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ANTICIPAZIONI

ESCLUSIVA Silvia Giulietti e Liana Orfei ci raccontano Fellinopolis

Silvia Giulietti presenta Fellinopolis alla Casa del Cinema a Roma: per tornare a vedere Fellini con occhi diversi

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Fellinopolis. Fellini e le donne

Fellinopolis di Silvia Giulietti è stato presentato alla Casa del Cinema di Roma a distanza di qualche mese dalla vetrina della Festa del Cinema 2020 e poco prima dell’approdo in sala del 10 giugno grazie a Officine Ubu. Prodotto da iFrame srl in associazione con Libera Università del Cinema.

Dall’anteprima e dalla conferenza stampa, moderata da Enrico Magrelli, la città di Fellini sembra invitare lo spettatore a un atto di fede: quello d’immergersi nel cinema del Maestro Federico Fellini. Non solo sul set tra cavi elettrici, apparati di scena e variopinta umanità del backstage, ma anche nelle visioni oniriche e nella scanzonatura carismatica del regista.

Il ricordo dei più stretti collaboratori è commosso ma lucido: i Premi Oscar Lina Wertmüller, Nicola Piovani e Dante Ferretti, tra gli altri, ripercorrono la propria esperienza, contribuendo a tratteggiare le sfumature professionali e umane di Federico Fellini. Ne abbiamo colta qualcuna sul grande schermo e ne abbiamo parlato con la regista Silvia Giulietti.

Fellinopolis: trailer e trama

Tutto nasce dagli Special – Backstage che all’epoca Ferruccio Castronuovo ebbe il privilegio di poter girare sui set di Casanova, La città delle donne, E la Nave va e Ginger e Fred per promuovere il lancio del film. Ne vien fuori il grande gioco di Fellini, che tra mascherate da burbero, invenzioni e bugie, sa affabulare, motivare e ispirare la sua squadra. Avvalendosi di immagini di backstage e interviste a chi ebbe modo di lavorare con Fellini, Silvia Giulietti osserva il Maestro “attraverso il buco della serratura”, portandone alla luce tanto il processo creativo quanto il volto umano.

La conferenza stampa di Fellinopolis

Fellinopolis. Conferenza stampa alla Casa del Cinema a Roma

Conferenza stampa di Fellinopolis: da sinistra a destra, Liana Orfei, Silvia Giulietti ed Enrico Magrelli

Quando si riaccendono le luci in sala, tra gli applausi dei presenti, Silvia Giulietti non nasconde la propria emozione. Ma è subito tempo di ricomporsi e confrontarsi con la platea. Insieme a lei c’è Liana Orfei, attrice ed esponente della nota dinastia circense: lavorò con Fellini ne La dolce vita e fu testimone diretta e mediatrice della seduzione che il mondo del circo esercitò sul regista riminese.

Finalmente in sala il 10 giugno, distribuito da Office Ubu”, apre Enrico Magrelli. Ed entra nel vivo, osservando il carattere “ricco e articolato” di Fellinopolis, che parte dal repertorio ma, crescendo attorno a esso, diventa un prodotto assai più complesso. Quale il processo creativo? Silvia Giulietti: “è stato lungo. Già nel 2007 con Ferruccio Castronuovo e Giulia Merenda volevamo fare un film su Fellini, ma non c’erano modi e tempi e forse non ero matura. Si avvicinava il centenario di Fellini e ci siamo detti con Ferruccio: ora o mai più! Ho fatto uno sforzo produttivo per acquisire l’archivio di Ferruccio e ho cominciato a lavorare”.

La regista svela: “In realtà avevo pensato che questo materiale straordinario dovesse essere visionato da Martin Scorsese, l’unico al mondo che potesse girare un film del genere. Nel frattempo l’anno di Fellini stava per arrivare. Ho pensato di fare alcune interviste che avrei eventualmente dato a Scorsese. Il 3 marzo ho fatto l’intervista a Ferretti, il 6 marzo c’è stato il lockdown: il piano B è diventato il piano A. Mi sono chiusa in casa per il montaggio e ho tirato fuori Fellinopolis”. Agganciandosi all’osservazione sul repertorio, spiega che “le animazioni di Luca Siano sono state una sceneggiatura nella sceneggiatura”. E dopo il montaggio, “arriva la musica di Rocco De Rosa, con cui lavoro da sempre: la sua musica veste in un modo incredibile”.

Spazio, immediatamente dopo, a Liana Orfei: come è entrata nella famiglia di Fellini? “Ho conosciuto Fellini in occasione di un provino che volle farmi all’epoca de La dolce vita per un personaggio che però non andò bene. Fu interessante che facesse un provino a qualcuno che venisse non dal mondo del cinema o della moda, ma da quello del circo. Fece di me una stella: da quel momento vennero fotografi e produttori e ho fatto 53 film, oltre a musica e teatro. Tutto grazie a Federico”. L’incontro più importante, spiega Liana Orfei, è però quello di Fellini col circo, col suo sogno: “viveva con noi le prove degli animali e degli artisti, tutto quello che succedeva tra la gente del circo“. Lo definisce “un rapporto idilliaco dall’inizio alla fine, come quello con la stessa Giulietta Masina: donna di sensibilità e dolcezza”. Speciale anche il rapporto tra Fellini e la Masina, spiega la Orfei: “lui l’abbracciava, la proteggeva, come si fa con un ragazzino”. E ringrazia il Maestro per aver fatto sentire importanti i lavoratori del circo.

In Fellinopolis diverse testimonianze – tra cui quelle di Nicola Piovani e Ferruccio Castronuovo – riferiscono dell’ansia di prestazione di alcuni membri della troupe nel rendere conto del proprio lavoro al regista. Abbiamo chiesto allora a Silvia Giulietti se, nonostante la propria esperienza nel documentario meta-cinematografico, una certa ansia investisse anche lei, visto che il tema “Fellini” è quasi un filone a parte: il meta-felliniano. “Ho alle spalle 40 anni di cinema e sono cresciuta a Cinecittà. Mi sono sempre sentita a mio agio tra i mostri sacri, ma solo al servizio dei big, senza mai interloquire con loro. Paura? Mai, ma su Fellini ho avuto tante remore. Ecco perché nel 2007 non l’ho fatto: non mi sentivo preparata, mi sembrava lesa maestà. Adesso, arrivando alla maturità professionale ed avendo quel materiale, ero sicura di tirar fuori qualcosa di diverso”. Sulle esperienze passate: “guardando i miei lavori documentari, sono rimasta viscontiana su Visconti, montaldiana su Montaldo. Su Fellini, sono diventata felliniana. Me lo dicono tutti: vorrei avere il mio stile, ma mi adatto a chi racconto”.

A Liana Orfei chiediamo del rapporto tra Fellini e la sua squadra. Il regista faceva in modo di far sentire tutti importanti, come dichiara anche in Fellinopolis. Ma la città di Fellini era davvero una “democrazia egualitaria”? Oppure, dietro l’apparente strategia dell’affabilità, il regista mascherava simpatie e antipatie, giocava a evitare taluni, a ricercare altri? Come in Dante, dunque, il mondo di Fellini era diviso in “gironi”? “Sia stranieri che italiani lo adoravano”, racconta la Orfei. Ma sul film I clowns ammette le reazioni controverse: “nel messaggio di Federico Fellini, si annuncia la morte del circo: morendo il clown, muore il circo. I personaggi circensi, con centinaia anni di storia alle spalle, come i Togni, i Casartelli e gli Orfei, sono rimasti scioccati da quel messaggio in un momento in cui il circo andava per la maggiore in Italia”. In quel periodo Liana Orfei ebbe l’idea di fare un circo dell’800 e fu lo stesso Fellini a dare impulso a questa suggestione. Il regista suggerì il tema delle mille e una notte e favorì la collaborazione con il costumista premio Oscar Danilo Donati. “A detta della stampa internazionale, fu il più grande spettacolo circense di sempre”, commenta l’artista.

Il giallo del Casanova 

C’è anche modo di tornare al tema degli intermezzi di animazione: “avrei voluto farne molti di più ma non ho potuto per motivi produttivi e di tempo”, replica Silvia Giulietti a precisa domanda, “nel prossimo lavoro farò molta più grafica, la uso sempre quando posso”. Né manca un piccolo giallo: sollecitata da un quesito sui filmati utilizzati – 8 ore circa, accuratamente selezionate e montate – la regista fa presente che ce ne sarebbero anche sul film Casanova, ma che purtroppo non è riuscita a reperirli: “si dice sia stato perso in un incendio dentro la Paramount: ci credo poco, vorrei fare una ricerca sul Casanova perduto”. Non solo: materiali del genere esistono anche su altri registi, come Nanni Loy e Sergio Leone. Ci girerà altrettanti documentari? “Non lo so, perché devo ancora vederli”. Chiude condividendo i momenti di massima emozione in Fellinopolis: oltre alla parte del treno e della nave, il groppo in gola arriva con le scene del rinoceronte e del funerale. “Ero presente, lo ricordo perfettamente. Mi colpì il senso del distacco tra il mondo del cinema e Fellini: avevamo perso un faro”. Emozioni che il pubblico in sala vivrà dal 10 giugno.

Silvia Giulietti in esclusiva a Taxidrivers su Fellinopolis

In conferenza stampa hai dichiarato di essere stata in qualche modo viscontiana quando hai girato su Visconti, montaldiana quando hai girato su Giuliano Montaldo. Non chiedo della nascita del film, ma della tua reincarnazione: cosa vuol dire girare su Fellini da felliniana?

Non ne sono consapevole, non ho una ricetta. Mi sento ispirata dal personaggio che racconto, perciò cambio stile ogni volta. Cerco di trovare cose non raccontate prima. In questo caso,

mi sono accorta che tutti quelli che hanno lavorato con Fellini sono stati influenzati al punto tale da avere un rapporto mistico: sogni e premonizioni.

Non me lo so spiegare. Aveva una personalità talmente grande da trasmettere una magia sua. Credo che sia successo anche a me qualcosa di mistico, ma è stato naturale. Per assonanza, ho messo insieme suoni, musica e immagini che lo evocassero. Mio malgrado, ne è venuto fuori un aspetto felliniano.

Impossibile non notare che il film si apre e si chiude su Cinecittà. Nel tempo del cinema globale e ubiquo, come definiresti il tuo sguardo, forse intriso di nostalgia, sulla Cinecittà di Fellini?

Potremmo parlarne per ore. Sono cresciuta dentro Cinecittà, ho cominciato a 15 anni. Fa parte del DNA di noi che lavoriamo nel cinema da anni. È la nostra pelle. Oggi non c’è più, non ci appartiene. Oggi entrare a Cinecittà a girare un film è una mission impossible. Fellini girava solo a Cinecittà e questo è un monumento a Cinecittà. Era la sua casa, aveva il suo studio, ci dormiva, ci scriveva. Secondo me dovrebbero chiamarla Fellinopolis!

Girare un documentario su Fellini pone il classico rischio per cui il documentarista resti eventualmente schiacciato dal contenuto e diventi invisibile. In conferenza stampa, però, hai reclamato una tua punteggiatura, ad esempio nella grafica e nelle musiche. Come hai fatto a girare un documentario non solo su Fellini, ma anche di Silvia Giulietti?

La punteggiatura di un documentario è basata su dialoghi e interviste. Ma non può bastare per seguire con attenzione: ogni argomento viene trattato brevemente e quando diventa lungo viene smezzato con interventi di suoni e immagini. L’animazione fa da voltapagina. Riconosco che non è uno stile inventato da me: mi serve perché dà riposo alla mente sui concetti.

C’è un momento, in Fellinopolis, in cui Nicola Piovani allude al fatto che l’ultimo Fellini non sia stato pienamente capito. Per i materiali a tua disposizione, è proprio sull’opera tarda del Maestro che ti sei concentrata: La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred. Pensi che il tuo film possa riattivare una riflessione critica su questa fase felliniana?

Sicuramente sì, anche perché questi sono i tre film meno citati. Certo, io ho lavorato su questi perché ne ho avuto l’occasione. La loro attualità è incredibile: la questione della donna ne La città delle donne, la questione della televisione in Ginger e Fred. E la nave va, forse, è meno comprensibile e felliniano. Ciò che dovrebbe scaturirne, ad ogni modo, è la voglia di rivederli. Io stessa, pur essendo stata sul set de La città delle donne, l’ho rivisto dopo il montaggio secondo un’altra chiave di lettura. Non volevo riportare la gente al cinema, ma inconsapevolmente l’ho fatto, perché tutti quelli che vedono Fellinopolis poi hanno voglia di rivedere questi film.

Stai lavorando col faro?”: è la frase che hai citato in conferenza stampa con cui nell’ambiente i collaboratori riferivano scherzosamente di lavorare con l’illuminante Fellini. Hai definito Fellinopolis un film didattico. In cosa ancora oggi Fellini sa illuminare e cosa di Fellinopolis diventa lezione di cinema?

Esploro il rapporto tra il maestro e l’allievo, tra regista e collaboratori. Si può applicare a tutti i settori, non solo al cinema. È il consiglio che do ai giovani: identificate un maestro e studiatelo. Il film è didattico per chi fa cinema, ma non tanto per i movimenti della macchina da presa – pur citati dalla segretaria di edizione di Fellini – bensì per il comportamento da tenere sul set.  Chi fa cinema vive cento vite: ogni film è un mondo a sé con regole, gerarchie, creatività ma non anarchia. Non c’è niente di più militare del cinema: c’è sempre un caporeparto. Fellinopolis insegna come le scale gerarchiche in un film esistano e vadano rispettate. Oggi i giovani pensano che fare il regista sia sinonimo di potere, ma non è così.

Un regista dispotico, genera un film mediocre. Un regista che condivide, produce bellezza.

Il cinema non è divertimento, è un lavoro pazzesco, difficile: meglio fare il cardiochirurgo! Bisogna imparare a gestire la propria persona e il proprio carisma, mantenendo bassi i profili di potere.

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