare con un attore.

Sul set la vostra collaborazione si è trasformata in una vera e propria comunità, anche in termini di intenti. Nei tuoi ricordi che tipo di attore è stato Libero De Rienzo?

Il discorso del set come comunità è una dimensione che mi porto dietro dagli altri miei lavori. È successo così anche con Resina, con l’intera troupe capace di creare tra di sé un’atmosfera che consente al film di essere la comunità che rappresenta. Il fatto che comunque un attore come Libero Di Rienzo, con la carriera che ha avuto e la sua notorietà, si sia prestato a questo è stato fenomenale e per certi versi inaspettato.

Il suo atteggiamento ha aiutato il film, ma anche me e tutte le persone del set. Perché poi Libero Di Renzo, oltre a essere una persona molto viscerale, capace di sentire i ruoli nel profondo, era molto preparato dal punto di vista tecnico: conosce tutto sulle inquadrature, sulle  ottiche, sui i movimenti di macchina e le luci. E qui, per finire, ti rivelo un aneddoto dicendoti che, a volte, io e il direttore della fotografia quando Libero non era in scena gli lasciavamo la mdp. Due o tre scene del film sono girate da lui. 

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